La ventiquattrore
La giornata era stata faticosa e impegnativa ma Luisa si rese conto che non volgeva al termine. Per questo motivo telefonò a Mario – il fidanzato – per comunicargli che quella sera non si sarebbero incontrati. Ultimato il lavoro prima del previsto, accettò l’invito di alcuni amici, che abitavano dirimpetto all’abitazione dei genitori.
Senza un apparente motivo percorse una strada insolita per ritornare a casa. Conversava con la collega del lavoro appena svolto, quando in Corso Duca degli Abruzzi s’imbatté nell’automobile del fidanzato, nei pressi di un palazzo in cui si era recata con lui quando andavano in cerca di un’abitazione da acquistare. Provò sorpresa nel vedere la vettura, perché Mario le aveva comunicato che sarebbe rimasto a casa a guardare la televisione. Per questa ragione, non riuscendo ad attribuire un significato alla vicenda, concluse che doveva attendere il fidanzato, per chiedergli spiegazioni.
Il tempo trascorreva lento, quando a un tratto Luisa, che iniziava a spazientirsi, vide un uomo che apriva il portone ed entrava. Senza indugi scese dall’auto e s’intrufolò nella casa. L’uomo si voltò e salutò. Luisa rispose superandolo. Poi, spinta dall’istinto, raggiunse il secondo piano del palazzo e suonò il campanello dell’appartamento visitato qualche tempo prima. Una voce di donna s’informò sull’identità dell’inatteso ospite. Luisa diede a intendere di essere l’inquilina del piano di sopra, l’uscio si aprì palesando una donna di circa trentacinque anni dal viso grazioso… Fu un attimo… La porta stava per richiudersi… Impulsivamente ne arrestò la corsa ed entrò.
– Cerco il mio fidanzato.
– Chi? Lei è pazza!
– Vedremo.
Raggiunse la cucina; guardò nel bagno, nella stanza da letto, nello studio, infine entrò nel salone. Nessuno. Stava già per scusarsi quando ebbe la sensazione che proprio in quel luogo avrebbe trovato Mario: infatti, c’era, appiattito dietro una porta.
Luisa, che si sarebbe dovuta sposare dopo un mese, non rivide più il fidanzato. Nelle settimane successive cercò di rendersi conto di quanto era avvenuto. Seppe che la donna – dieci anni più vecchia di lui – era la sua socia in affari e che l’appartamento, che non avevano acquistato, era di sua proprietà. Non volle scoprire altro.
Trascorsero quindici anni, nei quali Luisa preferì un’esistenza colma di attività frenetiche, ma completamente priva di affetti.
Una domenica d’autunno – in cui il sole era riuscito a vincere l’apparente impenetrabilità della nebbia e adesso baluginava e invitava alla passeggiata mattutina – Luisa raggiunse il Balôn a bordo della sua vecchia Renault 4.
Vagava tra i banchi del mercato con aria distratta e disinteressata. Sembrava attratta più dalle persone che colorivano l’ambiente che dagli oggetti, che configurava come un mezzo per spiare l’altrui vita, per coglierne eventuali sintonie, forse storie, magari a lieto fine. Una ventiquattrore blu marina, mezzo nascosta da altra roba, la sedusse a tal punto da indurla a prenderla tra le mani; la accarezzò e percepì un imprevisto calore. Le parve di riconoscere suggestioni che pensava dimenticate. Decise che doveva comprarla. Contrattò a lungo prima che il prezzo fosse definito, ma alla fine l’acquistò.
Rientrata a casa, posò la piccola valigia sul tavolo della cucina e si dedicò alla sua pulitura. La aprì. Soltanto ora si accorgeva che l’interno era ben tenuto. Osservando l’oggetto si chiese la ragione dell’acquisto, ma non seppe rispondersi. Prese a toccarla, nuovamente ad accarezzarla…
Involontariamente premendo uno dei bottoni esterni, che sembravano un semplice motivo ornamentale, innescò il meccanismo di apertura del doppio fondo, in cui apparve un certo numero di fogli vergati con scrittura nervosa.
Luisa, colta da eccitazione, iniziò a leggere.
Ciao, avrei voglia di averti qui adesso, come avevo voglia ieri sera di stare con te. E non è stata una provocazione l’invito ad Alassio per domani: è stata l’immediata espressione di un desiderio, che è quello di stare con te, di sentirti mio, che in me convive sovente insieme a quello opposto di tenerti lontano. Può sembrare incomprensibile un comportamento così discordante, ma nasce da uno stato di contraddittorietà e di squilibrio che è difficile anche per me comprendere. Sono attratta da te e da quello che mi dai; sei molto presente nelle mie giornate sia come fonte di serenità e di dolcezza sia come causa di dolori e di frustrazioni; alla presenza di altre persone il tuo comportamento mi provoca spesso forti turbamenti. Pensare a te e averti presente suscitano in me intense emozioni. Secondo te: tutto questo potrebbe far parte di un sentimento di amore? È da un po’ di tempo che me lo chiedo, senza riuscire a fornirmi risposte soddisfacenti. Non sono capace, infatti, di coniugare le sensazioni e le emozioni di cui scrivevo prima – che rappresentano un aspetto positivo del rapporto – con la tortuosità delle mie reazioni e dei miei comportamenti.
Non sono atteggiamenti falsi e ipocriti, anzi, secondo me rappresentano l’incapacità totale a controllare e a mantenere in equilibrio la mia vita affettiva e l’abbandono alle pulsioni più contrastanti.
Questi miei assurdi e complicati atteggiamenti ti provocano sofferenza; me lo dici di frequente… e questo mi porta a chiedermi se può far parte dell’amore questo produrre continuamente, anche se ritengo involontariamente, sofferenza e conflitti. Generalmente sto molto male nello scoprire che il mio modo di fare ti procura afflizione: sono profondamente convinta che tu non lo meriti affatto.
Mi sento molto confusa… Ho voglia di te.
Seguivano i saluti, la firma e un post scriptum in cui la donna comunicava all’amato che ciò che aveva scritto era soltanto una piccola parte di quanto avrebbe voluto esprimere.
Luisa provò una stretta al cuore. Ebbe la sensazione di violare uno spazio intimo, ma non riuscì a impedirsi di proseguire. Lesse altre riflessioni, colse aspettative, attese… scoprì incontri segreti, desideri appagati e da appagare…
È la sottile disperazione – lesse ancora in un foglio a quadretti zeppo di correzioni – della consapevolezza di non veder appagato per tanto il bisogno di vederti e della necessità di far tacere in ogni caso questo desiderio.
Paura e angoscia si sovrappongono, perché mi rendo conto che perdo il controllo di me stessa, delle mie emozioni e delle mie reazioni. Sento in me disappunto nel constatare che avverto il bisogno di lasciarmi andare completamente in momenti per niente adatti, mentre quando sono con te non riesco a vivere in pieno- e liberamente – gli incontri che, quasi sempre, sono stati molto belli.
Continuando nella lettura, Luisa scoprì che la donna era sposata con un uomo diverso da quello cui indirizzava gli scritti e che aveva avuto dal marito due figli.
A mano a mano che leggeva venne a conoscenza che il rapporto tra i due amanti si incrinava a causa di una ragazza che lui era intenzionato a sposare. Le lettere divennero aspre. Infine la donna annotava l’ultimo incontro.
“Ciao! Questa sera sei venuto nel nostro nido… Per la prima volta, negli ultimi tempi, non avevi fretta. Lei era impegnata altrove. Ti ho detto quanto ti ritenessi necessario, quanto fossi importante… Ti ho detto che ti avrei diviso con lei… che accettavo il tuo matrimonio, come tu non avevi rifiutato il mio… Sei stato possibilista… Poi… Tutto è franato. Lei è arrivata come una furia, ha interrotto la magia in cui eravamo avvolti e ti ha condotto via da me.
Adesso vivo nella normalità della famiglia, accanto a un marito che non amo, in attesa di un tuo gesto, che non farai… Tu sei solo. Lei ti ha abbandonato senza offrirti l’opportunità di discolparti, ma… potevi farlo? Che cosa avresti potuto dire per giustificarti, che ti ricattavo? Mi fai pena, povero amore mio… mi fa pena mio marito, ho pena anche per me… Provo un’incredibile tenerezza per Luisa: ragazza ignara e innamorata, forse non come me, di un uomo dall’apparente vita normale: casa, lavoro, fidanzata e preparativi per il matrimonio e amante.
Luisa interruppe la lettura. La donna che scriveva era la rivale di quindici anni fa. Era colei per la quale aveva rotto il fidanzamento e annullato il matrimonio. Improvvisamente provò un senso di sfinimento, ma non sentì odio. Anche quella donna era stata segnata dal dolore, aveva patito per l’uomo che l’aveva indotta a scrivere pagine di sentimenti contraddittori. Era una donna che aveva tradito e che era stata tradita. Era una donna sola, proprio come lei. Le solitudini s’incontravano, ma non si sarebbero fatte compagnia.
I fogli, tranne uno datato di recente, caddero dal grembo di Luisa. I suoi occhi affaticati si spinsero a incontrare l’ultimo messaggio:
Carissimo Mario, in questi anni ti ho scritto molte volte, senza mai inviarti alcuna di queste lettere. Non lo farò neanche adesso. Come il mio amore, costretto a nascondersi, freno l’impeto e celo i miei scritti… Ai posteri… Ma importerà loro qualcosa?
A Luisa importava: per comprendere, per rinascere.
