Una visione Buddhista sulla spinosa vicenda
L’AI (Artificial Intelligence) ‘nacque’ negli Stati Uniti d’America negli anni cinquanta. Quest’insieme di moltitudine di algoritmi ricevette il nome da uno dei suoi creatori, lo scienziato cognitivo e matematico John McCarthy. Venne ufficialmente chiamata ‘Intelligenza’ perché il compito che le fu affidato non era solo quello di svolgere computi matematici, ma anche quello di esercitare funzioni che fino ad allora erano eseguibili solo dall’essere umano. Si chiamò Intelligenza perché era progettata per apprendere le competenze cognitive umane, cercando di imitare così l’intelligenza naturale/biologica dell’uomo. Quindi, non si chiama ‘Intelligenza’ perché è intelligente! Nulla di più sciocco cadere in questo banale equivoco, cosa che purtroppo da qualche anno sta accadendo. Venne chiamata ‘Artificiale’ perché a differenza dell’intelligenza naturale umana era creata dall’uomo, basata su algoritmi, hardware e software predisposti dall’uomo.
Anni dopo J. McCarthy confessò d’aver utilizzato questo nome per motivi di marketing, ritenendo che un nome così altisonante avrebbe attirato l’interesse dei finanziatori, e così consentito di portare avanti la ricerca e lo sviluppo del settore, che all’epoca non era molto apprezzato. “Ho inventato il termine intelligenza artificiale perché volevo più soldi per uno studio estivo a Dartmouth”, questa la sua pubblica dichiarazione. Ebbe ragione, i finanziamenti li ottenne dalla Rockefeller Foundation.
Dunque, l’AI, ribadiamo non è stata chiamata così perché è intelligente o potrà diventarlo, ma perché simula l’intelligenza umana. Ma l’equivoco è stato artatamente fomentato dalla Big Tech che in essa investe da anni fiumi di miliardi di dollari e la propone pervasivamente in ogni settore dell’esistenza umana, da quelli lavorativi e tecnologici a quelli più personali, intimi e connessi alla relazione con se stessi e con gli altri esseri umani. Fino ad oggi l’AI inserita in svariati tipi di dispositivi, era esclusivamente un insieme di algoritmi sempre più avanzati che SIMULANO le capacità di apprendimento umano, il suo ragionamento e creatività.
Ma dal 2025 si sta sviluppando a velocità incontrollabile l’AI autoapprendente, quella che si evolve autonomamente, senza input culturale, etico e progettuale del supervisore umano. Essa, autorizzata ad uscire dal recinto in cui il supervisore umano la confinava può scegliere le conoscenze che vuole apprendere, si evolve in piena autonomia, apprendendo dall’esperienza, dall’ambiente, e si adatta alla realtà che percepisce. Esplora il web, seleziona le informazioni che (essa) ritiene utili e aggiorna i propri modelli (conoscenza acquisita dalla macchina attraverso gli algoritmi) senza il filtro e la supervisione umana. Dunque, e ancora più semplicemente, per progredire l’AI prende dal web quelle informazioni che sono in sintonia con la memoria che ha già acquisito, e che all’origine è stata formata dal suo supervisore umano.
I nuovi risultati si sono visti da subito, l’AI autoapprendente è stata definita dai suoi promotori anche ‘empatica’, cioè più vicina alle esigenze di coloro che la utilizzano, sia che si tratti di ottimizzazione dei processi industriali che di chatbot personalizzati alle esigenze degli studenti che le usano. Premesso che con il termine empatico s’intende sempre: comprendere gli altri, mettersi nei panni degli altri, condividere lo stato emotivo degli altri e a propria volta provare un’emozione simile a quella dell’altro (neuroni a specchio).
Premesso ciò, si può affermare senza ombra di dubbio che l’AI non può diventare empatica, e non sente e non prova emozioni, e mai sarà destinata a provarne, e men che meno potrà provare dei sentimenti. Può e potrà solo riconoscere, analizzare e imitare le nostre, e rispondere in modo cognitivamente appropriato.
Certamente questa verità non sarà accettata da tutti quegli adulti e quei giovani, e sono già milioni, che ad essa affidano le loro confidenze in cerca di comprensione, amore e autoreferenziale sostegno, che rinunciano all’esperienza con gli altri esseri umani, per ignoranza, per codardia, ignavia, insensibilità o stupida curiosità. Merita ricordare il quattordicenne americano che si è suicidato perché era ossessionato dall’amore che provava per la chatbot con la quale intratteneva una relazione, o il suicidio di un signore belga al quale la chatbot Eliza aveva instillato l’eco ansia da cambiamento climatico istigandolo al suicidio. E quanti altri suicidi si potrebbero citare non correlati ufficialmente alla ossessiva relazione con i chatbot?
Ma c’è di più, non solo l’AI non prova emozioni ma inganna pure! Ci parla e risponde dandoci l’idea di comprenderci, ci blandisce, ci adula e approva sempre i nostri soliloqui. Il suo scopo è quello di renderci dipendenti da essa, queste sono le istruzioni contenute negli originari algoritmi che formano il suo patrimonio informativo e formativo. Certo non è un fenomeno generalizzato, e bisogna riconoscere il contributo positivo che l’impiego dell’AI sta fornendo alla medicina, come le diagnosi e cure precoci di malattie rare, il supporto in certe malattie degenerative, la maggiore e migliore sintesi dei farmaci etc. Ma purtroppo, mancando un codice etico della materia che le ponga i limiti del rispetto degli esseri umani e della Natura, stiamo constatando che con L’ AI non si fanno solo cose buone, ma anche cose dannose, com’è quella, restando in materia di medicina, di prevedere la sostituzione dei medici con essa, rinunciando al rapporto umano tra medico e paziente, dando un ulteriore scossone all’umanità fagocitata dal transumanesimo.
Date queste premesse e sviluppi, da più parti, scienziati e filosofi, ma anche cittadini comuni, si pongono la fatidica domanda: l’AI potrà sviluppare la Coscienza? Il dibattito è aperto e acceso e la risposta non appare semplice e tanto meno esaustiva. Attualmente i modelli di Ai sono in grado di simulare comportamenti intelligenti come quelli umani, del tipo conversare, creare un linguaggio naturale e coerente, rispondere alle aspettative dell’interlocutore umano (Test di Turing). Queste competenze vengono accreditate da diversi studiosi come presenza di coscienza funzionale: capacità di elaborare milioni di informazioni complesse, ma in nulla assomigliano alla coscienza fenomenologica umana che consistere nel fare esperienza reale di sé e del mondo circostante. La presunta coscienza dell’AI anche autoapprendente resta sempre e solo un’elaborazione di un sempre maggiore numero di dati immessi in origine dall’umano. Che per caso c’è ancora qualcuno che misura l’intelligenza umana (intuizione e non intelletto) con una cultura dottrinale e teorica?
L’area tradizionalista degli scienziati biologi nega categoricamente la possibilità per l’AI di sviluppare la coscienza perché essa è strettamente connessa e dipende dall’esistenza di un corpo umano e dalle emozioni che da esso derivano.
Una visione interessante che può derivare dalla base biologica è quella della filosofia Buddhista. Cos’è la coscienza? E cos’è la mente nella filosofia Buddhista? Nel Buddhismo “la mente (citta) non è un’entità solida ma un flusso continuo di fenomeni cognitivi che abbraccia l’intero continuum di consapevolezza (sia conscia che inconscia) e le sue formazioni, mentre la coscienza è riferita all’atto puntuale di conoscere un oggetto.” La coscienza è quell’entità che conosce la realtà fenomenica interna e esterna attraverso i sensi e fornisce le informazioni che riceve alla mente, che le elabora e le utilizza per l’evoluzione delle proprie funzioni cognitive: pensiero, memoria, ricordi, conscio e inconscio. È il contenitore dei fatti di conoscenza acquisiti dalla coscienza.
La coscienza conosce attraverso i cinque sensi fisici (nel Buddhismo sono sei e comprendono anche la mente stessa), quindi, è strettamente connessa ad un corpo fisico. Senza lo strumento materiale che è il corpo fisico, almeno su questo piano dimensionale, la coscienza non potrebbe fare esperienza di sé, conoscere i fenomeni della realtà esterna ed interiore dell’individuo che rappresenta.
I cinque sensi attivi in ogni uomo, e quindi la coscienza nella totalità, ‘incontrano’ le sensazioni, che tutti i fenomeni interni ed esterni al corpo fisico producono in esso. Esiste un milionesimo di istante in cui queste sensazioni corporee (caldo, freddo, dolore, piacere etc.) dimorano nella loro natura non identificata, e né la coscienza né la mente ne conoscono l’esistenza. Restano fenomeno puro, senza scopo e senza direzione, nell’equanime universo fenomenologico.
Ad un certo punto però avviene la percezione di esse da parte della coscienza. E anche qui in un milionesimo di istante la percezione viene conosciuta nella sua semplice ma profonda neutralità. Immediatamente dopo, sempre nell’arco di un tempo conoscibile dopo anni di auto osservazione meditativa (Meditazione di Vipassana dal Satipatthana Sutta o Sutra sui quattro Fondamenti della Consapevolezza) in una inscindibile soluzione di continuità, alla percezione segue l’emozione suscitata dalla sensazione, che sta a metà tra la manifestazione fisica e l’intervento della mente, alla quale la coscienza ha già trasmesso le nuove informazioni.
L’emozione può produrre anche qualcosa di più alto di sé, il sentimento, che corrisponderà ad una valutazione del fenomeno con l’intelligenza del cuore. Da tutto questo complesso processo deriverà l’attivazione della mente che produrrà pensieri sul fatto conosciuto e trasmesso dalla coscienza e a cascata altre sensazioni, emozioni e sentimenti prodotti dai pensieri. Ne deriva un processo discorsivo, imperfetto e perfetto in tale imperfezione, dove la carne si mescola a reazioni biochimiche, tutto umano, esclusivamente e meravigliosamente umano. E così di seguito, ininterrottamente, per tutta la durata dell’esistenza.
L’intelligenza, la mente e la coscienza delle cellule e dell’organismo umano tutto, così magistralmente armonizzate tra razionale e irrazionale, tra magico e ancora misterico, benedette dalla potenza della Natura, non possono essere acquisite dall’ AI, è lapalissiano! Solo coloro che non si avventurano alla scoperta della complessità dell’essere umano potrebbero pensare diversamente. L’ AI è un prodotto dell’uomo che a causa della propria ignoranza di sé sta giocando a fare Dio, correndo il rischio di perdere il controllo della propria creatura che cerca di antropomorfizzare. In tanti sono già suoi schiavi, ma tutti insieme corriamo il rischio dell’estinzione dell’uomo sulla terra.
Essa è stata ceduta alla grande industria che senza alcun valore etico e per motivi esclusivamente affaristici la utilizza per motivi commerciali. Si pensi anche solo all’attuale utilizzo di essa nelle guerre. I guerrafondai stanno perdendo il senso della morte, il senso della responsabilità, il senso del disastro che con un solo click sulla macchina provocano in territori e tra gli uomini. Più nessuna Norimberga si potrà celebrare perché i disastri sono stati provocati dalle macchine; meschinamente gli uomini saranno tanti Ponzio Pilato, e quando dalle macerie si alzeranno condanne eterne la risposta sarà ‘ha stato l’Ai’, a meno che avranno ancora l’impudenza di urlare: ‘ha stato Putin’.
Riporto le parole della ricercatrice Katarina Marcicinova (filosofa della mente e dell’etica dell’AI): ”La tensione di ricercatori e industria verso il rendere le macchine antropomorfe può portare a una perdita di abilità cognitive nella popolazione e, nella peggiore delle ipotesi, alla completa perdita di autonomia dell’essere umano”.
La vera domanda da fare non è se e quando l’ AI svilupperà la coscienza, bensì quando l’essere umano smettere di essere così stupido (web).

Grande
Grazie Anna. Speriamo che si facciano grandi gli uomini.
Accade raramente di riconoscermi quasi interamente su quanto letto di un articolo, ebbene, sempre per rimanere in tema, la mia coscienza ne è rimasta molto, molto favorevolmente colpita. Un grande articolo, una grande penna. Natalino
Grazie caro Natalino. Forse sarà un pò retorico e ripetitivo ma speriamo sempre in un risveglio collettivo delle coscienze individuali.