Febbre, passioni o veleno? Cinque secoli dopo, la morte di Raffaello resta un enigma irrisolto
Il Pantheon, a Roma, è uno dei luoghi più solenni che il tempo abbia preservato. La luce cade dall’oculo con precisione implacabile, tracciando nel vuoto un cono di chiarore che si muove come un orologio invisibile. In questo spazio sospeso, dove il respiro si fa eco e il silenzio custodisce i secoli, riposa un artista che la storia ha consacrato immortale: Raffaello Sanzio da Urbino.
La sua tomba è semplice, eppure mai priva di fiori freschi. Pellegrini della bellezza continuano a deporli, segno che dopo cinquecento anni il suo nome non si è mai spento. Sulla lastra, l’epitaffio composto da Pietro Bembo recita parole che da sole potrebbero bastare a spiegare un destino: “Ille hic est Raphael, timuit quo sospite vinci, rerum magna parens, et moriente mori.” — Qui giace Raffaello: mentre era vivo la Natura temette di essere vinta; quando morì, temette di morire anch’essa.
Eppure, la sua morte resta avvolta da un enigma. Come poté spegnersi a soli trentasette anni, nel pieno della gloria, amato da papi e principi, idolatrato dai suoi contemporanei?
È qui, davanti alla sua tomba, che immagino di poterlo intervistare. Un colloquio impossibile, dove il genio si concede a chi lo ascolta.
Domanda: Maestro, l’anno 1520 segnò la sua uscita di scena. Le cronache raccontano di una morte improvvisa, rapida, quasi innaturale. Cosa accadde?
Raffaello: Fu un fuoco che arse dall’interno. Una febbre mi colpì in poche ore. Brividi gelidi, sudori freddi, il petto gravato da un peso insopportabile. La lingua secca, il respiro corto. Il corpo che aveva retto infinite fatiche si fece fragile come vetro.
Domanda: Giorgio Vasari, nella sua Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, scrisse: “Di continuo attendendo a piaceri e disordinati amori, avvenne che una volta, essendosi più del solito affaticato, tornato a casa, si sentì male; e crescendo la febbre, e non confessando egli la cagione, i medici, per medica esperienza, credendola cagionata da altra causa, gli diedono molti refrigeri; i quali gli nocquero sommamente, onde Raffaello andò in estrema debolezza. E per non avere potuto risarcirsi, morì il giorno medesimo del suo nascimento, che fu il Venerdì Santo.”
Raffaello: Vasari mi descrisse come vittima di eccessi, e forse non aveva torto. Ho amato molto, senza misura, ed è possibile che le mie passioni abbiano consumato più del dovuto. Ma furono i medici, con i loro rimedi sbagliati, a strapparmi l’ultima energia.
Domanda: Altri hanno visto nella sua morte i segni di una febbre maligna, forse malaria, così comune nella Roma delle paludi.
Raffaello: Può essere. La mia febbre fu rapida e violenta, come un incendio che divampa senza controllo. Non ebbe il passo lento delle malattie ordinarie, e per questo molti vi lessero un segno di destino.
Domanda: Eppure non mancano voci più oscure: l’avvelenamento. Lei, architetto della nuova San Pietro, aveva conquistato incarichi che scatenavano invidie e rancori.
Raffaello: Roma è teatro di potere e tradimento. Ho avuto protettori altissimi, ma anche nemici silenziosi. Un calice adulterato, un pasto avvelenato: ipotesi, sospetti, sussurri. Nessuna prova, solo ombre. Ma le ombre durano più della luce.
Domanda: Allora, Maestro, quale fu la vera causa della sua morte?
Raffaello: La verità appartiene alla polvere. Restino le ipotesi, resti il dubbio. Io sono morto giovane, sì, ma non incompiuto. La mia vita fu cerchio perfetto: nato e morto lo stesso giorno, il 6 aprile. Non vi basta questo segno?
Il dialogo si dissolve, ma l’enigma resta. Vasari, celebrandolo come l’artista perfetto, non esitò a sottolineare il lato scandaloso della sua fine: la vitalità amorosa, la mancata confessione, i medici che sbagliarono cura. Altri cronisti descrissero febbri maligne e dolori al petto che oggi potrebbero far pensare a una polmonite fulminante. Altri ancora preferirono il racconto oscuro del veleno, che rende più intrigante la morte di un genio.
Roma pianse come raramente aveva pianto. Le campane suonarono a lutto, come per un pontefice. Il corteo funebre attraversò la città, e il Pantheon, tempio degli dèi, accolse colui che aveva dato alla pittura il volto dell’armonia.
Forse è proprio questo il punto: la morte di Raffaello non doveva essere chiara. Un enigma aperto perpetua il mito più di qualsiasi certezza. La febbre, l’amore, il veleno: ciascuna ipotesi è credibile, nessuna definitiva. È il mistero stesso a rendere eterno il suo nome, a custodirlo accanto alla perfezione delle sue Madonne, ai colori della Scuola di Atene, ai disegni mai portati a compimento per San Pietro.
Il sole cala dall’oculo. Per un attimo la lama di luce si posa sulla sua lapide, illuminando le parole di Bembo. Ed è come se l’artista, dal silenzio dei secoli, ancora ci parli: “Ho vinto la morte non con la vita, ma con il segreto che ho lasciato dietro di me.”
IL FILMATO: La Misteriosa Morte

Ottimo Sergio…as usual! 👍
Grazie, Gian Carlo.