Un contributo del Prof Antonio Binni
Gran Maestro Emerito della G.L.D.I.
Dobbiamo prenderne atto! Il tempo del neoliberalismo di fine novecento – con il mercato globalizzato; con il consumismo esasperato e con la libertà sessuale spesso degradata a autentico libertinaggio – oggi è finito!
Di esso rimane un semplice ricordo! Nel presente, si è infatti affermato un nuovo e radicalmente diverso modus vivendi caratterizzato dalla paura, dove l’auto – conservazione del soggetto costituisce l’unica meta, il solo fine perseguito. Indagare a fondo la conoscenza di questo diverso paradigma esistenziale diventa allora importante per rendersi innanzitutto conto del radicale mutamento avvenuto, oltre che, in secondo luogo, per trovare nuove chiavi di lettura di alcuni sintomi inediti della contemporaneità, quali le tossicomanie; le depressioni; le anoressie; le bulimie; l’alcolismo e, soprattutto, l’alto numero dei suicidi giovanili.
Da qui l’urgenza di alcune riflessioni. La vita di fine secolo scorso conosceva il godimento senza inibizioni, né limiti, inteso come una emancipazione della sessualità dall’oscurantismo delle ideologie religiose. A questa diffusa dissipazione, nel presente, opera invece a contrasto la tendenza generalizzata all’isolamento e alla più totale chiusura (con gravi danni in ambito sociale!). L’uomo non è più un animale sociale, come ha insegnato Aristotele, ma una minaccia incombente, l’inferno divenuto persona.
Il muro è diventato così il simbolo della difesa protettiva atto a conservare la propria identità incontaminata, e i confini, anziché luoghi di transito, altrettanti argini privi di porosità (per rubare la parola a Freud). L’esempio classico di questa chiusura è costituito dagli adolescenti che, all’aperto della vita, preferiscono, invece, il chiuso delle loro stanze, agli scambi sociali, la connessione permanente a Internet e agli altri dispositivi elettronici, fenomeno noto col termine giapponese hikikomori (da «hiki» – tirare indietro e «komoru» – ritirarsi).
A significare appunto l’isolamento ottenuto con il rinchiudersi nella propria stanza al fine di auto – escludersi del mondo. Questo diffuso senso di paura di vivere è poi l’effetto delle perturbazioni improvvise e imprevedibili del mondo che rendono ingovernabili tanto la vita, quanto la morte. Di fronte a questi fenomeni così anomali l’uomo è infatti, per definizione, impotente. Da qui allora la paura che rende problematico sperimentare l’esperienza abissale della libertà.

Difendersi dalla vita così densa di pericoli e di angosce. Diventa allora più sicuro vivere al chiuso che incontrare invece la dimensione illimitata dell’aperto. Questa difesa ad oltranza del proprio spazio vitale, per quanto ridotto, oltre che nemico della vita della polis e del suo destino, non deve tuttavia, meravigliare perché, accanto al mondo inteso come apertura, coesiste, all’opposto, anche una pulsione securitaria che altro non è poi che una “versione difettiva” (così Recalcati) della pulsione di morte, teorizzata, com’è noto, da Freud nella ormai classica opera al di là del principio di piacere: forza di carattere regressivo – conservativo che appunto mira essenzialmente a conservare la vita.
Fino al punto di rinunziare alla stessa vita, di rifiutare il suo spazio vitale, nel nome della sua difesa e della sua protezione, preminente fine e meta irrinunciabile!
L’auto – conservazione diventa così l’elemento primario da salvaguardare e proteggere. Anche se codesta pulsione ha poi l’effetto distruttivo di annientare la vita perché la vita, più cerca di proteggersi, più è invece destinata a distruggersi! L’immobilismo esclude infatti la possibilità di una trasformazione.
La vita diventa così sterile, mera ripetitività, assenza di slancio e di progresso, negazione del desiderio con conseguente esclusione di ogni trascendenza, misera povertà, tradimento della vita stessa che esige invece non l’auto esclusione, quanto invece l’apertura verso il mondo e verso l’altro. Contro l’illimitata ingovernabilità della esistenza – pena la caduta nell’isolamento del baratro – occorrerà allora fare appello al coraggio, anziché alla paura, perché l’unica paura da temere non è quella della vita, ma la spinta a conservare la vita che porta alla sua perdita radicale. Dunque: è vietato essere pavidi! È vietato avere paura!
Già da questi brevi cenni sommari si evince la nostra ferma presa di distanza da un fenomeno che non può produrre buoni frutti perché la creatività propria della vita nasce e si sviluppa solo con la trascendenza che è insita nel desiderio, che non nasce dalla mancanza, ma dall’impegno a costruire. L’auspicio non può dunque essere diverso da quello di un rapido superamento di un modus vivendi che si risolve in un grave autentico impoverimento. Chi, come la massoneria, intende arrecare un proprio significativo contributo alla crescita della polis non può allora astenersi dall’assolvere l’impegno di ripristinare il senso profondo della vita e i suoi preziosi valori che fanno dell’apertura al mondo e agli altri un paradigma di vita degno di essere vissuto e trasmesso nel tempo.
Avviandoci all’epilogo di queste note si deve tuttavia sottolineare che i due paradigmi sommariamente ricostruiti, oggettivamente contrapposti, in quanto l’uno inneggia la vita, mentre l’altro ha, all’opposto, la sua cifra identificativa nella prigione, nella realtà fattuale oscillano invece dall’uno all’altro polo, in un movimento alternativo, che fa bene sperare! Da qui la non chimerica speranza che si riaffermi presto un tipo di vita aperto a tutto ciò che è nuovo e insolito!
Vivere significa infatti continuare a nascere ogni giorno senza rimpiangere la condizione protetta di una vita chiusa, priva di libertà. In estrema sintesi. Vivere la vita è più importante che difendersi dalla vita.
La vita non può pertanto chiudersi alla paura, ma aprirsi, con coraggio, alla libertà della scelta. Altrimenti si insterilisce fino a morire del tutto! Aprirsi a nuovi orizzonti, vivendo l’esperienza abissale della libertà: questo il destino dell’uomo votato a cogliere il dono della creatività, frutto unico, stupendo, esclusivo, sempre inaspettato della vita. Da qui il rinnovato fermo impegno a resistere contro la tendenza di morte, oggi purtroppo così diffusa, oltre che totalmente incomprensibile proprio perché così anti- umana.

Fotografie di Giancarlo Guerreri
