Il viaggio del fotografo verso la sperimentazione
Articolo di Katia Bernacci e Marino Olivieri
Proprio in questi giorni si è conclusa la mostra di Camera Torino dedicata a Edward Weston (1886-1958), una delle voci più riconoscibili della fotografia modernista americana. La sua ricerca prese spunto dal pittorialismo, ma negli anni Venti si orientò verso una visione limpida, analitica, dove ogni dettaglio veniva studiato con attenzione. In Messico, accanto a Tina Modotti, fotografa, attrice e militante politica, riuscì a strutturare un linguaggio tutto suo, che partiva dagli oggetti quotidiani e li trasformava in forme quasi astratte: peperoni, conchiglie, dune, corpi.
Con il Gruppo f/64, un collettivo fotografico nato a San Francisco nel 1932, formato da autori come Ansel Adams, Edward Weston, Imogen Cunningham, Willard Van Dyke e altri, si impegnò nel fare una fotografia “pura”, nitida, priva di artifici.
Il nome “f/64” richiamava l’utilizzo del diaframma molto chiuso sulle lenti dei banchi ottici di grande formato, che garantiva massima profondità di campo e dettagli estremi, era una vera e propria presa di posizione, la fotografia doveva mostrare il mondo con precisione assoluta, senza effetti pittorici o sfocature.
Nel 1937 Weston ottenne la Guggenheim Fellowship, una borsa di studio molto prestigiosa, assegnata dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation a artisti, studiosi e scienziati che avevano già dimostrato talento e risultati solidi. Offriva denaro e tempo libero per sviluppare un progetto personale, senza vincoli accademici o istituzionali. I candidati venivano scelti per eccellenza comprovata e per la qualità della loro proposta. La borsa poteva essere usata liberamente e serviva a permettere un lavoro più profondo, più autonomo, più ambizioso.
Weston iniziò quindi a percorrere gli Stati Uniti in lungo e in largo, producendo centinaia di negativi, molti dei quali legati a Point Lobos, in California, luogo cardine della sua poetica, perché lì il fotografo riteneva di aver trovato un luogo perfetto, dove la luce, le forme e l’erosione riuscivano a rendere la sua arte al meglio.

Il suo amore per la bellezza delle forme non si fermò al paesaggio, anzi, forse possiamo dire che proprio i primi anni della sua carriera s’incentrarono sullo studio di linee e volumi particolari, che mettevano appunto in congiunzione corpi umani e altre forme esistenti in natura.
Il fotografo iniziò a fotografare i nudi nei primi anni Venti, quando stava abbandonando il pittorialismo ma non aveva ancora trovato una direzione definitiva. Il nudo gli offrì un terreno di sperimentazione “puro”, niente abiti, niente contesto, solo pelle, luce e struttura.
Non cercava erotismo né psicologia, infatti nelle sue foto non emergono questi elementi, voleva capire però come la luce costruiva un corpo. Per questo lavorava con pose ferme, spesso innaturali, che gli permettevano di osservare come le superfici reagivano all’illuminazione. I primi nudi furono realizzati in California, poi in Messico, dove l’ambiente culturale più libero gli permise di spingersi oltre.
Tra le donne fotografate alcune erano della sua cerchia personale e artistica, soprattutto negli anni Venti e Trenta, quando il nudo divenne il suo principale laboratorio formale, la più celebre fu Charis Wilson, modella, compagna e poi moglie di Weston. Con lei realizzò pose ferme, superfici chiare, un controllo della luce che definì la sua estetica degli anni ’30. Charis inoltre contribuì ai testi e al progetto della Guggenheim. Prima di lei ci fu Tina Modotti, prima compagna e collaboratrice in Messico, dal 1923 al 1926/27), le cui immagini appaiono più intime e sperimentali, rispetto a quelle della Wilson. A queste fotografie si affiancarono quelle di modelle professioniste, amiche e colleghe.

Le foto dei peperoni arrivarono nel 1929, dopo anni di lavoro sui nudi, che gli avevano insegnato a leggere il corpo come volume, non come identità, alla ricerca di curve, torsioni, ombre. Quando passò ai peperoni, portò con sé la stessa logica. Per lui il peperone era una scultura naturale, un oggetto che conteneva già in sé una complessità plastica sorprendente. Weston diceva che ogni peperone aveva un “carattere” diverso, come un corpo.
In conclusione, il lavoro del fotografo, sperimentale e accurato, anche se non certo unico in quel periodo, è riuscito a esprimere un concetto interessante: la trasformazione della fotografia in un messaggio che passa attraverso la bellezza e la forma, e che in questo unisce concetti e oggetti diversi tra loro.
Oggi il lavoro di Weston è molto amato e le mostre delle sue opere sono numerose e varie, purtroppo la ricerca della “verità visiva” dell’artista venne rallentata da una malattia che lo afflisse negli ultimi anni, il Parkinson, che non riuscì a scalfire la voglia del fotografo di sperimentare e di lasciare un archivio organizzato e particolare ai posteri.
Fotografie di Marino Olivieri Ph
