«Les pecheurs de perles» Federico Buttazzo nei panni di Nadir
«… attraverso il teatro e la possibilità di “essere” tante persone diverse da me, nel tempo ho scoperto aspetti del mio carattere che non sapevo di avere»
Fin dalle civiltà primitive è rintracciabile un abbozzo di melodramma, ossia una fusione tra musica e parola. L’evoluzione di questa forma d’arte, dal teatro greco, attraverso il Medio Evo fino agli studiosi del Rinascimento, porterà alla nascita dell’Opera lirica come viene intesa ai giorni nostri.
Le Jeu de Robin et Marion è un’opera teatrale intervallata da canzoni scritte dal trovatore Adam de la Halle negli anni 1270 o 1280. È una delle prime opere drammatiche del XIII secolo prodotte in Occidente che ci sono pervenute.
Nelle corti rinascimentali i festeggiamenti erano spesso in forma teatrale; in seguito, fra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, la fiorentina «Camerata dei Bardi» codificò il genere che conosciamo come melodramma. Le prime opere rappresentate, secondo questi canoni, furono Dafne e successivamente Euridice, direttamente ispirate alle tragedie greche. Il primo autore che completa la genesi dell’Opera è Claudio Monteverdi del quale, nel 1607, viene rappresentato l’Orfeo.
L’Opera ebbe un successo trasversale tra le varie classi sociali, fu esportata con stile, lingua e interpreti italiani e si divide sostanzialmente in seria e buffa. Altri generi musicali combinano il canto con la musica: composizioni sacre e varie corali. A metà dell’Ottocento in Francia nacque l’Operetta che si diffuse soprattutto a Vienna e Londra.
Di queste espressioni artistiche parliamo con il tenore leccese Federico Buttazzo che nella sua carriera le ha esplorate tutte.
Con quale opera hai esordito?

Il mio debutto da solista è avvenuto il primo dicembre 2012 con il ruolo del Conte d’Almaviva ne Il barbiere di Siviglia di Rossini. Ricordo bene le sensazioni provate: non mi sentivo “pronto” nel senso pieno del termine e affrontai quel ruolo con l’incoscienza dell’esperienza ancora limitata. A fare davvero la differenza fu la fiducia che mi fu concessa: il direttore Giovanni Farina, la regista Grazia Coppolecchia e un cast straordinario, umanamente e artisticamente, credettero in me senza esitazioni. Quella fiducia fu un punto di svolta: mi diede il coraggio necessario per affrontare la sfida e, soprattutto, per continuare a crescere, studiare e perfezionarmi sempre più. Da allora sono passati molti anni e il Conte d’Almaviva è rimasto una presenza costante e preziosa nel mio percorso, che mi ha regalato tantissime soddisfazioni in giro per il mondo.

Tra i ruoli che hai interpretato più volte ci sono, come ricordato, il Conte d’Almaviva ne Il barbiere di Siviglia, Don Ramiro ne La Cenerentola, Dormont ne La scala di seta, Ernesto nel Don Pasquale, Beppe/Arlecchino nei Pagliacci, Nemorino ne L’elisir d’amore, Rinuccio nel Gianni Schicchi, Arturo ne I Puritani, Bastiano nel Bastiano e Bastiana. A quale di questi personaggi sei maggiormente legato e perché?

In questi anni ho avuto la fortuna di interpretare più di venti ruoli diversi e, tra quelli che hai citato, mi piace ricordare anche Nadir ne Les pêcheurs de perles e il funambolico Lindoro ne L’italiana in Algeri. Ma se devo sceglierne uno, scelgo sicuramente Ernesto del Don Pasquale di Donizetti. È un ruolo considerato tra i più complessi per un tenore, eppure ogni volta che lo canto mi sento vocalmente “a casa”: la voce fluisce con naturalezza e anche le difficoltà tecniche sembrano dissolversi. Don Pasquale è l’ultima grande opera buffa dell’Ottocento, quasi un commiato malinconico a un’intera stagione, e in Ernesto la spensieratezza si fonde con un romanticismo puro. Donizetti gli ha regalato pagine meravigliose, su tutte l’aria Povero Ernesto, con un assolo di tromba che apre un momento di struggente tenerezza. È il momento dell’opera che preferisco e lo vivo sempre con grande trasporto. E poi, pochi minuti dopo, Ernesto torna leggero, ironico e anche innamorato. Forse è proprio questo continuo alternarsi di emozioni che mi tiene così legato a lui: è fragile e coraggioso, malinconico e luminoso, buffo e innamorato. In poche parole, è bello per me “essere” Ernesto.
La «Compagnia Italiana di Operette», attiva da più settant’anni, ti ha invitato a una collaborazione e da quel momento sei diventato elemento fisso per le recite de La vedova allegra di Lehár e di Scugnizza del pugliese Mario Pasquale Costa. Premesso che l’Operetta affronta argomenti più leggeri anche rispetto all’Opera buffa, quali difficoltà incontra il cantante nell’interpretare personaggi con sfumature diverse quali l’Arlecchino dei Pagliacci, il Conte di Almaviva de Il barbiere di Siviglia e Camille de Rossillon de La vedova allegra?

Il mio debutto nell’operetta è arrivato in modo abbastanza rocambolesco: il tenore che interpretava Camille de Rossillon in una recita de La vedova allegra a Taranto era indisposto, alcuni colleghi fecero il mio nome per una sostituzione al volo e, in quell’occasione, ebbi la fortuna di entrare in quella che è diventata per me una grande famiglia: la storica «Compagnia Italiana di Operette», guidata dall’instancabile Maria Teresa Nania e composta da artisti splendidi.
Il mondo dell’operetta è un universo a sé: i temi sono leggeri e spensierati, la musica è frizzante, ma ciò che rende tutto davvero particolare è quella che potrei chiamare una “mescolanza”. Le parti cantate si alternano alla prosa recitata e alla danza, ed è proprio lì che il cantante d’opera si trova di fronte a sfide nuove. Nell’opera lirica, salvo poche eccezioni, non esistono parti prettamente recitate: siamo abituati ai recitativi, dove la musica ti sostiene e ti suggerisce ritmo, colore e intenzione. Nell’operetta, invece, la prosa ha un peso specifico molto elevato e non c’è la musica a supportarti: richiede uno studio diverso, una presenza scenica diversa e, sembrerà strano, anche un altro modo di stare sul palco.
E poi c’è la danza, che per me è la sfida più impegnativa. In compagnia c’è un corpo di ballo professionista per i grandi numeri, ma ogni personaggio deve comunque eseguire le sue piccole coreografie. Non è stato facile renderle fluide e naturali, ma confesso che mi diverto tantissimo a far parte di questi spettacoli.
Hai partecipato alla messa in scena de Il barbiere di Siviglia con la regia dell’eclettico Michele Mirabella; che esperienza è stata lavorare con lui?

Ho conosciuto il Maestro Mirabella in occasione di una serie di concerti dedicati a Rossini e, in seguito, durante una produzione di Il barbiere di Siviglia. La sua carriera è straordinaria e nota a tutti e la sua esperienza traspare in ogni momento di lavoro. Ho un ricordo bellissimo di quelle prove e di quegli spettacoli: ho apprezzato in lui una grande affabilità unita a una serietà profonda. Tutto era improntato al rispetto del pubblico, della musica e, soprattutto, della professione dell’artista. Possono sembrare osservazioni banali, ma purtroppo non è sempre così in teatro, e lavorare con qualcuno che ha quella visione è un privilegio.
Tra le altre cose, ricordo con piacere i complimenti ricevuti dal Maestro per l’esecuzione dell’aria Languir per una bella: ne fui molto lusingato, sia per la difficoltà dell’aria sia perché Mirabella ha collaborato con alcuni dei più grandi cantanti del nostro periodo.
Sia l’Opera lirica sia l’Operetta, impongono anche di “entrare” nel personaggio; quanto ti sono serviti i corsi di recitazione che hai frequentato?
La recitazione mi ha sempre affascinato: ti permette di indossare una maschera e, per un paio d’ore, essere chiunque. Ho frequentato corsi di recitazione ben prima di cominciare a studiare canto, tanta era la curiosità verso quel mondo. Quando ho iniziato a cantare, approfondire la recitazione è diventato un passo naturale: i corsi sono stati fondamentali, così come lo è stato lavorare con grandi registi e osservare i colleghi più esperti. La cosa che non mi aspettavo è un’altra: sono una persona molto riservata eppure, attraverso il teatro e la possibilità di “essere” tante persone diverse da me, nel tempo ho scoperto aspetti del mio carattere che non sapevo di avere. Considero questo uno dei regali più inaspettati che questo mestiere mi abbia donato. Quando mi avvicino a un nuovo personaggio, cerco prima di tutto di capire il mondo in cui vive: non solo studio il libretto e il contesto storico, ma provo anche a cogliere le intenzioni narrative e musicali che hanno guidato compositore e librettista. Poi cerco di indossare la sua maschera dall’interno, immaginando come penserebbe e come reagirebbe, lasciando che le mie esperienze personali filtrino tutto in modo naturale. In questo modo riesco quasi sempre a divertirmi giocando a essere qualcun altro.
Qual è il tuo repertorio nell’attività concertistica?
Chi organizza concerti tende naturalmente a cercare il consenso del pubblico proponendo i grandi classici e così mi ritrovo spesso a cantare le arie più amate e conosciute del repertorio belcantistico: i più richiesti sono naturalmente Una furtiva lagrima, La donna è mobile e Pourquoi me reveiller. Cerco però sempre di inserire almeno un brano meno frequentato, qualcosa che mi piace interpretare ma che il pubblico conosce meno, come Ah! mes amis dalla Fille du régiment di Donizetti o Sì, ritrovarla io giuro da La cenerentola di Rossini. E quando c’è la possibilità, aggiungo qualche canzone classica napoletana, resa immortale dai grandi tenori del passato perché sono brani che tutti conoscono e creano un collegamento magico con il pubblico.
Sei anche tu un estimatore della canzone napoletana come Lucio Dalla che considerava Era de maggio uno dei brani più belli della storia della canzone a livello mondiale…

Assolutamente sì: oltre a inserirla regolarmente nei programmi dei miei concerti, ho avuto il privilegio di cantare Era de maggio in uno speciale su TV2000, ed è stata una grande emozione. La canzone classica napoletana è una parte preziosissima della nostra cultura, resa immortale dai grandi interpreti del passato. Ha qualcosa di unico: quando canti Reginella o I’ te vurria vasà, spesso si crea una magia difficile da spiegare: è come se il pubblico cantasse assieme a te nel silenzio della sala. Qualche volta poi è capitato davvero: trasportati dalla melodia, alcuni spettatori hanno cominciato a canticchiare dal loro posto. Per me è uno dei momenti più belli che un concerto possa regalare.
Ti è capitato di rifiutare qualche ruolo sia nell’Opera seria sia in quella buffa?
Ho una tipologia di voce e un timbro molto particolari, con caratteristiche che rimandano immediatamente al repertorio rossiniano e donizettiano. Questo ha fatto sì che, nel corso degli anni, mi venissero proposti soprattutto ruoli scritti per la mia vocalità o che comunque non si discostano troppo dalle mie caratteristiche. Eppure, come accade a molti colleghi, mi sono trovato anche davanti a ruoli che, pur interessanti, non sentivo davvero miei. Per questo motivo mi è capitato di rifiutare qualche proposta, anche se non è mai una scelta semplice, perché significa declinare la fiducia di chi ti ha immaginato in quel ruolo. In questi anni ho rifiutato due proposte: Alfredo ne La traviata ed Edgardo nella Lucia di Lammermoor. Pur lusingato della stima, ho preferito dire di no perché credo che quei ruoli non corrispondano alle mie attuali caratteristiche vocali. Il repertorio del tenore lirico-leggero è vastissimo e comprende tanta musica meravigliosa e, per ora, preferisco rimanere fedele alla mia corda. La considero una scelta di rispetto verso la musica, certamente, ma prima di tutto verso me stesso.
Ci sono ruoli che non hai interpretato e che vorresti mettere in repertorio?

Ho avuto la fortuna di interpretare tanti ruoli, alcuni stupendi ma appartenenti purtroppo a opere poco rappresentate, penso ad Arturo ne I puritani o a Nadir ne Les pêcheurs de perles e, di recente, ho finalmente debuttato Lindoro ne L’italiana in Algeri, che probabilmente è il ruolo più difficile che abbia mai affrontato. Era una sfida che volevo raccogliere da anni e che ho potuto realizzare grazie alla fiducia della Direzione del «Taranto Opera Festival»: un debutto che mi ha regalato una grande soddisfazione. Ma c’è effettivamente un ruolo che mi manca e che sogno di interpretare: Elvino ne La sonnambula di Bellini. So bene che si tratta di un’opera di rara messa in scena ma per me rappresenterebbe la chiusura di un cerchio. È uno dei ruoli che hanno reso immortali i giganti del mio registro, primo fra tutti Tito Schipa, a cui mi ispiro costantemente. Cantare Elvino sarebbe per me un traguardo speciale.

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É sempre interessante e affascinate sapere come l’interprete interiorizza l’opera che eseguirà. In questa intervista si riscontrano tutti gli stati d’animo che il protagonista vive. Bravo
Che intervista! Complimenti! Una bella conoscenza di arte e di repertorio attraverso l’esperienza del tenore Federico Buttazzo grazie anche alla intelligente presentazione di Francesco Rodolfo Russo.
Wow, intervista super!
Grande intervista, wow!!!!
Conosco il Tenore Buttazzo e lo apprezzo. Bella intervista che mette in risalto la sua bravura.
Una storia artistica molto bella. Altrettanto bella l’intervista. Complimenti
Sono musicista e apprezzo molto l’impegno artistico. Complimenti.
Intervista coinvolgente.
L’intervista a Federico Buttazzo fatta,come sempre molto bene, da Francesco offre uno spaccato interessante della carriera di un giovane tenore. Emergono con chiarezza la passione e la disciplina.
Buttazzo sottolinea come il cantante lirico non sia soltanto una voce, ma un attore chiamato a comprendere profondamente il personaggio e il contesto dell’opera.
Mi ha colpito inoltre la prudenza con cui affronta la scelta dei ruoli, rifiutando parti prestigiose quando non le ritiene adatte alla propria vocalità. Questa attenzione artistica testimonia maturità professionale e rispetto per la musica.
L’intervista, infine,mette in evidenza che il tenore considera lo studio, l’umiltà e la fedeltà alla propria voce i pilastri della sua carriera.