Gian Francesco Bellezia, il “Sindaco della peste” di Torino e un trattato sulla peste
Nel 1630, quando a Torino scoppia la peste, lo Stato sabaudo è stretto tra le guerre e il Duca Vittorio Amedeo I è appena succeduto al padre. Il più grave contagio mai infuriato in città causerà la morte di quasi un terzo degli abitanti, nel breve volgere di pochi mesi.
Contro il morbo non ci sono difese, tranne la fuga, e molti lasciano la città, compresi, nel momento più drammatico, il Duca, la Corte, i ministri e i pubblici funzionari. A reggere la città e ad adoperarsi contro la malattia, rimane solo il Consiglio comunale, con il suo sindaco Gian Francesco Bellezia, figura di riferimento, che sarebbe poi assurto ad alte cariche di Stato. Accanto al Municipio rimangono i religiosi degli Ordini regolari, che prestano la loro opera nei due lazzaretti torinesi. Non mancano alte figure di medici, tra cui spicca il protomedico Giovanni Francesco Fiochetto, attivo collaboratore degli amministratori comunali: egli, oltre a curare, cerca di comprendere le cause del male, scrivendo un trattato rimasto celebre, che citeremo in chiusura.
Appartenente a una famiglia originaria di Lanzo, figlio del giureconsulto Gaspare, Gian Francesco Bellezia nasce a Torino nel 1602 e si laurea in legge all’Università di Torino nel 1622; lettore presso l’Ateneo di Torino, dal 29 settembre 1625 ricopre la carica di decurione comunale.
Dal 1612 la sua famiglia è proprietaria di una vigna in corrispondenza dell’attuale corso Casale, ai piedi della collina di Torino, Villa d’Agliè, ereditata dal padre e da lui utilizzata come residenza alternativa a quella in centro, quale rifugio durante l’epidemia di peste; dal 2007 il suo giardino è entrato a far parte del Registro dei Giardini Storici, grazie alle sue origini seicentesche e alle modifiche per mano dell’architetto paesaggista Russel Page. Nella villa sono state girate alcune scene del film La donna della domenica (1975) di Luigi Comencini.
Torniamo al Bellezia. L’inizio della sua ascesa è legato all’appassionata ed energica opera di magistrato (inizialmente quale Sovrintendente alla Sanità, dal settembre 1629 come Sindaco), in un momento di carenza dei pubblici poteri e di grave pericolo per la città, come quello della ricomparsa della peste.
Dopo la resa di Torino alla Francia (20 settembre 1640), egli appare la persona più adatta al confronto con il nemico e viene “eletto per il più francese di tutto il consiglio” a trattare con il Cardinale Richelieu una riduzione dei contributi della municipalità torinese al quartiere d’inverno francese. Carlo Emanuele II, che procede a fatica nell’opera di ricostruzione della burocrazia scompaginata dalle vicende della guerra civile e della reggenza, il 31 marzo 1656 chiama Bellezia a presiedere il contado di Asti e il Marchesato di Ceva e ad assumere l’ufficio di conservatore generale degli ebrei; nel giugno 1657 lo designa a presiedere il Senato e il Ducato di Monferrato.
Storicamente originale ed interessante è la sua posizione nel 1661, di fronte alla ripresa del conflitto con i Valdesi: pur avallando dal punto di vista giuridico gli eccessi repressivi attuati dal Marchese Carlo Emanuele Giacinto Simiana di Pianezza, Bellezia ritiene che la questione esorbiti dall’ambito di un problema interno allo Stato e che non si possa esaurire in un’azione di polizia; suggerisce, quindi, il contenimento della propaganda contro i Valdesi e l’intrapresa di un’opera diplomatica nei confronti dei popoli protestanti.
Il Bellezia muore il 13 marzo 1672 e viene sepolto nella chiesa dei Santi Martiri, in via Dora Grossa (oggi via Garibaldi).
Nella Sala del Consiglio del Comune di Torino (detta “Sala Rossa”), sulla parete a destra dell’ingresso, è collocato un ritratto non datato di Bellezia, attribuito a Bartolomeo Caravoglia, effigiato in veste di Sindaco mentre infierisce la pestilenza che, (si legge a piè del quadro) “imperversò dal 29 settembre 1629 al 29 luglio 1630”. Come detto, durante l’epidemia Bellezia rimane sempre a Torino, anche quando la città è abbandonata da Casa Savoia e da chi ricopre cariche pubbliche. Colpito egli stesso dalla malattia, affronta con risolutezza le emergenze che si presentano di volta in volta, tra cui l’isteria popolare nei confronti dei presunti untori e gli episodi di sciacallaggio. La sua figura è menzionata nei Ragionamenti di Cesare Cantù.
Torino lo ricorda con la intitolazione, nel 1807, di una delle vie più antiche nella zona del “quadrilatero romano” e con la collocazione, nel 1866, di una lapide presso la sua residenza cittadina, al numero 4 della via che porta il suo nome.
Un medico illuminato e suo contemporaneo, Giovanni Francesco Fiochetto (Vigone, 1564 – Torino, 9 ottobre 1642), racconterà tutto quel che si conosce all’epoca sul morbo, in un trattato del 1631 dal titolo Della peste e del pestifero contagio. Come premio alla sua abnegazione, durante l’epidemia torinese, il Comune decide di pubblicare l’opera a sue spese, perché sia diffusa in tutto il Ducato. Il libro verrà ristampato nel 1720, quando una nuova epidemia decimerà Marsiglia. Anche a lui viene intitolata una via, non lontana da via Bellezia, parallela a corso Regina Margherita e attigua a un ingresso della ex stazione degli autobus SATTI (ora GTT).
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