“Chi ha visto Torino e non La Venaria, ha conosciuto la madre ma non la figlia”
“Chi a l’a vedú Turin e nen la Venaria, a la cunusú la mare e nen la fija.”
Un proverbio piemontese antico, diretto, che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Torino è la madre: conosciuta, frequentata, raccontata. La Reggia di Venaria Reale è la figlia: forse meno immediata, ma indispensabile per comprendere davvero la storia, l’identità e l’ambizione culturale di questo territorio.
Non si tratta di una battuta popolare né di un vezzo linguistico. È una constatazione che ancora oggi conserva una sorprendente attualità. Si visita Torino, si entra nei palazzi, si attraversano i cortili, si riconoscono i suoi simboli, ma ci si ferma spesso prima di compiere quel passo ulteriore che porta fuori dalla città, verso una delle più vaste e complesse residenze reali d’Europa.
L’idea di tornare a raccontare, anche solo in modo umile e personale, la Reggia di Venaria Reale mi è tornata alla mente la sera di Natale, guardando le splendide immagini dedicate alle bellezze storico-artistiche di Torino all’inizio del programma televisivo condotto da Alberto Angela. Quelle immagini, così curate e coinvolgenti, hanno avuto il merito di riattivare una consapevolezza semplice: certi luoghi hanno ancora bisogno di essere raccontati, perché non sempre sono davvero conosciuti.
La Venaria non è una semplice “estensione monumentale” di Torino. È un progetto autonomo, ambizioso, nato nel Seicento come residenza di caccia dei Savoia e progressivamente trasformato in un organismo architettonico e simbolico di straordinaria complessità. Qui il potere non si limitava a mostrarsi, ma si organizzava, si rappresentava, dialogava con il paesaggio, con i giardini, con il territorio circostante.
Camminare oggi nella Reggia significa leggere questa stratificazione di intenti. Significa cogliere una relazione diversa rispetto ai palazzi cittadini: meno urbana, più aperta, più dichiaratamente legata alla rappresentazione dinastica e alla costruzione dell’immagine della corte.
Per molti anni, però, questo luogo non ha goduto della centralità che oggi gli riconosciamo. Prima dei grandi restauri, quando la Venaria era ancora lontana dall’essere il polo culturale che conosciamo, l’accesso al monumento e la sua fruizione pubblica furono resi possibili anche grazie all’impegno di associazioni di volontariato culturale. In quel periodo ho avuto modo di partecipare alle attività della AVTA (Associazione Venariese Tutela Ambiente e Beni Culturali), che per anni ha accompagnato i visitatori alla scoperta di un complesso straordinario, allora fragile, incompleto, ma già carico di una forza narrativa evidente.
Fu un’esperienza formativa e umana insieme, che insegnava quanto la tutela del patrimonio non sia fatta solo di grandi cantieri e investimenti, ma anche di presenza, studio, passione e responsabilità civile. La Venaria di allora non era ancora “risolta”, ma parlava già con chiarezza a chi sapeva ascoltarla.
Negli ultimi anni la Reggia ha conosciuto una rinascita imponente e meritata. Oggi è finalmente restituita nella sua grandiosità, inserita a pieno titolo nei circuiti culturali internazionali. Ma la vera sfida resta quella dello sguardo: comprendere che la Venaria non è una semplice meta accessoria, bensì una chiave fondamentale per leggere la storia del Piemonte e il rapporto profondo tra Torino e la sua corte.
Il proverbio piemontese lo dice con disarmante semplicità: conoscere la madre senza conoscere la figlia significa avere una conoscenza incompleta.
Chi vede Torino e non la Venaria, forse, ha visto molto.
Ma non ha ancora visto tutto.
Link al mio filmato sul Proverbio
https://www.sergiosalomone.eu/

Certo oggi visitare la Reggia della Venaria con i suoi annessi e connessi è molto facile rispetto al passato. Ricordo con piacere una visita ai tempi del Liceo con una mia compagna : suo padre era Capitano e ci fece vedere i locali del Circolo Ufficiali e tante altre stanze abbandonate nell’ala castellamontiana oltre a quel gioiello della Galleria di Diana. I militari avevano deturpato questo patrimonio enorme e che lo stesso Vittorio Emanuele II aveva loro affidato in quanto quella Reggia aveva costi enormi che gli stessi Savoia nel tempo non avrebbero retto. La bellezza della Venaria oggi si può gustare nell’interezza del suo territorio che sfocia nella Mandria … un grazie sentito a tutte quelle persone che hanno contribuito a riportare questo splendido monumento agli allori delle stampe del Theatrum come i Savoia avevano immaginato ma non del tutto visto quella Reggia ed il suo territorio ai tempi dell’assolutismo sabaudo.
Grazie per questa testimonianza così viva e personale. Il suo ricordo restituisce bene quanto lungo e complesso sia stato il percorso che ha riportato la Venaria alla sua dignità originaria. Oggi possiamo apprezzarla proprio grazie a quel recupero, che ha restituito non solo un monumento, ma un intero territorio alla memoria collettiva.