A spasso con la reminiscenza dell’Avvocato, intento a guardarci da qualche aldilà
Il 24 gennaio 2003 se ne andava nel “chissà dove” anche Gianni Agnelli. L’Avvocato, il patron della Fiat, della Juventus e quant’altro, simbolo di Torino e dell’Italia che contava. Senatore a vita e diplomatico senza esserlo davvero, imprenditore visionario, icona di stile e frequentatore instancabile del jet set internazionale. Un “re senza corona” che sapeva stare a tavola con i potenti del mondo e in piedi accanto agli operai di Mirafiori, con la stessa naturalezza con cui indossava l’Omega Ploprof sopra il polsino destro.

Oggi 24 gennaio 2026, ventitre anni dopo aver abdicato a favore degli eredi di famiglia, viene da chiedersi se nella tomba l’Avvocato non si stia rigirando con un fare poco chic. Non per nostalgia, poiché gli uomini come lui guardano sempre avanti, anche nell’aldilà, quanto piuttosto per ciò che è accaduto dopo.
Se è pur vero che Agnelli lasciò ai posteri una successione colossale, è altrettanto vero che in particolare dal 2023 ad oggi, quell’eredità si è trasformata in una indigesta, sgradevole causa legale, anziché un lascito per il seguito di un progetto industriale.
Il patrimonio miliardario dell’Avvocato è diventato un campo di battaglia: da una parte la figlia Margherita, dall’altra i figli di lei: John Elkann, Lapo e Ginevra. Carte, tribunali, accuse, indagini per ipotetica frode fiscale. Parenti di lusso, ma pur sempre serpenti, direbbe Mario Monicelli. Un palco di teatro dove si consuma una tragica commedia tra le dinastie che si affrontano a colpi di ben altri avvocati, pugnaci e assatanati
E poi c’è Exor, la cassaforte di casa Agnelli, oggi guidata da John Elkann. Una finanziaria globale, certo, elegante e internazionale, ma sempre più lontana da Torino, da Mirafiori, da quella città operaia e borghese che Gianni amava visceralmente. Torino, per lui, non era solo una sede, era un’identità di famiglia, era casa.
Oggi, il recapito ha cambiato volto, ma sono in molti a rimpiangere il parcheggio di Mirafiori zeppo di vetture e la fabbrica in azione. Anche il baricentro si è spostato altrove, tra Olanda, mercati finanziari e strategie che parlano più inglese che piemontese, ed è un difetto per quello che era un vanto.
Chissà cosa farà nel chissà dove l’anima dell’Avvocato. Forse storce il naso, come faceva in vita quando qualcosa lo infastidiva, forse ogni tanto scivolerà di stile come quando la Juve sbagliava un rigore.
Oppure, perché no, forse se ne sta a guardare con l’anima in pace, perché già conosceva i suoi rampolli e le cilindrate degli eredi. Lo sapeva dai tempi della morte di Giovannino, quello che aveva nerbo, stile e grande competenza. L’avvocato era uomo di mondo, ben informato su quanto i patrimoni spezzino più delle ideologie.
Agnelli aveva il suo spessore, girava per Torino con una Panda quanto con una Fiat Dino coupé blu, e immaginarlo chissà dove sta, con cipiglio di chi sa, appartato nel reparto fumatori del “cerchio” a lui destinato. Per quella storia dell’eredità forse guarderà dal basso, accendendosi una Chesterfield con quel fare spigoloso e distaccato.
Immaginare l’Avvocato solo soletto a rigirarsi nello spazio ristretto di una tomba è del tutto riduttivo. Gianni Agnelli non era tipo da tormentarsi in un lapideo, isolato silenzio. In questo giorno dell’anniversario, vien da pensarlo in un girone infernale alquanto esclusivo, dove i nababbi continuano a spassarsela anche dopo il trapasso. Luogo sacro & profano, da dove pronunciare un suo aforisma tra i tanti: “il vero potere non sta nel possedere, ma nel saper governare”.
Poiché gli angeli non hanno sesso, viene da pensarlo in inferno particolare, destinato a peccatori in grado di pagarsi la suite. Un girone ben arredato, con poltrone e moquette in stile con l’ambiente, Martini freddi, calde nobildonne maliziose e divertenti, bella gente, scherzosi Belzebù e conversazioni briose.
Scrivendone, vien da collocare l’Avvocato mentre dibatte con Kennedy o Kissinger, intanto che punzecchia la buonanima di Onassis e parimenti, analizza la nuova formazione di una Juve a tavolino.
Così mi immagino Agnelli in quel posto là, mentre sbircia con distacco sabaudo le beghe terrene della sua eredità. Torino intanto è sempre qua, a onorare dal basso la sua eredità, sventolando bandiere bianconere dalla Curva Sud o passando davanti a un cancello di Mirafiori. Tanti gli amarcord di una città che, nel bene e nel male, porta il suo nome inciso nella irripetibile e talvolta tormentata storia.
Concludendo il pittoresco omaggio: “Buon anniversario, Avvocato, ovunque ella sia!” Alla fine della fiera, forse, l’unica vera eredità che non fa causa a nessuno è il mito che permane e ancora brilla, sperando che Stellantis nuovamente brillerà sulla sua terra

Non potevi descriverlo meglio, leggendoti solo una gran nostalgia di quella Torino che aime’ non esiste più, se non nella memoria di chi l’ha vissuta
Carlo, abbiamo avuto tutti nostalgia non di una Torino che non c’è più, ma di un’Italia, che non c’è più. Fortunatamente i miei (di mia moglie (n.d.r.) figli, non correranno incontro a tali figure meschine, perché quando andrò nell’altrove, non lascerò fortune ed operai in lascito. Riposero’ in pace…
Secondo me San Pietro lo tiene nel suo ufficio e d’estate lo usa da ventilatore, per quanto gli girano gli attributi.
A me da grande desolazione nel cuore
Vedere tutti quei parcheggi vuoti, cancelli sprangati e corso Settembrini deserto…capannoni svuotati in vendita! Non so come possa stare l’avvocato nell’aldilà…ma la sua “creazione” è rimasta un ricordo !
Mi piace immaginarlo nella situazione in cui l’hai descritto.
Certamente qualcosa di eccellente si sarà inventato da fare