Torino si conferma città dal chiaro sapore sinistro. Le ACLI, emanazione sociale della Chiesa, si schierano con il Centro Sociale “Askatasuna”.
In un articolo non firmato, su “Torino News 24” si è letto: “Torino – Askatasuna, anche le associazioni cattoliche scrivono alla città: ‘Torino non è uno stato di polizia. Vogliono criminalizzare il dissenso’”.
Tanto ci siamo occupati dello sgombero del Centro Sociale “Askatasuna”. Il nostro Condirettore, Francesco Rossa, ha scritto un pezzo magistrale sul tanto auspicato sgombero da parte del Governo nazionale.
Dai citati colleghi emerge che “la presidenza delle Acli di Torino ha diffuso una lettera aperta rivolta alla cittadinanza, pubblicata nella serata di sabato, in cui esprime una forte critica alle modalità dell’intervento e al clima politico che lo ha accompagnato”.
Chi conosce un minimo il mondo delle ACLI (Associazione Cristiana Lavoratori Italiani) sa bene che è un agglomerato di soggetti di Sinistra che, manco a dirlo, sono sempre dalla parte di quelle categorie non proprio moralmente condivisibili.
La lettera aperta cui “Torino News 24” fa riferimento è angosciante sin dal primo paragrafo: “Polizia, muri, idranti, scuole chiuse, strade vuote e tanta amarezza. Un intero quartiere militarizzato”.
C’è da chiedersi come mai una lettera simile le ACLI di Torino non l’abbiano vergata quando ad essere militarizzata era la Val di Susa, per colpa di soggetti di “Askatasuna” che hanno lì messo in scena un vero e proprio teatro di guerra.
Secondo la Presidenza di ACLI Torino nel pressi del Centro Sociale “Askatasuna” c’è stata “una sproporzione inaudita di forze, un intervento che non possiamo ignorare e che si inserisce pienamente in una deriva repressiva che soffoca il confronto e desertifica gli spazi sociali”.
Sarebbe interessante capire quali e quante competenze hanno i soggetti di ACLI per mettere in dubbio l’operato della Questura di Torino e dell’intervento stabilito e pianificato al Tavolo Provinciale sulla Sicurezza coordinato dalla Prefettura di Torino.
Inaudito come ACLI Torino si sia permessa di asserire: “Non ci riconosciamo nel modello autoritario con cui l’Esecutivo sta gestendo i rapporti tra istituzioni, società e persone. Non ci riconosciamo nelle scelte quotidiane di un governo che ha dimostrato di non tenere conto dei fragili percorsi di dialogo e interlocuzione che la Città e l’Amministrazione stanno portando avanti con cittadini, gruppi sociali e realtà che, pur nella loro complessità, rappresentano pezzi significativi del tessuto civico. E per tutti questi motivi leggiamo dietro l’assedio e lo sgombero degli spazi di Corso Regina 47 una volontà ben precisa: criminalizzare il dissenso, colpire e reprimere le forme di partecipazione dal basso, cancellare con un colpo di spugna – o forse di manganello – un laboratorio cittadino promosso dall’Amministrazione e costruito sul dialogo e sulla possibilità di immaginare un bene comune condiviso, capace di generare legami sociali nel rispetto delle regole e della legalità”.
Chissà che l’Esecutivo – e nello specifico il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi – non decida di sporgere una querela nei confronti delle asserzioni di ACLI Torino, viste le accuse gravi e non provabili.
Quando un’associazione come ACLI si permette di sostenere che il Governo vuole “cancellare con un colpo di spugna – o forse di manganello – un laboratorio cittadino promosso dall’Amministrazione e costruito sul dialogo e sulla possibilità di immaginare un bene comune condiviso, capace di generare legami sociali nel rispetto delle regole e della legalità”, o lo fa con intento provocatorio, o non conosce i fatti.
In entrambi i casi avrebbe fatto bene a tacere visto che il Governo non ha cancellato con un colpo di spugna un bel niente. Stefano Lo Russo non stava facendo nessuna pianificazione con il Centro Sociale “Askatasuna” ma lo stava coccolando e vezzeggiando, lasciandogli fare alto e basso come voleva.
Il Governo ha – con un più che appropriato e assai tardivo sgombero – finalmente restituito “un bene comune” alla Città di Torino che, invece, con dentro “Askatasuna” ne era esclusa.

Il Governo ha – seguendo le tante condanne emesse dal Tribunale di Torino – espropriato il Centro Sociale “Askatasuna” da un bene pubblico perché lì non c’erano né “rispetto delle regole” né ossequio della “legalità”.
Se ACLI Torino ha così tanta pena per gli attivisti del Centro Sociale “Askatasuna” faccia un atto di carità – come dovrebbe fare un’Associazione Cristiana – e gli ceda una porzione della sua sede, così che questi possano continuare a fare, in Via Perrone 3 bis, quello che hanno fatto in modo illecito, per decenni, in Corso Regina 47.
Sarebbe un bel gesto da parte di ACLI accogliere le “povere vittime del Governo Meloni”, i bravi attivisti nel mirino del “cattivo ed intollerante Ministro Piantedosi”. Sarebbe un modo di dare esempio alla cittadinanza tutta di come ACLI è cristiana, non solo nel nome.

Troppo comodo pretendere che lo Stato debba accettare l’occupazione illegale di uno stabile, solidarizzare con abusivi ed occupanti, prestare il fianco a quanti si sono macchiati di azioni turpi, senza mettersi in gioco in prima persona.
ACLI Torino ha una sede, una bella sede, la condivida con i filantropici attivisti del Centro Sociale “Askatasuna”. I torinesi, sicuramente, apprezzeranno il gesto.
Il Procuratore della Repubblica, Giancarlo Caselli, persona certamente non allineata al pensiero di “Fratelli d’Italia” o della “Lega”, ha sempre sostenuto che la violenza legata al Centro Sociale “Askatasuna” di Torino è di “stampo eversivo” ed ha fortemente criticato chi “nega la pericolosità” di “Askatasuna”.
Evidentemente la Presidenza di ACLI Torino non sa che “Caselli sostiene che le azioni violente messe in atto da alcuni militanti siano paragonabili a pratiche eversive, richiamando la sua esperienza nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse negli anni passati”.
Sulle discutibilissime dichiarazioni di ACLI Torino sarebbe molto bello conoscere l’opinione dell’Arcivescovo di Torino, Roberto Repole, e del suo Vescovo Ausiliare, Alessandro Giraudo, perché sono molti i Cattolici torinesi che hanno preso male la lettera aperta dell’Associazione Cristiana Lavoratori Italiani.

La Chiesa, che Leone XIV definisce “operatrice di pace” non può solidarizzare con quanti hanno più volte, in diversi luoghi, con modalità eversive, creato clima di guerriglia urbana, come le cronache ben narrano.
L’Arcidiocesi di Torino non ha molte scelte, o sta con ACLI Torino (e dunque con “Askatasuna”), o prende le distanze dalle dichiarazioni contenute nella lettera aperta e tranquillizza i fedeli Cattolici che non si riconoscono nella violenza, nell’illegalità, nel clima di impunità che per decenni è andato in scena in Corso Regina 47.
Dicevano i Latini: “Contra factum non valet argumentum”. Lo dicono in molti. Lo pensano le persone oneste e per bene. Lo pensiamo anche noi perché o si sta con le Forze dell’Ordine o si sta con il mondo dell’eversione.

Caspita questi delle ACLI si mettono dalla parte dell’eversione e della violenza più estrema, vogliono fare ritorno agli anni ’70…si adeguano alle frange più estreme del Paese…sfoggiando un Cristianesimo confuso ideologizzato…aveva ragione quel religioso quando anni fa quando mi metteva in guardia…qui a Torino…i….lasciamo stare…evito di…
Caro Bonvegna, i catto-comunisti sono sempre stati un problema che la Chiesa non ha mai voluto (o potuto) fronteggiare. Queste sono le risultanze.
Parole gravi quelle diffuse dalle ACLI. Chi , nel corso degli anni in val di Susa e ancora nei giorni scorsi a Torino ha potuto visionare le caratteristiche tipiche della guerriglia messe in opera dagli attivitsti dei centri sociali, non può che prendere le distanze dalle farneticazioni diffuse dalle ACLI; Purtopp già in passato da Gioc e Acli erano usicti commenti analoghi. In questa triste vicenda emerge la limpidezza e saggezza del Vesovo emerito di Susa, monsignor Alfonso Badini Confalonieri che, a suo tempo aveva invitato i sacerdoti e le associaizoni collaterali a non prendere posizione sulle contrapposizioni create dai NO TAV.. Lo stesso giudizo non si può certo dare al comportamento perlmento ambiguo dell’arivescovado di Torino, soventre appiattito su posizioni lontane da quella che viene comunemente definita onestà intellettuale.
Caro Francesco, impossibile non concordare con te.
Monsignor Confalonieri era molto prudente, lo stesso il Cardinale Poletto. Da Nosiglia in poi…
La degenerazione della Chiesa torinese