Mentre la pacifica Flotilla veleggia incontro al suo destino…
Palestinesi ed ebrei: chi c’era per primo?
In quel francobollo di Mondo conteso tra ebrei e palestinesi, entrambi i popoli rivendicano il diritto a una terra che considerano la loro patria storica e pare sia così, poiché da migliaia di anni prima di Hamas e di Netanyahu, a Gaza vivevano i filistei, già in perenne conflitto con gli israeliti, come la Bibbia tramanda tramite cronache di acerrimi conflitti.
La Palestina: remota provincia romana d’oltremare conquistata nel 70 d. C., detta “Philistina”, da Terra dei Philistei, più nota come Terra di Israele o in epoche antiche, Terra di Canaan, secolarmente usurpata da: assiri, babilonesi, greci, romani, quindi meta di crociate in Terrasanta. Zona piccola, ma che gode di grande rinomanza biblica, teatro delle gesta di Cristo, incrocio di religioni ebraica, cristiana e islamica, e casa rivendicata da plurimi popoli. Ma chi c’era per primo?
Sembra che i filistei fossero un’etnia multiforme conosciuta come “I Popoli del Mare”, proveniente da “Kaftor” (isola di Creta), che invase il Levante intorno al XII secolo a. C., mettendo radici su quella che oggi è la Palestina, insediandosi non come un popolo unico, ma una serie di tribù, sul modello di: città stato.
Quindi, si può affermare che, parecchi secoli prima dei filistei, in Palestina ci fossero gli israeliti, ma l’integrazione tra i popoli, nel bene e nel male, risale agli albori della storia. Nel caso della Palestina, e nella fattispecie, della Striscia di Gaza viene da chiedersi perché in un minuscolo rettangolo geografico lungo 41 km e largo 12, ancora oggi l’odio si manifesta con atavica ferocia.
Di certo in quella Terra di Israele & dintorni, il rapporto tra l’odio e gli ettari contesi è il più elevato in assoluto anche se, facendo un salto di alcuni millenni, all’inizio del XX secolo, quando l’insieme della odierna Palestina faceva parte dell’impero Ottomano, grazie ad una politica tollerante, il territorio era occupato da una minoranza ebraica, da una maggioranza araba e da etnie minori che vivevano in discreta armonia. Un clima d’appartenenza destinato a breve durata.
Nel 1917, dopo il disfacimento dell’impero Ottomano dovuto alla sconfitta della 1ª Guerra Mondiale, la Palestina passò sotto controllo britannico, ma i nuovi “amministratori” non furono in grado di far convivere ebrei e palestinesi sulla stessa terra. Dopo un complesso periodo storico, l’incapacità di trovare una soluzione pacifica tra i due popoli, fu all’origine del piano di partizione della Palestina, avanzato dall’ONU nel 1947.
Il piano prevedeva la divisione in due Stati separati: uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale, per risolvere le tensioni tra le comunità ebraica e araba. Fu approvato dall’Assemblea Generale dell’ONU il 29 novembre 1947. Un piano accettato dagli ebrei ma rifiutato dagli arabi che, essendo la maggioranza storica, non riconobbero il nuovo Stato di Israele.
È dunque lecito affermare che, in epoca contemporanea, prima del 1947 lo Stato di Palestina esisteva prima dello Stato di Israele.
Alla fine della 2ª guerra mondiale, molti ebrei europei superstiti della Shoah tentarono di raggiungere la Palestina, perlopiù respinti dagli inglesi o internati a Cipro, oppure in Germania, come nel noto caso della Exodus, una nave con 4500 coloni a bordo. A partire dal 1948 però, con la creazione del nuovo Stato circa 140.000 sopravvissuti all’Olocausto emigrarono in Israele
La creazione dello Stato ebraico fu la causa della guerra arabo israeliana del 1948, innescata e perduta dalla Lega Araba. Il primo dei conflitti arabo palestinesi che, dopo il 1948 videro contendersi la terra con la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967, dove la vittoria di Israele gli valse quadruplicare il territorio, dal Libano al Sinai, alle alture del Golan, Cisgiordania & Gaza incluse.
Nel 1973, il giorno della festa ebraica del Kippur, le truppe egiziane e siriane attaccarono Israele di sorpresa. Il successo iniziale delle forze arabe fu ricacciato dal contrattacco dell’esercito israeliano, che giunse a poche decine di km dal Cairo.
Tutti territori restituiti a malincuore, dopo la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, in cambio di una pace duratura per Israele, con la fine di azioni terroristiche da parte araba (mai venute meno)
Quella del Kippur era considerata l’ultima delle quattro guerre arabo israeliane, intervallate da conflitti secondari con organizzazioni quali OLP, Hamas, Hezbollah, fino all’attuale guerra di Gaza, reazione alla brutale aggressione di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, origine degli orrori che si stanno consumando a Gaza e all’escalation del conflitto che pare inarrestabile, nonostante la condanna di gran parte delle Nazioni Unite.
Netanyahu non intende ragioni, spalleggiato dal neo Nazional-Capitalista Donald Trump sta radendo al suolo Gaza con il metodico orrore che la cronaca ci riporta quotidianamente.
Striscia di Gaza, un lembo di terra occupata e amministrata dall’Egitto dopo il 1948, senza però mai annetterla ufficialmente. Conquistata e restituita dopo la guerra dei sei giorni, Gaza ha la sua “inesistenza” come Stato riconosciuto, ma sempre e solo amministrato, è rimasta tale, prima linea di contrasto con lo scomodo Stato israeliano.
Lungo riassunto della diatriba arabo israeliana e dell’attuale dramma di Gaza
Un incipit per meglio inquadrare l’intraprendente Global Sumud Flotilla che sta sfidando il Blocco navale israeliano di Gaza, tentando di portare un po’ di conforto alimentare alla popolazione della Striscia, in raccapricciante carestia. Ma cos’è il blocco di Gaza?
Il blocco della striscia di Gaza è un isolamento terrestre, aereo e marittimo nella striscia di Gaza da quando è governata da Hamas, imposto da Israele ed Egitto in modo congiunto a partire dal giugno 2007. Un blocco indurito da Israele nel 2009, durante l’operazione Piombo Fuso, per interdire l’introduzione di materiale bellico destinato ad Hamas. Un blocco che ha impedito anche la pesca di fronte a Gaza e ogni intervento in un mare che è diventato una discarica a cielo aperto; acque di un Mediterraneo che, in quell’area dimenticata da Dio e da Allah, non sono più blu, mentre la spiaggia di Gaza si è trasformata in un campo di profughi disperati senza cibo né via d’uscita.
La Flotilla è diretta là, e il rischio è grosso. Le miglia nautiche diminuiscono e quelle acque territoriali che di Gaza non sono più, poiché non lo furono mai, sono teatro di guerra, e Israele ne decide la regia.
Netanyahu ha espresso la sua opinione: «ogni forzatura sarà considerata un atto di terrorismo». Guido Crosetto ha inviato una Fregata per proteggere la Flotilla solo fin quando sarà in acque internazionali. Il Presidente Mattarella (Nobel per la pace?), ha avuto le parole giuste ed equilibrate. Papa Leone sussurra buone parole. Il Patriarcato latino della Chiesa cattolica e ortodossa di Gerusalemme è disponibile a distribuire gli aiuti umanitari a bordo del convoglio diretto a Gaza. La poliedrica flottiglia dice: «No! Non ci fermeremo».
Aggiornamento ore 20 del 30 settembre 2025
Il Piano di Donald Trump per raggiungere la pace a Gaza è stato accettato da Netanyahu, Hamas ci sta pensando. Nel frattempo il convoglio sta per entrare in quelle acque “israeliane per forza”.
La marina con la stella di Davide non ha promesso sconti, non lo permetterà. Nel frattempo, l’esercito israeliano dichiara che la flottiglia è finanziata da Hamas. Una rivelazione che si rifà a una organizzazione del 2018 e sulla quale, il governo israeliano sostiene di possedere tutte le prove (ANSA).
Gaza: l’ultima follia di quella Palestina incoerente centro storico del mondo, sia tri-monoteistico che culturale. Un luogo sacro e diabolico, presuntuoso e nevrotico che, da 3000 anni in qua, dalla fine degli Ittiti per mano dei Popoli del Mare, dai Romani alle crociate, fino a Israele potenza nucleare contro tutti, non ha mai smesso di smentire, sia per chi crede oppure no, il verbo di Cristo: «ama il prossimo tuo come te stesso e… amatevi come io ho amato voi».
Noi e la prossima strage esistenziale.

Una panoramica storica efficace e attuale sulla questione israelo-palestinese, che mette in luce l’inutilità del dibattito su “chi c’era prima” e denunciando l’inerzia della comunità internazionale. La Flotilla emerge come simbolo di resistenza morale in un contesto di ingiustizia protratta