La rabbia giovanile, la politica, la violenza, le reti digitali, le possibili interferenze straniere e la indignazione “degli altri”
D’un colpo, sull’onda della rivolta francese, la pur legittima e democratica manifestazione studentesca è esplosa anche da noi, poi: rabbia, disagio e violenza mescolati in unica regia? Non viviamo in uno stato di polizia. Invece, la storia pretende una domanda obbligatoria ogni volta che un dissenso si trasforma in violenza: chi trae vantaggio dal disordine? E quale interesse può avere ad alimentarlo senza comparire sulla scena?
Non è una domanda complottista, ma investigativa, tanto più legittima in un’Europa che subisce operazioni di guerra ibrida, disinformazione e sabotaggi attribuiti alla Russia. Una strategia che non richiede eserciti o agenti in uniforme. Bastano intermediari, denaro, strumenti digitali e mercenari pr compiere azioni il cui committente rimane nell’ombra.
Una pista già aperta
Il 27 febbraio scorso, su queste pagine, si era già esaminato il riutilizzo di reti provenienti dall’ex gruppo Wagner nelle operazioni di destabilizzazione europea. Un secondo approfondimento aveva posto una domanda più mirata: chi finanzia e organizza le componenti violente delle mobilitazioni transnazionali?
Le inchieste internazionali hanno documentato il reclutamento online di esecutori per sabotaggi e incendi attribuiti a reti russe. Non dimostrano che Mosca diriga i movimenti antagonisti europei, ma attestano l’esistenza di strumenti attraverso i quali una potenza straniera può intervenire a basso costo nelle vulnerabilità altrui.
Il punto è questo: non occorre inventare una protesta per sfruttarla. Basta amplificarne la rabbia, individuare i soggetti vulnerabili e trasformare il malcontento in conflitto.
Le recenti manifestazioni italiane, con gli scontri registrati a Milano, Torino e in altre città, impongono di distinguere lo spontaneismo dalle provate operazioni di esaltazione organizzata.
Il 21 ottobre, la Repubblica ha riferito di analisi investigative sui flussi digitali delle convocazioni, con particolare attenzione a bot, algoritmi e messaggi capaci di raggiungere utenti predisposti alla rivolta. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato apertamente di guerra ibrida. Sono elementi che CIVICO20NEWS aveva anticipato, anche se manca una dichiarazione ufficiale e definita.
Il caso Youssef Siher
Milano: il 24 ottobre è stato fermato Youssef Siher, ricercatore italiano di origine marocchina, promotore del Movimento 17 ottobre. Le contestazioni comprendono istigazione a delinquere e violenza organizzata con finalità terroristica. I pm rivelano piani di strategia rivoluzionaria e guerra su tutti i fronti. L’indagine è in evoluzione. Una conferma: i versamenti Pro Palestina sono sempre stati dirottati ad Hamas (il 72%).
Notizia dell’ultima ora: il ricercatore è stato rimesso in libertà. La Presidente del Consiglio s’indigna. L’opposizione approva… La polemica imperversa.
Il caso introduce una questione ulteriore: quali rapporti possono esistere fra organizzazione digitale, radicalizzazione ideologica e mescolanza nella mobilitazione di piazza?
La matrice islamista è una essenziale pista da esaminare. Ancora più rigorosa la verifica di presunti collegamenti con l’Iran. La provenienza, le fedi religiose o l’interesse per i movimenti politici islamici, però non provano, da soli un legame attivo con uno Stato straniero.
Eppure, sarebbe imprudente ignorare la possibilità che ambienti estremisti cerchino di sfruttare la frustrazione di una parte dei giovani, compresi quelli che vivono una condizione di estraneità o conflitto con la società nella quale non riconoscono le proprie radici.
Comunque, la maggioranza dei giovani di seconda generazione non può essere considerata responsabile delle azioni di singoli individui. Si tratta, piuttosto, di stabilire se esistano reti impegnate a trasformare un disagio in ostilità verso le istituzioni, rifiuto delle regole democratiche e ricerca dello scontro fisico.
I motivi dei giovani. La rabbia è giustificata? Può essere manipolata?
Le ragioni del malcontento giovanile sono un prodotto dei tempi e le realtà non mancano: precarietà, difficoltà economiche, crisi climatica, prospettive incerte, conflitti internazionali e sfiducia nella politica. Sono problemi che nessuna propaganda ha bisogno di inventare, invece, una buona propaganda potrebbe indirizzare le linee del dialogo.
Chi sono, cosa e come chiedono di essere ascoltate le parti della nuova gioventù?
Le proteste a Milano, a Torino e nelle altre città hanno assimilato una grande varietà di partecipanti. Da pacifici studenti in cerca di un affitto al giusto prezzo, a docenti progressisti, a radical-antimeloniani, giovani di destra & di sinistra, gruppi Pro Pal, provocatori dei centri sociali, anarchici, ragazzi di periferia, maranza e baby gang. Tutti invitati all’happening della rabbia per motivi diversi. E questo è un paradosso anomalo, non una fantasia.
Vessilli per la Palestina, ma tra tanta indignazione giovanile, nessuna bandiera per la “martoriata, cara Ucrina”, come la definiva Papa Bergoglio, in più appelli alla pace… Perché?
Dal lato opposto: una società civile che discute, ragiona e non si oppone. Figlia di una seconda Repubblica che resiste e che fino a ieri faceva dell’Italia una delle nazioni più libere e solide in questa difforme Europa Unita modello 3.0. Una società offesa dalla modalità delle manifestazioni, colpita e pervasa da altra rabbia.
Non è mai stato facile un dialogo generazionale, ancor di più in questi tempi di social, dove la scuola e la parola sono sempre più elementi marginali, perdenti di fronte alla rapidità dell’immagine e dove il ruolo dell’insegnamento è contestato a priori, spesso in modo violento.
Selfie, post e like sono diventati un linguaggio nuovo. Uno strumento di dialogo e di ispirazione, ma una cosa è protestare per chiedere cambiamenti; un’altra è diventare incautamente strumenti di chi vuole destabilizzare una società.
Storicamente, quando si alzano i toni, l’estremismo accalappia nuovi adepti. Oggi, è plausibile che un apparato straniero potrebbe amplificare gli scontri per indebolire un governo europeo. Un gruppo politico interno potrebbe altresì sfruttare le fasi della violenza per delegittimare l’esecutivo. Sono possibilità differenti che possono anche convergere senza essere coordinate fra loro.
È qui che si apre la questione delle brigate islamico–chic: una formula provocatoria che richiama la triste stagione delle brigate rosse. In una condizione di debolezza civica l’estremismo ideologico incontra il benestare di certi ambienti politici e culturali per ogni critica dell’autorità.
Ma la questione si deve associare a una domanda precisa: esiste una collaborazione concreta fra questi ambienti oppure soltanto una convergenza di interessi e di linguaggi? Al momento, non vi sono prove sufficienti per affermare che vi sia un’organizzazione comune, ma la pista islamica è una realtà.
Dimenticare le stragi del Bataclan a Parigi, della Promenade des Anglais di Nizza e del London bridge di Londra è un errore.
L’opposizione e il vantaggio politico del disordine
In una democrazia, l’opposizione ha il diritto e il dovere di contestare il governo. Può denunciare gli errori dell’esecutivo, chiedere dimissioni e cercare di vincere le elezioni. Tutto questo appartiene alla normale dialettica politica.
Diverso è interrogarsi sul modo in cui una parte della politica possa sfruttare una crisi di ordine pubblico per alimentare la sfiducia nelle istituzioni. Un vantaggio politico, tuttavia, non equivale a una responsabilità nell’organizzazione della violenza.
La nostra memoria dovrebbe renderci prudenti. Gli anni delle Brigate Rosse e della lotta di Classe furono segnati da eventi drammatici, e tutto nacque così. Non è una prova di una continuità fra l’estremismo di allora e l’opposizione democratica di oggi. Il paragone può servire come monito sul rischio della radicalizzazione; non come scorciatoia per attribuire colpe.
La domanda da porre è un’altra: quali forze politiche condannano senza ambiguità la violenza, quali la minimizzano e quali cercano di trasformarla in un vantaggio elettorale? Sono contegni osservabili, che possono essere confrontati con dichiarazioni, atti e fatti documentati.
Gli autori delle devastazioni parevano organizzati e contenti. I minori poi, consapevoli di una certa immunità, non sono dunque capaci di intendere e volere? Il buonismo autocritico di una mancata integrazione, qui è fuori luogo.
Il dubbio come strumento d’indagine
La questione non è conclusa. Le promesse di prossimi disordini restano, i commercianti arrabbiati si blindano, qualcuno ha bruciato il manifesto di Giorgia Meloni. Nei talkshow vanno a ruba saggezze & fesserie in stock.
Resta la plausibile convergenza fra interessi stranieri, reti estremiste e opportunismi politici interni. Sfugge il fulcro della regia comune. Esistono però, solide ragioni per investigare sui meccanismi che permettono a soggetti diversi di alimentare le stesse fratture.
Chi contesta è consapevole di tutti gli obiettivi convergenti? Chi recluta gli esecutori? Chi finanzia le attività? Chi coordina le convocazioni? Chi amplifica con metodo i contenuti più violenti? I manifestanti possono essere manipolati senza esserne consapevoli? E soprattutto, esistono collegamenti verificabili fra questi soggetti e organizzazioni esterne?
La questione è in divenire e rimane aperta per prossimi sviluppi: stiamo assistendo soltanto all’esplosione di tensioni sociali autentiche, o qualche regia le pilota come uno strumento di destabilizzazione dell’Europa?
“Divide et impera”. A chi giova?
