Un gruppo di ragazzi armati di consapevolezza, può fare scuola a una società digitalizzata che perde se stessa
Stabilito che è sempre più difficile svicolare dalla “transizione digitale”, il recente attacco cibernetico che ha mandato in tilt il check in automatico in alcuni aeroporti europei, è un’occasione per una riflessione “umana”, poiché in quel caso, ciò che è tornato a funzionare pur con lentezza è stato l’arcaico servizio manuale.
Infatti, oggi non è quasi più possibile accedere a tutti i servizi pubblici senza passare dallo smartphone, poiché molti sono accessibili solo tramite le applicazioni. Esistono alternative, ma sempre digitali, agibili tramite SPID o la Carta d’Identità Elettronica, passando da un computer.
Si tratta di una “dittatura elettronica” che ci sta assorbendo con il metodo della “rana bollita”. Tra un po’ saremo tutti posseduti e disumanizzati. Orwell ci avvisò! È possibile una via di fuga dal “grande fratello”?
Vivere senza smartphone e social media è sempre più difficile, una vera e propria sfida a un disagio che taluni percepiscono strisciante.
Questa scelta, praticata da alcune persone restituisce benefici alla sfera interiore, diminuendo stati di ansia e restituendo tempo per esperienze più a contatto con la realtà.
Come contropartita però, è sempre più facile essere isolati dalla maggioranza delle altre persone, che ormai dialogano e si confrontano via social, inoltre, si rinuncia alla comodità di molte funzioni, mappe e fotocamere comprese.
La giusta via per iniziare è quella di un parziale e progressivo diminuire sia dell’uso dello smartphone, che il convivere sempre con il cellulare addosso, cosa che porta l’occhio a controllarlo. Smettere di chattare inutilmente e lasciare il telefono in un’altra stanza, preferendo andare di persona a trovare parenti e amici.
Una iniziativa che ha fatto scuola è il Luddite Club di Brooklyn, un gruppo nato durante la pandemia Covid–19 in seguito all’intuizione della liceale Logan Lane, preoccupata dell’eccessivo uso dei social network, decidendo di disconnettersi da essi, cercando altri “superati” modi di comunicare.
Oggi il Luddite Club si incontra regolarmente, mantenendo vivo il principio ispiratore. Gli appuntamenti si svolgono off line, senza smartphone, ma di persona, coltivando hobby personali, letture, scritture, disegno e musica, oltre a un contatto con la natura.
Il termine Luddite è derivato dai “luddisti”, lavoratori inglesi del XVIII secolo guidati dall’operaio Ned Ludd che, per manifestare la loro protesta contro l’industrializzazione, distrussero i telai. Un simbolo contro l’avanzare della tecnologia a danno di un lavoro umano e manuale.
I membri del club si riuniscono ogni domenica sui gradini della Central Library di Brooklyn e con regolarità si recano al Prospect Park che si trova nel quartiere di Brooklyn, tra le zone di Park Slope, Prospect Heights, Flatbush e Windsor Terrace.
Un grande parco che ha arricchito di verde la Grande Mela, progettato dagli stessi architetti di Central Park. Un polmone verde facilmente raggiungibile con la metropolitana e con ogni genere di mezzi pubblici, senza l’uso dell’automobile.
Dunque, dopo la recente indagine su una architettura biocompatibile, ecco un’ispirazione per il ritorno a un comportamento socio–compatibile che sta per essere assorbito da un altro tipo di manipolazione globale. Se non mancano i progetti delle città–foresta, ebbene, il “Luddite Club” è un’iniziativa preconfezionata, già sperimentata per riempire i nuovi parchi in divenire, di umanità dis-informatica e in cerca di se stessa.
Oggi con il termine luddismo si rievocano e si battezzano le nuove forme di lotta contro l’introduzione di nuove macchine e ogni resistenza al mutamento tecnologico.
Infatti, nel frattempo il Luddite Club di Brooklyn, per simpatico paradosso si è diffuso ovunque proprio attraverso i social. Da noi ad esempio il Luddite Club italiano No-Smartphone è rintracciabile su Facebook, così come in molte altre community che si scambiano opinioni ed esperienze sul tema del contatto umano, indagando “oltre” la nomofobia.
Il termine deriva dalla locuzione inglese “NO Mobile Phone PhoBIA” e tra le varie dipendenze, indica la paura o l’ansia di rimanere senza il proprio telefono. Non è una malattia, ma un disturbo che condiziona sia la salute mentale che la vita sociale.
I giovani ribelli dei neonati Luddite Club hanno intrapreso e forzato una modalità di fuga. Riusciranno i nostri eroi a preservare “la mente umana” prima che la competizione digitale in atto faccia un sol boccone dell’ultima libertà?
Quella che Giorgio Gaber, proprio nel suo album “La libertà” indicava come quella del pensiero fosse “partecipazione”, invitando a non
lasciarsi manipolare il pensiero, ma a ragionare in modo autonomo.
Ovunque sia, chissà GG cosa “penserà” di questo mondo adesso?

Ho letto questo articolo con il mio smartphone.. 😉
Grazie Carlo per quanto hai scritto in questo interessante articolo. Sono piuttosto attempata, eppure sono cellulare dipendente. Faccio ricerche su internet, trasmetto ad altri informazioni, leggo i notiziari, lascio messaggi. Troppo.
Siamo nell’ era “DIGITALE” ormai, dipendenti da tecnologie e soprattutto dagli smartphone, basti pensare a tutti i “nuovi lavori” quali influencer o altro che vivono e guadagnano grazie ai telefoni. credo sia uno strumento molto utile per informazioni e notizie da tutto il mondo, per rimanere in contatto con persone lontane o per ficcanasare nella vita altrui, ma l’idea di potersi scollegare e dedicare ad hobby che non includano la tecnologia credo sia davvero ottima, stiamo progredendo sempre più con nuove tecnologie ma non dobbiamo mai dimenticare il contatto con la natura e con tutto ciò che fino a qualche anno fa era il nostro vivere quotidiano, senza smartphone.
Ottimo articolo. Grazie Carlo.
Non ho Facebook e Instagram ma il cellulare mi collega non solo al mio “mondo vicino” ma a tutto il mondo e mi da notizie e informazioni che non saprei come raggiungere.. Cerchiamo di usarlo bene e in modo moderato!