Un aggiornamento sul consumo del suolo agrario italiano, a favore di una anacronistica cementificazione
Il 5 giugno è stata la Giornata Mondiale dell’Ambiente, celebrata con dati raccapriccianti, tra i quali il consumo del suolo. Un argomento di grande attualità, ma di poca sensibilità da parte di molti assessori comunali. Nel frattempo, in questo mese già torrido, l’estate del 2025 si presenta come la più calda di sempre. Cose già viste soltanto l’anno scorso. Tuttavia niente cambia nell’azione invasiva dell’umanità.
L’Italia, che noi continuiamo a ritenere il paese più bello del mondo, ha una superficie di 302 mila km² di cui, il 41,6% è di conformazione collinare, il 35% è montagnoso e solo il 23,2% è pianeggiante.
Da un dossier di Legambiente, il 7,64% della superficie italiana è cementificata, pari a circa 1/6 della superficie coltivata, che è il bacino di due Beni primari: agricoltura e allevamento. Nel 2020 Ispra rilevava che l’incidenza era di 2,4 m² al secondo, con tendenza all’aumento.
Immagine di copertina fonte Ispra
Il consumo del suolo ha mostrato un lieve rallentamento dal 2024, ma supera ancora ogni livello di sostenibilità. Ogni giorno vengono cementificati circa 20 ettari di terreno, pari a 72,5 km² all’anno, con un costo stimato di oltre 400 milioni di euro per la perdita dell’effetto spugna del suolo, esclusi i danni provocati da alluvioni sempre più frequenti, favorite anche da questo esito.
La sofferenza del paesaggio agreste e boschivo italiano
L’Italia, pur avendo invertito il consumo forestale negli ultimi 30 anni, è tra i paesi europei che più concorrono alla deforestazione globale, non solo perché l’Italia distrugge i propri boschi, ma anche perché i suoi consumi causano la distruzione di boschi in altri paesi. Una deforestazione “importata” di prodotti della catena alimentare e industria dei legni pregiati.
Alcune aree della penisola, dopo aver subito una deforestazione più radicale, attualmente si presentano come una continuità di territorio urbanizzato, prodotto di PRG disorganici e interessati distributori di case a schiera e villette confinanti con aree coltivate superstiti, mescolando i confini delle zone costruite e quelle agricole.
Scompare per sempre quel disegno della centuriazione che da 2000 anni è stato eredità, ricchezza e memoria agricola di lungimiranza della civiltà romana.
Inoltre, la recente migrazione della popolazione dalla città verso nuovi insediamenti nella prima cintura, ha diluito i perimetri delle città italiane, densamente popolate, verso la campagna, con rapporti di urbanizzazione tra cubatura di quantità di villette, che hanno privatizzato una forte percentuale di terreni mai più coltivabili. Pur essendo curate isolette “verdi”, restano invasivi giardini privati.
Il fenomeno di costume ha portato ad uno spopolamento dei centri urbani, dove in alcune città, il 25% delle abitazioni oggi è vuoto e spesso in stato di abbandono, altrettanto per una quota ancora più elevata di capannoni e zone industriali dismesse per cessata attività o altro. In controtendenza i centri commerciali, poli di interessi “suddivisi” & serial killer della piccola distribuzione, anima pulsante dei quartieri, ormai polverizzata.
In Italia si consuma suolo anche per le infrastrutture, che insieme agli immobili ricoprono quasi l’80% del territorio alterato (strade asfaltate e ferrovie 28% – strade sterrate e altre infrastrutture di trasporto secondarie 19% – edifici 30%) e parcheggi, piazzali e aree di deposito (14%).
Il terreno non è una risorsa rinnovabile
A questo punto occorre sottolineare che una volta cementificato un territorio selvatico richiede un tempo illimitato per ritornare allo stato naturale. Ogni qual volta si sottrae “terra”, si rende impermeabile il suolo e la temperatura di quell’area aumenta, modificando il microclima e sommandosi per il numero di interventi.
Quindi, continuare a costruire è un controsenso che nel nostro Paese prosegue nel nome dell’individualismo, del guadagno spicciolo e in sostanza, di un’ignoranza snob, della quale non possiamo essere fieri.
Molte porzioni d’Italia, dalla Città metropolitana di Torino, della Lombardia e del Veneto, della pianura emiliana e romagnola, hanno percentuali di urbanizzazione tra l’11,5 e il 15%. Altrettanto nell’area Pedemontana, dando origine a un Nord Italia prealpino destabilizzato nella sua originale orografia boschiva e poi agricola. Lazio, Campania, Puglia & Sicilia seguono a ruota di calcestruzzo.
Da qui, un aumento della temperatura al suolo che si riversa in atmosfera, complice del riscaldamento globale e dei fenomeni meteorologici estremi.
L’urbanizzazione abusiva non perseguita ha contribuito a compromettere ancora di più il fragile equilibrio idrogeologico delle aree collinari. Sorvolando sui degradanti aspetti estetici e urbanistici, il risultato si è materializzato in frane e allagamenti. I suoli instabili di zone disboscate o abbandonate non assorbono più le piogge che si convogliano in letti di canali e torrenti dimenticati dall’incuria.
L’illusione ecosostenibile dei parchi fotovoltaici
Altre aree di terreno perdute per svariate cause sono i boschi bruciati, i terreni contaminati da rifiuti, le porzioni sempre più interessate dalla desertificazione. Infine, i parchi di pannelli fotovoltaici sempre più diffusi, sottraggono porzioni di suolo al suo ruolo permeabile e al suo patrimonio biologico.
Scelte che andrebbero indirizzate alla copertura degli edifici e zone già compromesse.
I terreni agricoli completamente convertiti in parchi fotovoltaici infatti, procurano immediati vantaggi economici all’agricoltore, ma a parere di molti pedologi, producono un grave danno a medio termine, poiché gli impianti sono previsti per una durata di 20-25 anni. Dopo questo periodo, molte volte il terreno diventa inerte e in genere, dopo l’utilizzo energetico, resta abbandonato.
La riconversione a terreno agricolo sovente richiede una rianimazione della terra, rimasta per 25 anni con poco respiro, meno acqua e poca luce, con una vita organica e microbica profondamente danneggiata, poiché i ritmi biologici del suo ecosistema sono stati completamente alterati.
L’agrovoltaico che concilia la coltivazione del terreno al di sotto dei campi di collettori solari con vegetali adatti, sembra la soluzione ideale ed è in rapida ascesa, ma il ritorno economico delle colture, non è sempre quello sperato e la lungimiranza dell’agricoltore affittuario, spesso non è adeguata agli estremi del problema visti sulla lunga scadenza.
Dopo un po’, molti terreni sono risultati meno produttivi per gli agricoltori che hanno stipulato contratti a lunga scadenza, e quindi, vengono acquistati dalle multinazionali dell’energia. La scelta di inserire impianti fotovoltaici è corretta e auspicata su superfici già cementificate e soprattutto in tutte quelle coperture di stabili e capannoni industriali che ne trarrebbero un beneficio diversificato e non invasivo.
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