C’è un dato politico che, al di là delle formule diplomatiche e dei tecnicismi parlamentari, è difficile ignorare, in Romania, ogni tentativo di costruire un governo chiaramente ancorato all’Europa sembra incontrare una resistenza crescente proprio dentro il Parlamento.
L’ultimo episodio è la bocciatura del governo guidato da Siegfried Mureșan, esponente liberale e dichiaratamente pro-europeo, il suo esecutivo ha ottenuto 182 voti favorevoli, ma ne servivano 233, non è stato dunque un semplice incidente parlamentare, il Paese rimane senza una maggioranza capace di sostenere un governo proposto dal presidente Nicușor Dan, anch’egli espressione di un orientamento nettamente pro-occidentale.
Il particolare più significativo è forse un altro, i parlamentari dell’AUR, la principale forza della destra nazionalista, non hanno partecipato al voto, quelli del PSD, il maggiore partito del Parlamento, erano presenti ma non hanno votato, il risultato è stato quindi determinato non soltanto da un voto contrario esplicito, ma anche da una scelta politica di non fornire al governo la maggioranza necessaria.
È qui che emerge una domanda che la politica romena non può più eludere: siamo di fronte a una semplice disputa sulla composizione del governo o alla crescente indisponibilità del Parlamento a sostenere una linea apertamente europeista?
I fatti non consentono di attribuire a tutti i parlamentari una medesima motivazione, ma la sequenza degli eventi rende legittimo interrogarsi sulla direzione politica che sta prendendo il Paese. Il precedente governo pro-europeo di Ilie Bolojan era caduto dopo che PSD e AUR avevano contribuito a rovesciarlo, da allora, tre candidature alla premiership sostenute dal presidente non sono riuscite a produrre un governo.
Non è quindi soltanto Mureșan ad essere stato respinto, è la possibilità stessa di ricomporre, almeno per ora, una maggioranza parlamentare attorno a un progetto politico esplicitamente europeo che sembra essersi inceppata.
E questo avviene mentre l’AUR cresce politicamente e chiede elezioni anticipate. Diverse analisi hanno osservato che lo stallo istituzionale sta rafforzando le forze della destra radicale e aumentando la prospettiva di un ritorno alle urne.
La questione europea, dunque, non è più uno sfondo della crisi rumena, sta diventando uno dei suoi punti centrali.
Da una parte c’è un presidente che difende l’orientamento occidentale della Romania e considera problematico un governo comprendente l’estrema destra, dall’altra c’è un Parlamento nel quale le forze disponibili a sostenere quel progetto non riescono, almeno al momento, a trasformare la loro posizione in una maggioranza parlamentare effettiva.
Il rischio è che il vuoto politico finisca per produrre una conseguenza paradossale: quanto più il Parlamento impedisce la formazione di un governo europeista, tanto più aumenta il peso politico di quelle forze che contestano l’attuale collocazione europea della Romania.
La successione di bocciature, astensioni e mancati sostegni sta producendo un effetto politico concreto, rende sempre più difficile governare attraverso una maggioranza europeista e apre spazio alle forze nazionaliste.
La Romania si trova così davanti a una scelta che non può essere rinviata indefinitamente, la questione non è soltanto chi occuperà Palazzo Victoria, è quale orientamento politico riuscirà a costruire una maggioranza parlamentare capace di governare il Paese.
Perché respingere un governo è una prerogativa pienamente legittima del Parlamento. Ma respingerne uno dopo l’altro, senza riuscire contemporaneamente a costruire un’alternativa, trasforma la normale dialettica parlamentare in una crisi istituzionale.
E se l’alternativa alla stabilità di un governo europeista dovesse diventare il ritorno alle urne, la Romania potrebbe scoprire che il vero vincitore dello stallo non è necessariamente chi oggi occupa i banchi del Parlamento, ma chi sta aspettando fuori da essi, promettendo di cambiare radicalmente la direzione del Paese.
