Giambattista Giuffrè
Ritornando su fatti di cronaca eclatanti del passato, si cerca di capire se il combinato disposto tra ignoranza e dabbenaggine abbiano potuto favorire situazioni di assoluta illegalità a danno di sprovveduti e creduloni, o c’è di più?
La memoria dei fatti tramandata oralmente, particolarmente vivace nell’Emilia Romagna, oltre che la documentazione giornalistica e gli atti giudiziari ci tramandano gli echi di uno scandalo finanziario scoppiato in Italia nel 1958: Il caso di Giambattista Giuffrè, anche denominato “il banchiere di Dio”
La notorietà del personaggio e tutto quello che ha combinato, hanno segnato quel periodo come quello della truffa più semplice e illusoria che si sia mai vista, perpetrata con un criterio quasi infantile, proprio perché la fine è scontata e può arrivare da un giorno all’altro.
Il sistema era di una tale ingenuità da far sgranare gli occhi, eppure tante persone furono trascinate nel vortice tentatore del guadagno facile. Nessuno si è mai chiesto come poteva essere possibile tanta cuccagna, nemmeno un sospetto per questa facile e generosa possibilità di arricchimento che si presentava.
Giovanbattista Giuffrè, questo il suo nome, era un tracagnotto obeso di mezza età, dallo sguardo implorante e sottomesso. Ex impiegato di una banca di Imola che di colpo si ritrovò al centro di un affare che ovviamente gli esplose tra le mani.
Aveva iniziato a occuparsi, per conto di enti ecclesiastici, della ricostruzione di chiese o conventi danneggiati dalla guerra, poi l’ex cassiere cominciò ad amministrare denaro per conto di parrocchie, istituti religiosi, e anche di privati cittadini, pattuendo tassi di interesse impensabili, che andavano dal 50% fino all’assurdo 100% annuo.
Offriva come garanzia di affidabilità le sue amicizie con gli ambienti religiosi (per questo fu poi soprannominato “il banchiere di Dio”), e alcune sue (fasulle) connivenze con ambienti politici. Giuffrè riuscì a raccogliere ingenti somme di denaro e puntualmente corrispondeva gli altissimi interessi pattuiti. In tal modo rendeva molto appetibili le sue proposte di investimento, tanto che la “Banca senza sportelli” ebbe un successo enorme, oltre che in Romagna, anche in altre regioni.
In realtà Giuffrè non investiva il denaro raccolto in attività finanziarie, ma si limitava a rimborsare gli alti tassi di interesse semplicemente utilizzando il denaro raccolto successivamente presso altri risparmiatori. Giuffrè seguiva il classico meccanismo dello “Schema Ponzi” che è un sistema di investimento fraudolento in cui i profitti degli investitori iniziali vengono pagati con il denaro dei nuovi aderenti, anziché con reali guadagni generati da attività economiche.
Lo Schema prende il nome da Charles Ponzi, un italiano che, nei primi anni del ‘900, mise in piedi una delle più grandi truffe finanziarie della storia.
Tutto iniziò nel 1919, quando Ponzi scoprì un’anomalia nel sistema dei buoni di risposta internazionale (IRC), usati all’epoca per prepagare le spese postali delle lettere spedite all’estero. In teoria, acquistando questi buoni in un Paese dove costavano meno e rivendendoli in uno dove avevano un valore maggiore, si poteva ottenere un profitto.
Questa possibilità di guadagno si chiama arbitraggio ed è legale ma, di fatto, è una eventualità rarissima che di solito si chiude rapidamente perché, appena se ne accorgono gli altri, i prezzi cambiano e diventano gli stessi e la possibilità di guadagno sparisce.
Ponzi sfruttò questa idea per convincere gli investitori un po’ ingenui a finanziare la sua attività, promettendo rendimenti straordinari del 50% in soli 45 giorni o addirittura del 100% in tre mesi.
La proposta era così allettante che in breve tempo attirò un numero crescente di persone desiderose di arricchirsi facilmente. Ma c’era un problema: Ponzi non stava realmente acquistando e rivendendo i buoni postali, perché se lo avesse fatto il prezzo sarebbe cambiato e lui lo sapeva. In realtà, utilizzava il denaro dei nuovi investitori per pagare gli interessi a quelli precedenti, creando un circolo vizioso.
Tuttavia, quando alcuni giornalisti iniziarono a indagare e scoprirono che i suoi profitti non provenivano da operazioni reali, il sistema crollò immediatamente. Gli investitori si precipitarono a ritirare i propri soldi e Ponzi non riuscì più a far fronte ai pagamenti. Il governo americano lo arrestò e lo condannò per frode.
Il castello di carte del nostro Ponzi romagnolo, crollò nell’agosto del 1958, quando un certo numero di risparmiatori, sospettando l’imbroglio, iniziarono a chiedere oltre gli interessi anche il rimborso dei capitali.
Giuffrè ovviamente non era in grado di soddisfare le richieste, cosicché anche gli ultimi entrati nella raccolta persero il loro denaro e la truffa fu scoperta. Era di enormi proporzioni! Tra i più colpiti ci furono i frati cappuccini, che persero, così si mormorava, una ingente cifra.
Si trattò di un caso che scosse l’opinione pubblica provocando anche un terremoto politico. Nel processo che ne seguì, infatti, furono chiamati in causa l’allora ministro delle Finanze Luigi Preti e il suo predecessore Giulio Andreotti. Venne istituita anche una commissione parlamentare d’inchiesta. A Giuffrè risparmiarono le manette e il carcere per ragioni d’età e per essere portatore di una grave cardiopatia.
In definitiva il caso Giuffrè contribuì almeno a far introdurre in Italia, negli anni seguenti, una più severa normativa sulla raccolta di risparmio, che a partire dagli anni Sessanta, infatti, non fu più concessa a soggetti non autorizzati dalla Banca d’Italia e dagli organi istituzionali di controllo del sistema bancario. Il proverbio “Non tutto il male viene per nuocere” è calzante.
Giambattista Giuffrè morì l’11 luglio 1964, in una casa di riposo di Lugo, in provincia di Ravenna.
