Uccisa dal marito in un prato di Sassi
Nella mattina del 18 novembre 1953, alle 9:45, il Commissariato Borgo Po, invia questo fonogramma alla Questura: «Una donna dell’apparente età di 25-30 anni è stata trovata cadavere nei pressi del poligono di Sassi: la gola è squarciata da un colpo di coltello. Mancano documenti d’identificazione».
Il prato dove è stato ritrovato il cadavere della donna è poco oltre Sassi, a un chilometro di distanza dal capolinea del tram 17, nell’odierna piazza Coriolano. Lo si raggiunge percorrendo la strada del Meisino che si stacca dal corso Casale diretta alla Borgata Rosa e poi svoltando a sinistra percorrere un tratto della stradina diretta al Poligono Militare in riva al Po. Il percorso è mostrato da una piantina pubblicata da Stampa Sera, non perfettamente sovrapponibile alla mappa di Google. La zona appare ancora oggi occupata da prati e con pochissime costruzioni.

Sul prato giace una giovane donna supina, la testa rivolta al cielo, gli occhi sbarrati, le mani con le unghie sporche di terra sono congiunte sul petto. Manca la fede matrimoniale. La gola squarciata da una ferita che l’aveva quasi completamente recisa. Il sangue, fuoriuscito in abbondanza, ha formato una pozza al suolo. La donna è bruna coi capelli raccolti sulla nuca. Indossa un soprabito marrone, di stoffa spigata, non molto moderno, una gonna blu e un golfino rosa salmone piuttosto accollato. Porta pantofole di feltro marrone con suola in gomma. Non si trovano la borsetta, i documenti e nemmeno l’arma. Sul terreno gelato non ci sono tracce di passi. Per questo si ritiene che sia uscita di casa all’improvviso, credendo di tornare in breve tempo tanto da non mettersi le scarpe.
Sarebbe stato l’assassino stesso, dopo la morte, a ricomporre il corpo. Secondo il medico legale la morte risale a circa 10 ore prima della scoperta, verso le 23:30 della sera precedente.
Le indagini per l’identificazione nella zona di Borgata Rosa non danno risultati. Verso mezzogiorno i rilievi della Scientifica terminano e il corpo viene portato alla Medicina Legale per l’autopsia.
Gli inquirenti sono ancora nel prato, quando in Questura giunge un altro fonogramma dal Commissariato di Vanchiglia: «Un uomo che dichiara di essere Pietro Grimaldi, di 32 anni, nato a Cossano Belbo e residente nella nostra città presso sua sorella in via Cigliano 36, si è costituito affermando di avere ucciso stanotte con un coltello la propria moglie: Pier Maria Baldovino di 23 anni, nata a Canelli. Il delitto sarebbe stato compiuto in un prato presso il poligono di Sassi».

Grimaldi viene portato in Questura, dove, dalle 12 alle 17, viene sottoposto a interrogatorio, dal quale, secondo il cronista «Emerge la storia di due povere vite».
Grimaldi e Maria Baldovino si sono conosciuti nel 1949, a Cossano Belbo, dove lei andava spesso a far visita a due zie, abitanti accanto alla casa dei Grimaldi, e si sono sposati il 7 maggio 1950. Qualcuno aveva fatto rilevare a Maria aspetti non buoni del carattere di Pietro e già un mese dopo il matrimonio questi si è rivelato volgare e pelandrone. Si atteggiava a piccolo industriale, mentre in realtà lavorava come straccivendolo, con l’aiuto economico di una zia. Chiede più volte soldi anche agli suoceri. Il matrimonio si è rivelato ben presto infelice: dopo una scenata, lui ha cacciato di casa la moglie incinta, obbligandola a percorrere a piedi, sotto la neve, la strada per raggiungere la casa dei suoi a Canelli. Nel 1951 è nata la figlia Marisa. L’hanno lasciata a Cossano dai nonni paterni e sono venuti a Torino, presso una zia di Maria, Emma Pertusati, portinaia in una casa di via Stampatori 10. Non hanno affittato un alloggio per il costo elevato. Lui lavorava saltuariamente come carpentiere, scommetteva forte alle partite di pallone elastico e qualche volta giocava alla roulette, al Casino Saint Vincent. Avrà il coraggio di dire che gli rendeva più che il lavoro da muratore! Così si sono di fatto divisi, lei è rimasta dalla zia in via Stampatori, mentre lui era ospitato dalla sorella in via Cigliano 36.
Maria ha iniziato a lavorare come persona di servizio ed è andata a lavorare per un mese a Roma presso una famiglia. Lui l’ha convinta a tornare con false promesse di ravvedimento. Lei era ancora innamorata, ma a Torino ha trovato la situazione immutata. Ha ripreso a lavorare come cameriera, questa volta presso la famiglia di un ingegnere in via XX Settembre, ancora ospite della zia in via Stampatori, dove lui andava a farle visita e si mostrava cordiale e ben disposto, malgrado i precedenti. Lei continuava a sperare in un ravvedimento, per poter rimettere insieme la famiglia. Domenica 15 novembre, alla sera, Grimaldi è andato a prendere la moglie e sono andati a ballare insieme agli zii in un locale vicino alla Stazione Dora. Qui hanno conosciuto due fratelli siciliani, Francesco e Giuseppe Musolino. La sera di lunedì 16 novembre i due fratelli sono andati al cinema con Maria e la zia. Francesco Musolino dichiara di aver tentato di baciare Maria, ma lei lo ha impedito e gli ha detto che non intendeva tradire il marito.
Martedì 17 novembre, Grimaldi ha telefonato alla moglie sul posto di lavoro e le ha dato appuntamento in via Stampatori. Quando lei è arrivata, lui le ha raccontato che doveva essere assunto in una fabbrica come custode notturno, con retribuzione di 90.000 Lire al mese, e dove sarebbero andati ad abitare per tenere la portineria. Voleva farle vedere questa portineria e così sono andati a piedi in corso Regina Margherita per prendere il tram numero 17. Scesi al capolinea di Sassi, hanno percorso un bel tratto di strada nella nebbia molto fitta, per poi inoltrarsi lungo il sentiero per il Poligono militare. Secondo la versione di Grimaldi, era tutta una bugia, ma in questo modo – a suo dire – poteva appartarsi con la moglie per discutere la loro situazione, chiarirle i suoi pensieri e progetti. Certo, per una conversazione ha scelto una località solitaria, scomoda, fredda e fuori mano! Per questa ricostruzione dei fatti si dispone soltanto della versione di Grimaldi, proposta con alcune variazioni nel tempo e variamente riferite dalle varie cronache.
Mentre vagavano perché lui non sapeva bene dove andare, le aveva chiesto se lo avesse tradito. Lei prima aveva negato, con forza, poi aveva finito di ammettere di averlo fatto e di essere addirittura incinta di un altro uomo. Lei lo aveva trascinato o era fuggita nel prato, dove è caduta a terra implorando «Perdonami, perdonami», ma lui accoltellandola alla gola, ha ribattuto «Muori, non ti perdono più». Ha ricomposto alla meglio il corpo, con le mani incrociate sul petto e, perché non venisse rubata, le ha sfilato la fede che estrae di tasca.
Dopo l’uccisione è andato al capolinea del 17 e qui a una fontanella si è lavato le mani sporche. Crede di aver gettato in acqua il coltello attraversando il ponte sul Po, ma non ricorda tutti i particolari. È andato in centro per scrivere due lettere indirizzate ai genitori e ai suoceri: impostate tra le 23 e le 24 del 17 novembre, un’ora dopo il delitto, sono consegnate ai destinatari nella mattinata del 19 novembre. Agli suoceri rivolge recriminazioni e accuse che denotano odio e rancore, ai genitori chiede perdono di aver infamato il loro nome e accenna che la moglie gli ha detto di averlo tradito e di essere incinta di un altro uomo. Ha passato una terribile notte, tormentato dai rimorsi, a casa della sorella in via Cigliano 36 e, al mattino seguente, è andato a costituirsi al Commissariato di Vanchiglia.
Trascorre la prima notte alle Carceri Nuove, passeggiando disperato nella cella e invocando il nome della figlia. Più volte sottoposto a interrogatori dai funzionari della Mobile e poi dal giudice istruttore, Grimaldi ripete di aver ucciso la moglie in un impeto d’ira scatenata da gelosia. Inizialmente insiste sul fatto che la moglie fosse incinta di un altro uomo, ma questa affermazione è smentita dall’autopsia.
Il caso viene largamente considerato dai quotidiani torinesi, in particolare La Stampa e Stampa Sera, con informazioni talora contrastanti se non approssimative, ma che in ogni caso appassionano i lettori per alcuni giorni, fino a sabato 21 novembre, quando appare l’ultima notizia giornalistica: il mancato ritrovamento dell’arma del delitto. Occorre stabilire se è davvero un comune coltello a serramanico che portava abitualmente in tasca per lavoro, come sostiene Grimaldi, oppure un coltello con lama più grande e fissa, come emerso dall’autopsia. Le ricerche dei Pompieri al ponte di corso Belgio non hanno avuto risultati, secondo il giornale proseguiranno e Grimaldi sarà portato sul posto per indicare il punto esatto. Non sappiamo se questo sia realmente accaduto, ma in ogni caso l’arma del delitto non verrà recuperata.
L’avvocato difensore Luigi Ollivero chiede una perizia psichiatrica: Grimaldi ha combattuto in Russia nell’ARMIR e sarebbe tornato a casa in condizioni fisiche minorate. Non sarà quindi processato per diretta.
Non è chiaro se Grimaldi abbia agito con premeditazione, come sospettano gli inquirenti, oppure d’impeto. Le cronache riferiscono elementi a sostegno delle due tesi, forse per accontentare la curiosità dei lettori, fortemente solleticata da questo delitto, anche per i suoi rivolti umani: il coinvolgimento di una bambina di due anni, il dolore della famiglie della vittima, ma anche di quella dell’omicida.
Le varie considerazioni vengono espresse dai cronisti in un’epoca che ignora i termini stalker e femminicidio. Potrebbe risultare interessante un confronto col presente, per valutare l’evoluzione del comune sentire a proposito della violenza di genere nel volgere di poco più di settant’anni.
Si torna a parlare dell’omicidio di Sassi il 2 settembre dell’anno seguente. È stata riconosciuta la piena responsabilità mentale dell’assassino anche se, a istruttoria conclusa, non si conoscono ancora i motivi che hanno spinto Pietro Grimaldi a uccidere la moglie. Il professor Mossa, direttore dell’Ospedale psichiatrico di Collegno, dopo averlo sottoposto a perizia, lo ha definito semi-infermo di mente, ma il magistrato non ha condiviso questo parere e lo ha accusato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione e della scelta di una località isolata per sopraffare facilmente la vittima. Un’accusa da ergastolo.
Il processo in Corte d’Assise è previsto per novembre e, per una coincidenza certo non voluta, inizia a distanza di un anno e un giorno dall’uxoricidio, il 18 novembre 1954. Qualcuno si aspetta che Grimaldi, durante il dibattimento, si decida a rivelare il vero movente dell’uccisione della moglie. Si è addirittura ipotizzato che abbia agito a seguito del ritorno di una sua vecchia fiamma, conosciuta prima del matrimonio.
Grimaldi compare in aula come un bel giovanotto, alto e forte, ma stranito e con lo sguardo vacuo. Indossa un cappotto marrone chiaro ben confezionato ed è assistito da due difensori, il professor Ollivero di Torino e l’avvocato Andreis di Cuneo. La famiglia si è evidentemente mobilitata per sostenere la sua difesa. Il pubblico è numeroso e proviene in larga parte da Canelli e da Cossano.
L’imputato persiste nella sua versione della gelosia: non pensava di ucciderla (lo giura sulla testa della figlia), lei gli ha detto sfacciatamente che lo tradiva. Fa un racconto monco, alle contestazioni risponde «non mi ricordo». Lei si è recata lei in mezzo al prato, qui lui le ha chiesto se lo tradiva, lei prima ha negato, poi lo ha ammesso. Lui l’ha afferrata alle spalle, lei gli ha dato un pugno allo stomaco: «Signor Presidente, io sono di temperamento calmo, ma se mi toccano divento una belva». L’ha stretta alla gola con le mani e, quando lei è caduta a terra, le ha dato due coltellate: «Se lei si fosse trovato nelle mie condizioni avrebbe fatto lo stesso». Poi le ha sfilato la fede, «Perché non era degna di portarla». Per difendersi, non esita a infangare la memoria della morta, come gli rimprovera il Pubblico Ministero. I numerosi testimoni concordano sull’onestà della vittima.
Sono agli atti due lettere che la moglie gli ha scritto da Roma, che dimostrano come lei fosse sempre innamorata di lui. Smentiscono la sua linea di difesa e Grimaldi sostiene che sono false perché scritte dai suoceri per accusarlo. Così sul finire dell’udienza, scatta in piedi urlando adiratissimo: «Sono stufo delle menzogne che vengono raccontate: il primo a cominciare è stato il P.M. che ha portato carte false al processo». Viene immobilizzato dai Carabinieri, il Pubblico Ministero chiede di processarlo per oltraggio a un magistrato durante un dibattito. La Corte decide di giudicarlo al termine del dibattimento.
Il 19 novembre 1954, seconda giornata del processo, vengono esaminate le perizie psichiatriche su Grimaldi. Come si è detto, il perito d’ufficio, professor Mossa, lo considera semi-infermo di mente, mentre il perito della Parte Civile, professor Ferrio, lo ritiene assolutamente sano. Alle 11:00 la Corte compie un sopralluogo a Sassi. Grimaldi torna in prigione e non si presenterà più in aula fino al 23 novembre, su consiglio dei difensori, per evitare altri negativi scatti d’ira. Nel pomeriggio parlano l’avvocato di Parte Civile che traccia un brutto ritratto dell’imputato, che ha cacciato di casa la moglie incinta, demolisce le accuse di infedeltà e lo definisce assassino, calunniatore e perverso.
Il Pubblico Ministero definisce Grimaldi come un delinquente costituzionale che ha dato una versione menzognera del suo delitto, commesso perché spinto dall’odio: era deluso in quanto sperava in un matrimonio vantaggioso. Ma non chiede l’ergastolo: non nega vizio di mente. Anche se la perizia d’ufficio non gli appariva convincente, alcune circostanze fanno ritenere l’imputato come non del tutto normale e il vizio parziale di mente deve essere accordato in misura minima. Chiede pertanto la sua condanna a 29 anni e 10 mesi, il riconoscimento di socialmente pericoloso (dovrà trascorrere 3 anni in casa di cura e custodia), l’interdizione dai pubblici uffici e la privazione della patria potestà. Il 22 novembre parla l’avvocato Andreis e il 23 il professor Ollivero.
I difensori puntano sull’uccisione per motivi d’onore che viene punita con non più di 7 anni di reclusione: anche se lei non lo tradiva, lui ne era convinto. Forse lei ingenuamente lo ha lasciato credere per incitarlo a una nuova vita… Sulla base della perizia che riconosce la semi-infermità mentale, parlano di una gelosia parossistica, le ombre hanno preso corpo, si è convinto e l’ha uccisa. Con questa ricostruzione, i difensori invocano attenuanti nella semi infermità e nella provocazione. Sono affermazioni che inducono a ribattere sia l’avvocato di Parte Civile, sia il Pubblico Ministero: ogni riduzione della pena suona come offesa alla memoria della vittima. L’avvocato Andreis appare particolarmente appassionato alla difesa: è suo l’ultimo breve intervento in favore dell’imputato.
Alla rituale domanda del Presidente se abbia ancora qualcosa da dire, Grimaldi gli fa consegnare un biglietto, dove ripete in sintesi quanto già detto in sua difesa, accenna a sua madre e a sua figlia, per concludere che se gli avessero dato una pistola avrebbe fatto giustizia da sé.
La sentenza del 23 novembre, emessa alle 18:30, lo condanna a 28 anni: è esclusa la premeditazione e viene concessa la semi-infermità. Si aggiungono l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la sospensione della patria potestà durante la pena. È dichiarato socialmente pericoloso e dovrà scontare tre anni in una casa di cura e custodia. Per l’oltraggio al Pubblico Ministero si devono aggiungere un anno e 6 mesi di reclusione, più 6 mesi di casa di cura.
Grimaldi presenta subito ricorso in appello, sempre sostenendo i motivi d’onore. Dal carcere, ha scritto una lettera ai genitori della sua vittima per scongiurarli di insegnare alla piccola Marisa il rispetto per il padre pentito. La sentenza della Corte di Appello del 30 giugno 1955 conferma l’impostazione della precedente sentenza, ma gli riduce la pena a 20 anni e 3 mesi e conferma la pena per ingiuria.
