La Russia, secondo la pregiata stampa libera (di servire), è, contemporaneamente, un cumulo di macerie, una nazione allo sbando, e la più terribile minaccia per gli europei.
Fino a ieri, gli esperti da salotto e i bollettini del Ministero della Verità ci giuravano, con la bava alla bocca, che Putin avesse già perso 1,2 milioni di soldati, che il rublo fosse carta straccia e che le fabbriche russe non riuscissero più a costruire nulla.
Considerato che l’esercito russo nel 2021 contava 1,3 milioni di uomini, si deduce che al fronte siano rimasti il cuoco della caserma, due magazzinieri e un gatto randagio, pericolosissimo.
Eppure, con questo manipolo di superstiti, armati di pale e chip di lavatrici usate, lo Zar starebbe per invadere l’Europa, occupare Berlino e magari far sfilare i carri armati (che non ha più) sotto la Tour Eiffel.
Il New York Times, in un raro momento di lucidità post-sbornia bellicista, ci informa che, al ritmo attuale, Mosca impiegherà 30 anni solo per prendersi il Donbass. Praticamente, arriveranno a Kiev quando Zelensky sarà già bisnonno e Putin una foto sui libri di storia.
Ma non importa: Kaja Kallas vede “guerre ibride” persino nei passi di danza del Bolshoi e la Von der Leyen ci ordina di svuotare i salvadanai per il “Riarmo Sacro”.
Tutto per la “Riconversione Santa”.
Dopo aver polverizzato l’industria automobilistica europea con le demenziali direttive green, regalando l’intero mercato elettrico alla Cina e riducendo le gloriose fabbriche tedesche a cimiteri di cessi invenduti, bisognava pur inventarsi qualcosa.
Perciò, se i cittadini non comprano più le auto, venderemo droni. Se l’automotive è morto, resuscitiamolo come “industria della difesa”.
Non serve che le armi servano a qualcosa, basta che servano a giustificare i miliardi di tasse che finiranno nelle tasche dei soliti noti per difenderci da un esercito che, secondo i loro stessi calcoli, non esiste più.
Prima ci tolgono l’auto per “salvare il clima”, poi ci vendono i missili – che inquinano meno? – per “salvare la democrazia”.
L’importante è che il cittadino europeo, tra una bolletta raddoppiata e l’inflazione galoppante, continui a credere che il pericolo siano gli atleti russi alle Olimpiadi, gli artisti di Mosca alla Biennale o all’Eurovision, e non i geni che siedono a Bruxelles.

Pasquale Di Matteo
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