La “Brigata ebraica” esclusa dalla manifestazione
Delle manifestazioni del 25 aprile si è ampiamente parlato ed è giusto che si continui a farlo, anche se ho letto da qualche parte, che questi temi interessano poco alla maggioranza degli italiani. Intanto, hanno fatto discutere le intemperanze, le contestazioni o meglio le aggressioni nei confronti di chi appariva non allineato alla festa. C’è chi si è scandalizzato perché la “Brigata ebraica” è stata esclusa dalla manifestazione del 25 aprile (ma non è la prima volta). Ma anche chi portava bandiere non conformi allo spirito della manifestazione, vedi la bandiera ucraina. La nostra Presidente del Consiglio giustamente, anche perché lei copre un ruolo istituzionale, ha condannato questi atti antidemocratici. 
A commento di questi fatti incresciosi ho letto alcune riflessioni che ritengo opportuno citare. “Bisogna sottolineare che la sopraffazione e la violenza fisica condotta da certi militanti di sinistra non è un caso isolato, ma il frutto di una cultura saldamente radicata e prosperata nel corso del tempo, legittimata anche dai leader di partito. Per anni la narrazione dominante ha costruito un salvacondotto ideologico per i facinorosi di ispirazione comunista o socialista”. (Alessandro Bonelli, Non chiamateli fascisti, sono comunisti, 1.5.26, politico quotidiano) Lascio la parola al giornalista che argomenta egregiamente.
Pertanto, “I compagni possono aggredire, censurare, cacciare dal corteo chi non condivide la loro visione perché, per definizione, sono “antifascisti”. Chi dissente (sia esso un ebreo che ricorda il contributo della Brigata Ebraica nella lotta partigiana, un atlantista che difende la sovranità dell’Ucraina o un liberale classico) diventa automaticamente fascista, nemico della libertà e del popolo. E così, più in generale, si utilizza la stessa etichetta per bollare chiunque critichi l’immigrazione incontrollata, la retorica gender o le derive autoritarie di certi movimenti”.
Ma se andiamo a guardare la storia, risulta facilmente intuibile come i movimenti comunisti si siano macchiati di crimini e disordini indicibili. Basta dare uno sguardo agli anni di piombo. Quante violenze e gambizzazioni commesse dai gruppi delle Brigate Rosse. Oggi, per il momento, la violenza degli squadristi rossi è più light, per ora occupano le piazze e usano la forza per imporre il silenzio a chi non la pensa come loro. Poi c’è una certa narrazione che li giustifica senza troppi problemi. E nonostante il comunismo a ogni latitudine abbia lasciato dietro di sé gulag, carestie, repressioni e milioni e milioni di vittime, ancora oggi in Italia il termine “comunista” risveglia certi cuori anziani e giovani a tal punto da essere rivendicato come un termine nobile.
“Per questa ragione, anche a sinistra, quando qualcuno tra i loro estremisti si macchia di crimini che non si riescono a ignorare nemmeno turandosi il naso, l’etichetta che gli si affibbia è “fascista!”. Ma ridurre le nuove derive autoritarie di sinistra al fascismo serve solo a occultare l’eredità sanguinaria comunista e a giustificare nuove intolleranze”. Dello stesso parere è Salvatore Di Bartolo (Gli antifà violenti? Nessuna sorpresa: sono ‘figli’ dei
partigiani di Piazzale Loreto, 27.4.26, politicoquotidiano) Pertanto, “C’è una tentazione ricorrente, ogni volta che emergono episodi di violenza legati a gruppi che si richiamano all’antifascismo: liquidarli come “finti partigiani”. È una scorciatoia rassicurante. Permette di salvare un’immagine idealizzata della Resistenza, separando nettamente il “bene” di allora dal “male” di oggi. Ma si tratta di una lettura comoda e storicamente fragile”.
La violenza di oggi di questi gruppi, non è una degenerazione recente, è piuttosto, la prosecuzione di una componente che era già presente nella galassia partigiana negli anni della guerra civile italiana. La Resistenza non fu un blocco monolitico. Fu un insieme di esperienze, sensibilità e ideologie diverse — alcune nobili, altre segnate da odio politico, spirito di vendetta e brutalità. [… ] Fu il segno di una componente della guerra partigiana che non si limitava alla lotta armata contro il nemico, ma che scivolava nella disumanizzazione dell’avversario”. Pertanto, non sono “finti partigiani”. Sono eredi, in una certa misura, di quella stessa componente minoritaria ma reale che già allora esisteva: una minoranza che interpretava la lotta politica come uno scontro totale, privo di limiti morali. Il problema, quindi, non è smascherare un’impostura.
È riconoscere una continuità. E finché non si avrà il coraggio di dirlo con chiarezza, quella violenza continuerà a trovare giustificazioni invece che condanne. Per quanto riguarda la cacciata della Brigata ebraica e gli insulti subiti da Emanuele Fiano, (sei una saponetta mancata), certo ci ha messo una vita a capire, che il PD è un partito antisemita, e pertanto uno come lui non può stare in un partito del genere. Fiano è triste e sgomento, noi solo sconsolati nel constatare di avere avuto ragione. Noi l’avevamo capito da tempo e sapevamo che andava a finire così, ha scritto Max Del Papa su politico quotidiano. (A che serve un 25 aprile così? 26.4.26) Inoltre, sono patetici i giovani di Forza Italia che hanno partecipato alle manifestazioni del 25 Aprile, salvo poi lamentarsi che sono stati cacciati via dai cortei egemonizzati dai “veri partigiani”.
Una giornata che dovrebbe essere inclusiva, si è trasformata, escludente e razzista. “Ma ad essere incoerenti non sono stati i filostalinisti e filoterroristi, non i Carc a vagheggiare vecchie e nove brigate rosse che preoccupano i Servizi, non le quinte colonne di Hamas in Italia: è stata Forza Italia, andata o mandata a finire nel grottesco e nell’indecente e per cosa? Per sancire una alleanza di domani? “Ma dai!”, come avrebbe detto il fondatore che, evidentemente, resta un nome, un volto, ma non più una ispirazione, neanche una evocazione da rispettare”.
Pertanto, un 25 aprile così è pericoloso, le bandiere islamiche, iraniane, di Hamas marcano il territorio, segnano una presenza che diventa prevalenza, dicono “qui siamo noi e comandiamo, non c’è spazio per altri, non c’è posto per nessuno”. Con la polizia come sempre mandata a far da scudo umano, da bersaglio fisso o mobile per dividere i violenti dai miti. Si replica il Primo Maggio. Stesse scene. Solo disordine per lo sfascio, per marcare ancora il terreno, per dire i padroni siamo noi. Naturalmente, non si può continuare così, a non parlare, a non vedere, a illudersi che in fondo non succede niente, che è tutto sotto controllo.
