Quando la prima capitale d’Italia venne spostata a Firenze tra proteste, morti e accuse di tradimento.
Torino, settembre 1864. La città che aveva fatto l’Italia scopre, quasi all’improvviso, di non esserne più il centro. Non per una sconfitta, non per una crisi interna, ma per una decisione maturata lontano, nei tavoli della diplomazia europea. Una decisione che, nel giro di pochi giorni, si traduce in proteste, spari, morti. E in una parola che comincia a circolare con insistenza: tradimento.
Nel 1861 Torino era diventata la prima capitale del Regno d’Italia. Qui sedevano il Parlamento, la corte, i ministeri. Qui operava il governo guidato da Vittorio Emanuele II, e qui si concentrava il potere politico della nuova nazione. Ma Torino non era soltanto una capitale amministrativa.
Era la culla del processo unitario: il luogo da cui erano partite le guerre, le alleanze, le decisioni che avevano portato all’unificazione. Per questo, ciò che avvenne nel 1864 fu percepito come qualcosa di più di un semplice trasferimento.
Il 15 settembre 1864 il governo italiano firmò con la Francia la Convenzione di Settembre, sotto l’egida di Napoleone III. Per capire quella scelta bisogna partire da un dato essenziale: Roma non era ancora italiana. La città era sotto il controllo del Papa, difeso da una guarnigione francese. La presenza militare francese impediva qualsiasi iniziativa italiana. L’accordo cercava di sciogliere questo nodo. Prevedeva che:
- la Francia ritirasse progressivamente le proprie truppe da Roma
- l’Italia si impegnasse a non attaccare lo Stato Pontificio
- il governo italiano garantisse la sicurezza dei confini pontifici
Ma soprattutto introduceva un elemento decisivo: lo spostamento della capitale da Torino a Firenze.
Non si trattava di una scelta simbolica, ma di una garanzia politica. Trasferire la capitale significava:
- allontanare il centro decisionale dal confine francese
- dimostrare che l’Italia non preparava un attacco immediato a Roma
- rassicurare Napoleone III sulla volontà italiana di rispettare gli impegni
In altre parole, era una prova concreta di moderazione. Una mossa necessaria per ottenere il ritiro delle truppe francesi e mantenere aperta, nel medio periodo, la strada verso Roma.
Questo equilibrio diplomatico, complesso e fragile, non arrivò alla popolazione nella sua interezza. A Torino giunse solo il risultato:
- la capitale veniva trasferita
- la decisione era già presa
- la città non era stata consultata
Il resto – pressioni francesi, questione romana, strategie internazionali – rimase sullo sfondo. E quando una decisione appare incomprensibile, diventa facilmente inaccettabile.
La reazione fu immediata. Nel settembre 1864 Torino fu attraversata da manifestazioni sempre più accese, concentrate soprattutto nell’area di piazza Castello. La protesta non era solo politica: era sociale, economica, identitaria. Perché perdere la capitale significava anche:
- perdere uffici e funzioni amministrative
- vedere partire funzionari, famiglie, attività
- ridimensionare il ruolo economico della città
Il 21 e 22 settembre la tensione sfociò negli scontri. L’esercito intervenne. E sparò sulla folla. Il bilancio fu pesante: decine di morti e centinaia di feriti. I cosiddetti moti di Torino del 1864 segnarono uno dei momenti più drammatici del primo periodo unitario.
Fu in quei giorni che prese forma un sentimento preciso. Non semplice protesta, non solo rabbia: tradimento. Le ragioni erano molteplici:
- Torino aveva sostenuto il processo unitario
- il Piemonte aveva pagato un prezzo elevato in termini politici ed economici
- la città si aspettava un riconoscimento, non una rinuncia
- la decisione appariva imposta dall’alto
Il ragionamento, nella sua essenzialità, era lineare: abbiamo fatto l’Italia, e l’Italia ci toglie il suo centro.
Dal punto di vista politico, la scelta aveva una sua logica. Senza l’accordo con la Francia, difficilmente si sarebbe arrivati alla soluzione della questione romana, che infatti si compirà solo nel 1870. Ma la popolazione non ragionava in termini di equilibri europei. Ragionava in termini immediati: lavoro, dignità, ruolo. E in quel momento, Torino stava perdendo tutto insieme.
Nel 1865 la capitale fu trasferita a Firenze. Nel 1870 passò a Roma.
Torino, nel frattempo, iniziò un processo di trasformazione che l’avrebbe portata a diventare uno dei principali centri industriali del Paese. Ma nel 1864 questo futuro era invisibile. Restava solo una città ferita.
Oggi i fatti del 1864 sono poco presenti nella memoria collettiva, spesso oscurati dal racconto celebrativo del Risorgimento. Eppure raccontano molto. Raccontano la distanza tra decisione politica e percezione popolare. Raccontano come nasce una frattura tra Stato e cittadini. Raccontano quanto possa essere profonda una delusione collettiva.
Torino non perse soltanto il titolo di capitale.
Per un momento, ebbe la sensazione di aver perso il proprio posto nella storia che aveva contribuito a scrivere.
Breve mio filmato: Torino Tradita?
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piazza Castello o piazza san Carlo?
Piazza San Carlo iniziarono le proteste al mattino del 21 settembre; nel pomeriggio le proteste si spostarono in Piazza Castello di fronte al Ministero dell’Interno e qui avvennero i primi spari sulla folla. Il giorno successivo le proteste continuarono in Piazza San Carlo e nuovamente si sparò sulla folla. La targa commemorativa è posta in piazza San Carlo.
Appropriata precisazioen che caratterizza l’aticolo