Un’indagine ispirata dai dossier di Focus “Risiko-Sfide di potere”, sull’ascesa di Vladimir Putin
Nessuna tregua olimpica, droni e missili su Kiev. Febbraio2026: 4º anno di guerra in Ucraina, un conflitto che ha sovvertito la vanitosa opinione occidentale dell’Eurasia e della convivenza tra i suoi popoli. Infatti, quando il 25 dicembre 1991 Mikhail Gorbaciov annunciò la dissoluzione dell’Urss, in Occidente molti videro la fine dell’impero russo una volta per tutte.
Per un giovane Vladimir Putin fu un momento di disonore e l’inizio di un progetto di rinascita della Grande Russia, meditato a lunga scadenza. Quello che accade in Ucraina e che ha coinvolto l’Occidente è un momento di arresto e modificazione dei suoi piani, ma un bravo scacchista è sempre capace di “spostare il gioco” senza perdere di vista la partita. Putin ha iniziato, è avanti di una mossa.
Il suo è un progetto pragmatico: ricostruire l’Impero, dapprima ristabilendo l’ordine interno e quindi, ricostruire “la forza” di una Russia postsovietica fragile e umiliata, delegittimata nella sua teologia e frammentata, perdendo ben 14 repubbliche.
Vladimir Putin, uomo con il mito di Sigfrido, cresciuto nella periferia di Leningrado, abituato a battersi per la propria ideologia, sta “lavorando” da quel 1991 post Gorbaciov.
È il frutto di una politica estera dall’azione rapida e decisa che anticipa le mosse. Una delle sue frasi celebri è l’incipit di tutto quello che andremo ad analizzare in un secondo tempo:
«se la rissa è inevitabile allora devi colpire per primo».
Dunque, Vladimir Putin non è il prodotto di un’idea, ma di una ferita. Capire Putin significa dover partire dalla sua “paura” del caos prima che dalla volontà di potenza. Scartabellando tra le fonti, è quello che cercheremo di fare.
Vladimir Putin: anatomia di un potere paziente
La parabola politica di Vladimir Putin nasce dalla umiliante dissoluzione dell’Unione Sovietica, vissuta da milioni di russi come un collasso identitario prima ancora che geopolitico. Per Putin, risanarla rappresenta una missione. Per il giovane funzionario del KGB di stanza a Dresda, nella DDR, è insopportabile la perdita di ordine, prestigio e sicurezza della Russia. In questa sintesi affondano le radici della sua visione futura: la Russia risorta come Stato forte e transenna invalicabile verso il democratico caos dell’Occidente.
La formazione nel KGB e un’infanzia segnata dalla durezza delle periferie di Leningrado completano il quadro emotivo e morale. Putin interiorizza una visione conflittuale delle relazioni umane e internazionali: la fiducia è debolezza, la forza è deterrenza, la stabilità vale più della libertà. Da qui si configura una idea di leadership che non cerca gradimento, ma obbedienza razionale.
L’ascesa al potere avviene in modo quasi impersonale. Alla fine dei “turbolenti” anni 90 di Eltsin, la Russia è un Paese esaurito: Stato fragile, oligarchi corrotti, regioni centrifughe, umiliazione internazionale. Putin si presenta come un duro e atletico leader capace di restituire dignità alla Russia, riformatore del nazionalismo, della ripresa economica e territoriale. La seconda guerra in Cecenia diventa il suo battesimo politico: l’uso spregiudicato della forza restituisce una percezione di sicurezza, ordine e centralizzazione, e lo accredita come garante dell’unità nazionale. È il momento in cui il potere non viene conquistato, ma occupato.
Una volta al Cremlino, Putin può costruire quella che definirà la “verticale del potere”. Non smantella l’élite economica, ma la subordina; non abolisce le istituzioni, ma le svuota; non elimina il pluralismo, ma lo rende inefficace. Media, magistratura e federalismo vengono ricondotti sotto un controllo centrale che restituisce allo Stato russo coesione e capacità decisionale. Non è un ritorno al totalitarismo sovietico, bensì un autoritarismo pragmatico adattato al XXI secolo.
Vladimir Putin e la strategia che logora nel tempo
Sul piano strategico, Putin si distingue per una abilità “scacchistica”. Il tempo è la sua risorsa principale. Non cerca vittorie rapide, ma metodi di logoramento. I conflitti congelati nello spazio post-sovietico, dalla Georgia all’Ucraina, passando per la Crimea, diventano strumenti di pressione continua. L’obiettivo non è tanto l’annessione immediata, quanto l’instabilità controllata: rendere i territori fragili tanto da impedire un allineamento all’Occidente, con cui gioca una partita rassicurante, mentre la Russia si “ricompone” senza fare troppo rumore.
Nel 1998 la Federazione Russa viene inclusa nei G7 che diventano G8 (sospesa poi nel 2014 in seguito all’annessione della Crimea). Nel 2008 Putin e George Bush firmano gli storici accordi di Pratica di Mare, momento di massima amicizia tra Putin e Berlusconi. Sintomatica poi una frase di Hillary Clinton del 2014: “Putin è una persona dura e arrogante, ma con due occhi azzurri in grado di ammaliare chiunque”. La Guerra Fredda sembra ormai un ricordo da archiviare.
In questo gioco di specchi rientra anche la NATO, percepita non solo come alleanza militare, ma come architrave dell’ordine liberale. Putin è cosciente dell’impossibilità di una vittoria militare diretta; per questo punta a dividerla “dall’interno”.
Tramite social, alimenta e sfrutta divergenze politiche, promuove Il sovranismo di estrema destra, la filosofia “Bannon”, la deriva filo russa e condiziona le opinioni pubbliche.
Abile manipolatore Vladimir Putin ha dato il meglio di sé nel recente meeting di Anchorage, seducendo le debolezze di Donald Trump e raggiungendo i presupposti per Una NATO divisa, piuttosto che sconfitta.
L’obiettivo è realistico: un’alleanza paralizzata dal distacco rende l’Europa fragile e impreparata alla deterrenza. Dunque, sempre più sovente mostra i muscoli di una Russia che non teme più la “frammentata” Nato, né l’Occidente
La Russia civiltà morale e spirituale rispetto all’Occidente decadente e pervertito
Frattanto, Putin lavora sul piano simbolico e culturale. La Russia viene presentata come una civiltà portatrice di una missione storica, alternativa al modello occidentale. In questo quadro, la Chiesa ortodossa è il collante identitario e spirituale, mentre lo Stato si propone come difensore dei “valori tradizionali”. È ordine contro disgregazione, comunità contro individualismo, continuità contro relativismo.
L’Occidente depravato diventa il terreno ideale in cui insinuarsi. I rivoltanti scandali legati a Jeffrey Epstein in cui sono coinvolti molti leader occidentali, vedono Vladimir Putin citato più di 1000 volte in quella che è definita “honey trap”; una rete di “trappole sessuali” attuata dal KGB attraverso giovani donne russe, per colpire nomi intoccabili: Bill Gates; Bill Clinton; il principe Andrea Windsor e un’altra fitta di “big” sono emersi come habitué dell’isola Little Saint James… Un disegno mirato a delineare al mondo le democrazie come moralmente dissolute, incapaci di stabilire limiti.
Temi come l’espansione dei diritti civili, l’ascesa dei movimenti LGBTQIA e il pluralismo culturale non sono il bersaglio in sé, ma strumenti retorici potenti: simboli di un mondo che, secondo la propaganda russa, ha perso misura, identità e autorità. Putin non osteggia la libertà per sostituirla con un modello alternativo universale, ma per dimostrare che essa produce fragilità sociale e morale. Il progetto putiniano non è ideologico nel senso classico e non mira a esportare la “via russa”, ma a demolire alle sue radici l’idea di superiorità occidentale.
Il mondo secondo Putin
Il suo obiettivo strategico è un mondo multipolare fondato su sfere di influenza, in cui la forza militare ed economica, l’unità, l’ordine, l’etica e la cultura ritornino a essere il criterio primario delle relazioni internazionali. Un mondo in cui il diritto si accoda al potere, non il contrario.
Putin non si ritiene un tiranno né un rivoluzionario, ma un restauratore. Nella sua auto-analisi è colui che sta correggendo l’errore storico degli anni Novanta, ricucito la continuità dello Stato russo e restituito al Paese un ruolo centrale nello scacchiere globale. È una certezza che persegue da 25 anni di potere e che finora non ha espresso altri tipi di progetto. Un piano lineare ora più evidente che rende Putin un ostinato, imprevedibile interprete del nostro tempo, difficile da arginare.
Morale: “se conosci il tuo nemico e te stesso non devi temere cento battaglie” (l’arte della guerra).
L’ombra dello Zar non ricerca il consenso globale, ma il nostro occidentale, progressivo collasso. Dunque, dovendo giocare sulla stessa scacchiera, occorre concentrarci sul russo e non sul nostro prevedibile schema “liberale”. La sua forza non è solo nella brutalità delle scelte, ma nella pazienza e nella fermezza con cui le persegue, erodendo e dividendo gli avversari.
Perciò, sfogliando nella sua personalità, spiccano chiare le volontà di Putin nel voler chiudere la partita in Ucraina a modo suo, e poi occuparsi del resto. Per l’Europa, orfana della Nato, disunita e pressata da ovest e da est, il federalismo pragmatico tracciato a Lovanio da Mario Draghi è quanto va fatto. Quindi armarsi, e non solo di altra pazienza, è un dovere imposto da chi ha iniziato la partita.
In conclusione
Analizzando la figura di Putin, non spicca solo quella del leader di una superpotenza antioccidentale, ma diventa un problema sistemico, non tanto per ciò che fa, quanto per ciò che detesta e che teme. Sembra che un progetto nato 25 anni fa sia a buon punto.
Fonti: Focus.it; Mediaset Infinity; AI Overview; WikipeHodia; docufilm di Ezio Mauro; Instagram…
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comunicoa qualche lettore che magari capita adesso di qua che proprio in questi giorni sta uscendo un film sulla ascesa al potere di Vladimir Putin