Sarà, quello di Giorgia Meloni, il governo delle grandi riforme costituzionali?
Sembrerebbe di sì: la riforma della magistratura è andata in porto dal punto di vista parlamentare e aspetta solo una conferma o un disconoscimento col referendum della prossima primavera; quella del premierato, dopo una lunga quiescenza, sembra aver ripreso un certo vigore, almeno nella volontà politica a cui dovrà seguire tutto il successivo e complesso iter previsto dalla Costituzione.
Sulla separazione delle carriere dei magistrati i fautori del “si” nutrono un ragionevole ottimismo, confortato anche dai vari sondaggi che lo danno prevalente. Le sue ragioni appaiono convincenti anche se la riforma non risolverà certo di colpo le molte criticità del nostro ordinamento giudiziario e processuale: lentezza, farraginosità, inadeguatezza di mezzi e personale.
Si tratta però di una riforma altamente auspicabile per quanto riguarda la civiltà giuridica del nostro paese: due carriere separate, due organismi di autogoverno, due corti disciplinari, due culture processuali qualitativamente diverse e, nel tempo, anche due psicologie giudiziarie differenti. Non più una giustizia in cui la parte pubblica e quella “privata” sono gestite da un’unica struttura a un tempo requirente e giudicante ma due distinte funzioni, e due distinte organizzazioni, che amministrano esigenze pubbliche profondamente diverse: una rivolta a far valere le esigenze di uno stato che vuole assoggettare le persone alla legge, l’altra rivolta all’accertamento della fondatezza di quelle esigenze.
Cosa che avviene anche oggi ma con modalità più opache e poco garantiste, data la commistione, dal punto di vista amministrativo, delle due funzioni in un unico corpo che decide le scelte, le prerogative e le aspirazioni dei magistrati, soprattutto in sede di Consiglio Superiore della Magistratura. Chi appartiene alla stessa struttura non può non sviluppare una psicologia corporativa, reciprocamente difensiva dei relativi privilegi, e sempre giustificativa delle proprie azioni. L’idea di due magistrature separate anche fisicamente, in edifici diversi, può sembrare peregrina, ma evidenzierebbe, anche simbolicamente, la diversità e l’indipendenza delle due funzioni.
E non si giustifica la paura -per certi versi l’ossessione- dei sostenitori del “no” i quali vedono una riforma volta all’assoggettamento del pubblico ministero alla volontà dell’esecutivo. A parte il fatto che in molti paesi di comprovata civiltà giuridica la funzione requirente è regolata e indirizzata dal ministro della giustizia, nella riforma introdotta dal governo non si rintraccia nessuna norma che possa far pensare a una simile prospettiva, la quale rimane allo stato di semplice e indimostrata ipotesi, un puro “fantoccio polemico”, per usare la vecchia espressione di Einaudi.
E poi va contenuta la politicizzazione degli organismi giudiziari, non solo nel senso di contenere l’esibizionismo ideologico e politico (o addirittura partitico) di molti magistrati, ma anche nel senso “alla Palamara” dove la carriera dei magistrati stessi è determinata da opposizioni o accordi tra fazioni, simpatie e antipatie politiche, affinità o divergenze professionali, raccomandazioni reciproche, colleganza ideologica, imposizioni sindacali. Un puro gioco di potere in cui le correnti, soprattutto in seno al CSM, fanno e disfano le cose a loro piacimento; una stortura che la riforma eliminerebbe, certamente con grande rimpianto di molti magistrati abituati ai giochi e alle convenienze del correntismo.
Molte altre ancora sarebbero le riforme di cui necessita la giustizia, oltre a quelle strettamente organizzative, e soprattutto in campo penale: certezza del diritto, certezza della pena, responsabilità del magistrato, sfoltimento delle normative, riforma del diritto processuale, definizione dei rapporti fra normativa nazionale e normativa internazionale, in particolare quella europea. Ma per ora accontentiamoci di una riforma che quantomeno pone dei paletti costituzionali ad alcune derive della nostra attività giurisdizionale.
Discorso più complesso e difficile per quanto riguarda la riforma istituzionale e la proposta di premierato.
I tempi per la sua approvazione sono stretti e, se c’è una genuina volontà politica di portarla avanti, è necessario che la maggioranza vi metta mano il più presto possibile, anche perché questa riforma è veramente un’eredità storica che Giorgia Meloni potrebbe lasciare al paese.
Se la riforma della magistratura è, pur nella sua grande valenza politica, una riforma comunque settoriale, quella del premierato è una rivoluzione sistemica di grande portata: si va a sostituire una concezione dello stato come proprietà delle forze politiche con una concezione dello stato di proprietà dei cittadini; una concezione dell’attività politica come mediazione e trattativa fra partiti con una concezione dell’attività politica come decisione e operatività; una concezione della democrazia come perenne gioco di checks and balances con una concezione della democrazia intesa come possibilità di realizzare concretamente un vero piano politico su mandato del popolo italiano.
Basterebbero la designazione del premier da parte degli elettori e l’impossibilità di formare governi tecnici, con presidenti in gran parte sconosciuti alla gente, per giustificare l’intera riforma. Ma, mentre per quella della giustizia si è avuto soprattutto la reazione corporativa di parte della magistratura supportata dalle forze di sinistra, per la riforma istituzionale dobbiamo attenderci una reazione ben più forte e ampia anche da parte di una porzione consistente di quell’opinione pubblica guidata e infuocata dalle forze politiche di opposizione.
Accanto ad obiezioni politiche e tecnico-giuridiche verranno avanzate obiezioni politico-retorico-sentimentali: la Costituzione nata dalla Resistenza, l’eredità morale dei Padri costituenti, l’antifascismo, la deriva autoritaria, la fine del parlamentarismo e del Parlamento, un governo autoritario accentratore e fascisteggiante, e molto altro ancora. Un vero scontro epocale tra innovazione e conservatorismo, tra realismo e ideologia, dove però i ruoli politici sembrano scambiati: una destra apparentemente conservatrice che vuole riformare e cambiare il paese, e una sinistra apparentemente progressista che vuole mantenere testardamente lo stato attuale delle cose.
I passaggi parlamentari saranno relativamente agevoli per il fronte riformatore, vista la composizione di Camera e Senato, il problema sarà però costituito dal referendum che sicuramente verrà richiesto o dalle stesse forze di maggioranza o dalle forze di opposizione: lì lo scontro sarà cruento e senza esclusione di colpi soprattutto da parte della sinistra, maestra nell’usare la retorica oppositiva a suon di esternazioni sopra le righe, movimenti di piazza, argomentazioni vuote e sovreccitate, prefigurazione di catastrofi democratiche, magari con l’aiuto più o meno palese di qualche fiancheggiatore estero.
Bisogna innanzitutto che gli italiani si rendano conto che questo appuntamento è storico, un momento decisivo per traghettare il nostro paese verso il futuro, e in secondo luogo che sono molte, moltissime le forze che vogliono impedirlo. Intendiamoci, è pieno diritto di quest’ultime fare opposizione alla riforma: la forza della democrazia sta anche nella forza dello scontro ideale e politico. L’importante è che questo scontro sia però contenuto con la prevalenza della ragione e del rispetto reciproco, senza trasformarlo in una rissa di strada con urla, cartelli con politici appesi per i piedi o bruciati in effigie, argomentazioni aggressive e ossessive da centro sociale o da corteo pro-pal. La maturità civile e politica di chi si oppone alla riforma sarà misurata anche dalla sua capacità di evitare o almeno contenere tutto ciò.
Ci auguriamo cioè -anche se con un velo di scetticismo- che si tratti di un confronto appassionato ma civile fra due mondi con aspirazioni opposte, due mondi che guardano in direzioni diverse: una verso il futuro, l’altra verso il passato, attraverso un esercizio di democrazia di cui si parlerà a lungo anche in futuro.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
