Il dramma degli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico minacciati dal riscaldamento globale
L’estate dell’anno 2025 è appena iniziata e i servizi della press riportano temperature infernali sull’Europa e non solo.
Il riscaldamento globale è in accelerazione costante:
- + 40°, si soffoca al mare come in città;
- fenomeni di precipitazioni improvvise sempre più frequenti;
- il Mediterraneo è di 5° superiore alla media stagionale;
- zero termico a 5000 m, si sciolgono i ghiacci finora eterni, dalle Alpi ai Poli… etc.
L’effetto domino si ripercuote in tutto il Globo
Gli incantevoli arcipelaghi della Polinesia, come gli atolli dell’oceano indiano sono i lembi terra più minacciati dall’innalzamento del livello del mare.
Le lunghe isole dell’arcipelago di Tuvalu, piccolo Stato indipendente facente parte dell’Oceania, sono tra le più vulnerabili e in pochi anni, la popolazione sembra essere destinata all’esodo verso terra più sicura.
Stando a ultime notizie della BBC, già 1/3 degli abitanti ha richiesto un visto climatico per l’Australia che ha attivato un programma di accoglienza dei migranti climatici obbligati alla fuga dai loro paradisi insulari e dalle loro tradizioni secolari.
Si tratta del programma Pacific Egement Visa che garantisce agli esuli climatici lo stesso trattamento dei cittadini australiani. Durante il bando della prima edizione, ha ricevuto 1124 richieste di asilo per un totale di 4052 residenti su un totale dei circa 10.700 abitanti dell’arcipelago di Tuvalu, formato da tre isole coralline e una dozzina atolli.
La sua superficie è di soli 26 km², per i quali è il quarto stato più piccolo mondo.
L’arcipelago si trova a circa 4000 km a nord-est dell’Australia, a circa 1000 km a nord le isole Figi, a est della Nuova Guinea.
Un manipolo di isolotti a metà tra l’Australia e le Hawaii.
Un bel luogo dove i nativi godono di una vita semplice, basata sulla pesca, sull’agricoltura sul turismo e tradizioni.
Molti motivi per restare anziché abbandonare un paradiso terrestre nel mirino del riscaldamento globale.
Stando ai dati della NASA, l’arcipelago è a rischio, poiché l’altezza media delle isole è di 5 m rispetto all’oceano. Dunque, entro il 2050, gran parte di queste dovranno cedere territorio a quel riscaldamento globale innescato dallo sviluppo industriale, e che continua a fagocitare il Pianeta nonostante i segnali di un futuro devastante, di cui non si vede lo sbocco.
Nel frattempo, l’Australia si è impegnata ad essere sede legale della sovranità dello Stato di Tuvalu, qualora le isole non potessero essere più abitabili, prima e unica iniziativa di una Nazione nei confronti di un’altra che sta per scomparire.
Arcipelago di Tuvalu 2050… è solo uno degli effetti più eclatanti di quel riscaldamento globale che gli ipocriti signori del mondo, firmatari dell’agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile e di accordi COP sul contenimento della temperatura, stanno ripudiando nel nome dell’economia e della loro competenza industriale.
L’Europa sta rinnegando una “transizione energetica” nata male. Stati uniti, Russia e Cina inquinatori del Globo, non sono mai pervenuti. I paesi emergenti non si fanno da parte.
A questo punto, come d’abitudine, l’autore scivola dalla cronaca all’opinione. Nasce infatti spontanea una triste vicinanza con quelle popolazioni insulari miti, accoglienti, festose e incolpevoli, ultime vittime dell’arrogante uomo bianco.
Le foreste bruciano, i ghiacciai si sciolgono “come neve al sole”, la siccità guadagna terreno, gli oceani sono sempre più caldi e acidi, eppure, pare che le priorità di questo mondo siano altra cosa.
E io, abusando del condizionatore, scrivo in questa torrida estate, chiedendo perdono agli abitanti della Polinesia per la mia colposa comodità. Nessuno è innocente in questo paradigma apocalittico che si sta auto-alimentando con le occidentali vanaglorie di superiorità, e pare debba andare fino in fondo.
«Chiedo scusa anche al lettore per queste chiusure, non piacciono neppure a me, eppure…»
