Ovvero, il desiderio di raccontare un mondo – quello dell’antiquariato – che rischia di scomparire nel frastuono della contemporaneità
Ci sono silenzi che raccontano più di mille parole.
Sono quelli delle botteghe artigiane, dove il rumore del mondo resta fuori e ogni gesto, ogni truciolo, ogni segno sul legno parla di un sapere antico.
È in uno di questi silenzi che prende vita Nel Silenzio della Bottega, il mio ultimo romanzo. Ma soprattutto, è da lì che nasce il desiderio di raccontare un mondo – quello dell’antiquariato – che rischia di scomparire nel frastuono della contemporaneità.
Ambientato nella Parigi inquieta del 1788, alle soglie della Rivoluzione, il romanzo segue le vicende di Mathieu Vaudreuil, ebanista di grande talento, uomo riservato, interamente dedito al mestiere. La sua bottega è un rifugio, un laboratorio di forme e memoria, ma diventa presto anche un teatro di ambiguità, quando un mobile viene richiesto da un committente misterioso.
Mathieu lavora con rigore, come si usava un tempo. Nulla è improvvisato. Ma a turbare il ritmo della sua creazione non è un errore tecnico, bensì il sospetto che l’oggetto stesso che sta costruendo nasconda più di quanto mostri. Nel cassetto segreto che sta progettando si cela qualcosa di molto più pericoloso di un meccanismo raffinato: un’idea. Un’idea da proteggere, diffondere, e forse anche da temere.
Sullo sfondo si agitano le ombre del cambiamento: le voci dei philosophes, le stampe clandestine che circolano tra i vicoli, la paura dei controlli, e un popolo che comincia a sussurrare parole nuove – libertà, giustizia, sovversione.
Non è un giallo, né un trattato storico. Nel Silenzio della Bottega è un romanzo artigiano, costruito con la stessa cura che un ebanista dedica ai suoi intarsi. Ho voluto scriverlo con l’intento preciso di risvegliare l’interesse verso il settore antiquario, troppo spesso relegato a curiosità per specialisti, mentre in realtà conserva la memoria viva di un’epoca, di una civiltà materiale fatta di saperi, forme, gesti e simboli.
Il mobile che costruisce Mathieu è anche metafora del libro stesso: al suo interno si cela un messaggio, ma spetta al lettore scoprirlo. Ho cercato di restituire la concretezza del laboratorio, il profumo del legno, il ticchettio degli strumenti sulla tavola da lavoro, ma anche l’eco delle idee che, proprio in quegli anni, cominciavano a circolare con forza inarrestabile.
Mathieu non è un eroe. Non guida rivoluzioni. È un uomo silenzioso, fedele al proprio mestiere, che si trova al centro di un gioco più grande di lui. E proprio per questo, forse, ci riguarda da vicino. Perché oggi come allora, la conoscenza, la memoria, il lavoro ben fatto sono forme di resistenza. Silenziose, sì. Ma profonde.
Con questo romanzo ho voluto unire la mia passione per la storia dell’arte e l’antiquariato a una narrazione che parli al presente, senza moralismi, ma con il gusto del dettaglio e il piacere della scoperta.
Nel Silenzio della Bottega è disponibile su Amazon in formato cartaceo e Kindle.
Per chi ama i romanzi che profumano di segatura, inchiostro e verità non urlate.
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Incollo qui una riflessione fatta pervenire dal mio caro amico Filippo.
Provo a fare una recensione della recensione del romanzo ” Nel silenzio della bottega” di Sergio Salomone. Innanzitutto è una recensione accattivante, come non se ne trovano in giro. L’autore non si limita a vendere “un prodotto” ma fa capire in che modo la lettura del romanzo possa rendere migliore chi lo legge. Quasi una suggestione del filosofo Spinoza che riteneva che lo scopo della nostra vita fosse quello di migliorarci. Ma allora la lettura del romanzo di Salomone non è solo divagazione, intrattenimento, ma è anche un’occasione per capire l’arte, per capire l’ebanisteria di grandi professionisti e per capire come una volta le rivoluzioni partivano anche dal silenzio di una bottega. E a me va di azzardare la seguente ipotesi. Ma vuoi vedere che rivoluzioni non se ne fanno più, vuoi vedere che le persone non hanno l’ispirazione a ribaltare il contesto in cui si trovano a soffrire, perché non ci sono più botteghe? Molto bella è la connessione che fa la,autore nel descrivere che l’esito del lavoro eccellente dell’artigiano, dell’ebanista è sempre un connubio tra la manualità e, come l’autore dice in maniera appropriata, il rischio del pensiero. È proprio questo una delle caratteristiche essenziali della moderna, patologia sociale e cioè che non si ha familiarità con il rischio di pensare. Infatti spesso l’assenza di spirito critico che non viene più insegnato nelle scuole fa sì che le persone preferiscono la facilità di conformarsi al mood del presente o privilegiare uno slogan ed evitare di farsi un’idea propria. È per questo che vale la pena di leggere il romanzo “Nel silenzio della bottega” che accende una speranza. Una speranza di inversione di rotta.