La guerra dimenticata e il Genocidio silenzioso
Il Festival Panafricano 2025 che si è tenuto a Torino a fine maggio ha dato occasione anche al pubblico italiano di assistere a un approfondimento coordinato dalla dottoressa Stephanie Manoka Samboue sulla situazione che da anni costringe il Congo, Paese ricco di risorse, a sottostare, anche a seguito di un passato coloniale non positivo, a interferenze crudeli da parte delle potenze occidentali e potentati locali e limitrofi. Il tutto finalizzato alla depredazione di ricchezze minerarie, con il perpetrarsi del genocidio, oscurato ai media.
Ne hanno discusso docenti e diplomatici intervenuti, con particolare riferimento a
-Luca Jourdan (PhD), professore ordinario presso l’Università di Bologna dove insegna Antropologia Sociale e Antropologia Politica che a partire dal 2001 ha condotto una ricerca sul terreno nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo) sul rapporto giovani/guerra, la crisi dell’infanzia, l’economia informale e la frontiera.
-Aselme Bakudila, professore presso la Facoltà di Agraria dell’Università Pedagogica Nazionale (UPN) di Kinshasa ( RDC).
Si è partiti giustamente da lontano, perché la colonizzazione del Congo è avvenuta insieme al furto di manodopera, caucciù, avorio e minerali della regione nell’Ottocento, sotto il governo del re belga Leopoldo II. Oggi le multinazionali continuano questa eredità criminale rubando minerali e metalli essenziali per la crescente economia digitale e “verde”. Le pressioni dell’Unione Europea per l’incremento delle vendite di vetture elettriche e la pubblicità delle multinazionali per la diffusione di smartphone sempre più sofisticati, non fanno che aggravare lo sfruttamento dei bambini nelle miniere del Congo. I consumatori europei più accorti e sensibili, dovrebbero tenerne conto e boicottare quest’insano mercato di morte.

La RDC è uno dei Paesi più ricchi del mondo e solo le sue riserve minerarie non sfruttate valgono 24.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, però, il 74,6% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno, con un congolese su sei che vive in estrema povertà. Questa ricchezza di risorse è ciò che alimenta la guerra nel Paese.
Quali sono i motivi che mantengono in povertà un Paese così ricco?
Dal dibattito partecipato e articolato, completato attingendo a ricerche di archivio, emerge come il problema principale sia dovuto al fatto che il popolo congolese non controlla la propria ricchezza. I congolesi hanno lottato contro il furto dilagante non solo a partire dalla formazione del Mouvement National Congolais nel 1958, che cercava la libertà dal Belgio e il controllo sulle vaste risorse naturali del Congo, ma anche prima, attraverso la resistenza tra gli anni Trenta e Cinquanta.
Questa lotta non è stata facile, né ha avuto successo: la RDC continua a essere dominata dallo sfruttamento e dall’oppressione per mano di una potente oligarchia congolese e da parte di multinazionali che operano con l’assenso della prima. Inoltre, da un lato il Paese soffre delle guerre di aggressione da parte dei vicini Ruanda e Uganda aiutati da gruppi di miliziani per procura, e, dall’altro, dell’ingerenza di istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che impongono politiche neoliberiste come requisito per ricevere prestiti.
Com’è noto il sottosuolo della regione è ricco dei minerali più ambiti del mondo, indispensabili per costruire i dispositivi digitali che usiamo ogni giorno e per la transizione ecologica. La Repubblica democratica del Congo, accusa il Ruanda di aver sfruttato l’M23 per saccheggiare le sue risorse minerarie. Dopo anni di sopraffazione, l’unico elemento positivo si è verificato alcuni mesi fa, quando il governo di Kinshasa aveva fatto causa ad Apple per l’uso di minerali ottenuti illegalmente nella regione.
È ormai noto che il Ruanda è direttamente coinvolto nella guerra contro lo stato vicino, eppure nessuno interviene. Tra i motivi di questa immobilità c’è sicuramente il ricordo del genocidio ruandese: è sempre difficile accusare uno stato che in passato è stato vittima di un’aggressione. La Francia, che da poco ha completato un difficile processo di riconciliazione con il Ruanda, ha evitato a lungo di farsi coinvolgere, ma in occasione di una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore francese ha parlato apertamente del “sostegno attivo delle forze di difesa del Ruanda” nell’attacco a Goma.
Nell’area orientale della Rdc operano una miriade di gruppi ribelli, più o meno attivi. L’M23, però, ha una caratteristica specifica: è sostenuto dal vicino Ruanda, che avrebbe inviato anche fra i tremila e i quattromila soldati in territorio congolese. Questo coinvolgimento di uno stato vicino, attestato dai rapporti delle Nazioni Unite e ormai apertamente denunciato dalla Francia e da altri paesi, conferisce agli eventi di Goma una dimensione internazionale. Da allora la diplomazia è all’opera per evitare l’escalation, ma i risultati non si vedono.
Per comprendere il contesto del conflitto bisogna tornare al genocidio ruandese del 1994, quando gli autori dei massacri si rifugiarono nella Rdc dopo la vittoria degli uomini di Paul Kagame, tuttora al potere in Ruanda. Questo è il punto di partenza di uno scontro sanguinoso in questa zona senza legge, dove la presenza dello stato congolese è meno forte che in altre aree del paese.
Non sono mancati i coinvolgimenti internazionali. Della crisi nella regione africana dei Grandi Laghi si è parlato anche a Ginevra. Al termine di una sessione straordinaria in cui spiccava la postazione vuota degli Stati Uniti, appena usciti dall’organismo, il Consiglio Onu per i diritti umani ha accolto la proposta del Congo di avviare un’indagine sulle violenze avvenute nel Nord Kivu in seguito alla presa di Goma da parte dell’M23.
Nell’area era presente anche una missione di peacekeeping della Sadc, con militari sudafricani, tanzaniani e malawiani. Ma dopo l’uccisione di tre suoi soldati, oltre a 14 sudafricani, il Malawi ha annunciato il ritiro delle proprie truppe. Anche il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, invocando la pace, ha parlato di «ritorno a casa» dei sudafricani.
Pochi giorni prima delle elezioni del dicembre 2023, il FMI ha erogato 202,1 milioni di dollari perché si sentiva sicuro che chiunque avesse vinto le elezioni avrebbe mantenuto “gli obiettivi del programma, tra cui limitare gli slittamenti macroeconomici e continuare ad attuare l’agenda delle riforme economiche”.
In altre parole, l’FMI riteneva di poter continuare a privatizzare l’elettricità e a redigere codici minerari che sono stati eccessivamente “generosi” nei confronti delle multinazionali, a prescindere dai risultati delle elezioni. Da più fronti è stato impedito alla regione africana dei Grandi Laghi di risolvere i problemi che la affliggono: strutture neocoloniali radicate hanno impedito la costruzione di infrastrutture sociali sufficientemente finanziate.
Lo straordinario potere delle compagnie minerarie, fino a poco tempo fa in gran parte di origine australiana, europea e nordamericana, ha fatto deragliare gli sforzi per ottenere la sovranità sulle risorse; le potenze imperiali hanno usato il loro denaro e il loro potere militare per subordinare le classi dirigenti locali agli interessi stranieri; la debolezza di queste classi dirigenti locali e la loro incapacità di forgiare un progetto patriottico forte, come quelli tentati da Louis Rwagasore del Burundi e da Patrice Lumumba della RDC (entrambi assassinati dalle potenze imperiali nel 1961), ha ostacolato il progresso regionale.
C’è un desiderio urgente di creare un progetto che riunisca le persone intorno agli interessi condivisi della maggioranza, invece di cadere preda delle divisioni etniche (solo nella RDC ci sono quattrocento gruppi etnici diversi) e del tribalismo che lacerano le comunità e ne indeboliscono la capacità di lottare per il proprio destino.
La creazione di un progetto che utilizzi le risorse materiali per il miglioramento di tutti i popoli, invece di fomentare le divisioni etniche, deve tornare a essere l’obiettivo centrale. Nel corso degli anni, l’assenza di un progetto comune ha permesso ai nemici delle masse di insinuarsi tra le crepe e di sfruttare le debolezze della gente.
Una zuppa alfabetica di fronti politici e militari – come l’ADFL, le FDLR, l’RCD e l’MLC – ha catapultato la regione in guerre per le risorse. Le riserve di coltan, rame e oro e il controllo delle strade di confine tra la RDC e l’Uganda, strade che collegano la RDC orientale al porto keniota di Mombasa, hanno reso questi gruppi armati molto ricchi.
La guerra non riguardava più solo il consenso post-coloniale, ma anche le ricchezze che potevano essere sottratte da una classe capitalistica internazionale che vive lontano dai Grandi Laghi africani. La comunità internazionale pretende di preoccuparsi delle violazioni dei diritti umani, ma non ha alcun interesse per le speranze e i sogni del popolo africano; è invece guidata dagli interessi del Nord globale guidati dagli Stati Uniti.
