I Camorristi - Bourcard (1858) - da Wikipedia
Ipotesi che fa riferimento alle ricerche dello storico Marc Monnier
L’origine della Camorra è un argomento complesso e ancora molto dibattuto. Sono molti gli storici che si sono cimentati nel tempo su questo fenomeno criminale. Tuttavia le conclusioni a cui sono arrivati raramente coincidono, anzi il più delle volte divergono, evidenziando che il problema è aperto e che non esiste ancora una condivisione definitiva in merito.
Lungi dal pensare di offrire una versione conclusiva, riteniamo tuttavia utile prendere in considerazione l’articolo di Tommaso Palamone, collaboratore di Quora (piattaforma- forum del 1 agosto 2025) che fa riferimento in modo particolare all’opera dello storico Marc Monnier “Notizie storiche documentarie sul brigantaggio nelle province napoletane”.

Questo Autore tradusse e pubblicò anche il diario del generale catalano José Borjes, giunto nel 1861 in Italia meridionale per tentare un’insurrezione borbonica, divenendo noto per l’infelice tentativo d’alleanza con il brigante Carmine Crocco. Avventura tragica e inconcludente che terminò con la fucilazione dello stesso generale José Borjes.
A titolo d’informazione ricordiamo che Marc-Charles-François Monnier, o Marco Monnier , (Firenze, 7 dicembre 1829 – Ginevra, 18 aprile 1885), è stato uno scrittore, storico e poligrafo italiano naturalizzato svizzero.
La camorra esisteva già prima dell’Unità d’Italia?
La camorra è così antica che risulta difficile anche solo individuarne un’origine certa. Punto di riferimento per quel che sappiamo della famosa organizzazione criminale dal punto di vista storico è Marc Monnier, Rettore dell’Università di Ginevra, morto nel 1885. Monnier fu forse uno dei primi studiosi a dedicare interi scritti al fenomeno camorristico.
Ripercorriamo a sommi capi, attraverso le date più importanti, quando e come la camorra riuscì ad affermarsi nei periodi storici meno recenti. Parola d’ordine: connivenza coi potenti, dunque dimenticate quelle favolette alla “Robin Hood“

XIII secolo. Secondo Monnier è possibile che gli “antenati” dei camorristi fossero nati addirittura intorno a quel secolo così remoto. L’origine sarebbe imputabile alle esigenze dei pisani di esercitare un controllo de facto sulla città di Cagliari, attraverso la costituzione di bande armate che controllassero il territorio dal basso, partendo proprio dai ceti meno abbienti.
Quando il controllo su Cagliari passò agli aragonesi, i membri della Gamurra (questo il nome individuato in un antico scritto pisano), si instaurarono a Napoli trovando terreno fertile.
Si vennero quindi a formare gli embrioni dei clan/famiglie, i quali radicarono il centro delle loro attività criminali nei vari quartieri. Ad onor del vero, altri studiosi invece ritengono che le organizzazioni criminali fossero sorte direttamente nella città campana intorno al XVI secolo. In ogni caso, attorno al 1600 gli antenati della moderna camorra erano già in circolo in città.
1820. Questa data rappresenta una tappa fondamentale nella storia della camorra, poiché è proprio in quell’anno che la tradizione narra di un incontro nella chiesa di Santa Caterina a Formiello di alcuni esponenti della criminalità, i quali diedero vita alla “Bella Società Riformata”, conosciuta anche come “Società della Umirtà“, proprio perché la regola aurea era appunto l’omertà. La nuova organizzazione criminale si dava dunque all’estorsione nelle carceri (pare il 10% di tutti i beni materiali dei detenuti) e nelle attività commerciali, riuscendo, a dire di Monnier a « ricavare l’oro anche dai pidocchi ».
Il problema era però un altro. Il punto di forza di questi criminali era sostanzialmente la protezione che gli veniva fornita, non solo da esponenti della nobiltà napoletana, interessati a gonfiare i propri guadagni, ma dalla stessa casata reale, rappresentata prima da Francesco I di Borbone e poi da Ferdinando II. A cosa poteva mai servire questa gentaglia al potere regnante? A mantenere l’ordine pubblico nei ribollenti ed infelici quartieri napoletani più umili, dove il rischio di rivolte era elevato.
Infatti in quel periodo storico i camorristi presiedevano dei veri e propri tribunali del popolo, in cui venivano risolte le controversie dei ceti più bassi, con il tacito appoggio degli organi di Stato. Monnier parla di «giudici di pace dalle sentenze inappellabili». E ancora: «Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici. La camorra era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi malfamati della città».
Come abbiamo visto dunque la camorra fu molto utile ai Borbone, in un periodo storico di grandi tensioni, per mantenere l’ordine pubblico. Essi dunque legittimarono in via ufficiosa il potere criminale e quest’ultimo sovente ne abusò, facendo man bassa sui beni dei commercianti con rapine ed estorsioni. Come però imparò a proprie spese il potere reale, affidarsi a tali persone non era una grande idea, poiché i camorristi erano fedeli solo al profitto.
1848. Siamo in piena Primavera dei popoli. I moti rivoluzionari imperversano e, i questi periodi di fibrillazione, avvennero le prime rotture tra camorra e Stato. Molti esponenti famosi dell’organizzazione criminale si unirono alle sette patriottiche anti-borboniche, iniziando a tramare contro la casa reale. Fu intorno al 1859 che la polizia borbonica attuò una politica di forte repressione della camorra.
1860. Un anno davvero fondamentale. Il 14 luglio venne nominato da Francesco II ministro dell’interno e della polizia il politico e massone Liborio Romano. Questi, nonostante fosse al servizio del Regno delle Due Sicilie, di nascosto prese contatto con Cavour e Garibaldi, per favorire l’annessione del Mezzogiorno al Regno d’Italia.
Per raggiungere i propri scopi si mise in contatto con la camorra, per preparare la città alla difficile fase di transizione che ormai era alle porte, poiché l’esercito garibaldino stava velocemente risalendo la penisola. Dunque, per i poteri conferitegli, egli trasformò i camorristi in vere proprie guardie cittadine, investendo vari esponenti delle famiglie criminali con ruoli importanti. Il fine era quello di far si che tramite un controllo capillare del territorio, venisse mantenuto l’ordine pubblico e successivamente scongiurate eventuali rivolte foraggiate dai Borbone.

« Sotto Ferdinando II essa [la Camorra] avea fatto la polizia occulta. Sotto Francesco II appartenne alla cospirazione liberale. Sotto la Rivoluzione fu la polizia officiale »
Fu in quel periodo che la camorra espanse i propri affari e si radicò definitivamente nel tessuto sociale della città. Infatti con alterne vicende, la camorra sopravvisse a politici agguerriti, leggi di ogni tipo, al fascismo e alle guerre senza venir mai distrutta definitivamente.
A chi interessasse approfondire, il punto in cui si fu più vicini alla fine dell’organizzazione criminale fu il 25 maggio 1915, quando la camorra fu sciolta dai suoi stessi esponenti. Infatti pochi anni prima, il famoso processo Cuocolo decimò la camorra con pene severe per almeno 30 dei suoi esponenti.

La sintetica narrazione cronologica degli eventi criminali che abbiamo riportato sul fenomeno camorristico si presenta come una traccia importante che può essere eventualmente integrata da ulteriori studi di altri autori che, con visioni diverse, si sono cimentati su questa realtà che rappresenta un “unicum criminale” per le sue peculiari caratteristiche.
Resta un interrogativo che ci proietta su di uno scenario ancora oscuro e che solleva interrogativi inquietanti. Infatti un fenomeno di questa natura come avrebbe potuto esistere, prosperare e continuare, adattandosi alle nuove circostanze dei tempi e della politica, se non ci fosse stato una condivisione di interessi e d’osmosi con parti rilevanti della società “civile”?
Rispondere a questa domanda, richiederebbe aprire sia per il passato, che per i nostri giorni, un coperchio di connivenze e complicità sconcertanti, che coinvolgerebbero persone affiliate al crimine, politici potenti interessati al voto di scambio, personaggi dell’economia e delle istituzioni “deviate” dello Stato.
Un mix di interessi perversi, colossali, talmente intrecciati che non potevano e che ancora sono obbligati a integrarsi in forme sempre più evolute e pericolose.
Non per nulla la Camorra, la Mafia, la Sacra Corona Unita e la feroce ‘Ndrangheta continueranno a far sentire i loro velenosi tentacoli anche in un prossimo futuro.
Sarebbe bello sbagliarci su questa triste previsione, ma a voler essere ottimisti, davanti al ripugnante e dilagante crimine organizzato, vorrebbe dire ritornare a credere ingenuamente alle favole!
(m. b.)
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