Il Congo anche per ciò che sa costruire, non solo per ciò che subisce
La Repubblica Democratica del Congo ha affrontato l’Inghilterra ai Mondiali. Sulla carta è una sfida tra una delle culle del calcio e una nazionale che, per decenni, ha dovuto lottare prima ancora che per un pallone, per la propria
sopravvivenza.
E la Repubblica Democratica del Congo ha sfiorato l’impresa perdendo l’incontro per 2 a 1 dopo essere passata in vantaggio.
Ma il bello dello sport è proprio questo: per novanta minuti il campo azzera il peso della storia. Non cancella le sofferenze, ma concede una tregua. Una possibilità. Dietro la maglia dei Leopardi c’è un Paese che continua a convivere con una guerra dimenticata nell’est del territorio, dove i gruppi armati alimentano una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta.
Milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case, mentre la violenza continua a colpire civili innocenti. A questa tragedia si è aggiunta la nuova emergenza sanitaria legata all’Ebola, che ha messo sotto pressione il sistema sanitario e ha persino condizionato la preparazione della nazionale ai Mondiali. Eppure il calcio riesce ancora a costruire ponti dove la politica e le armi hanno innalzato muri.
La qualificazione della Repubblica Democratica del Congo e il suo storico cammino fino alla fase a eliminazione diretta rappresentano molto più di un risultato sportivo. Sono il simbolo di una nazione che rifiuta di essere ricordata soltanto per i conflitti, le epidemie o le immense ricchezze minerarie che troppo spesso hanno attirato interessi esterni invece che sviluppo. Per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, il mondo osserva il Congo anche per ciò che sa costruire, non solo per ciò che subisce.
L’Inghilterra è partita favorita. Possiede una tradizione calcistica immensa, campioni affermati e un movimento tra i più forti del mondo. Ma oggi, qualunque sia stato il risultato, la Repubblica Democratica del Congo ha già ottenuto una vittoria: aver restituito speranza a milioni di congolesi, dentro il Paese e nella diaspora. Chi ha conosciuto il Congo sa che dietro le immagini della guerra esiste un popolo straordinario, orgoglioso, resiliente, capace di sorridere anche nelle difficoltà più dure. Oggi quei sorrisi saranno rivolti a uno schermo, a una bandiera, a undici ragazzi che hanno corso anche per chi non può farlo.
Il calcio non fermerà l’Ebola. Non metterà fine ai conflitti. Non ricostruirà ospedali e villaggi distrutti. Ma può fare qualcosa di altrettanto prezioso: ricordare al mondo che dietro ogni notizia di guerra esiste un popolo che continua a vivere, a sperare e a sognare.
E forse, oggi, il vero risultato da celebrare è proprio questo.
Alberto Scafella
