Un racconto di Anna Di Marco
Cosa produce l’Amore nell’IN?
Produce la mancanza della persona amata.
Così avevano iniziato a parlare i tre amici, Antonio, Josef e Pietro, quel venerdì pomeriggio, seduti al solito tavolo del solito bar, con il solito cocktail — lo Stravagante — tra le mani.
Antonio aveva appena appoggiato il bicchiere quando disse:
«Mi spiego meglio. Quando sentiamo dentro di noi la mancanza della persona amata, quando non c’è più o quando, per qualche motivo, si è allontanata, ecco che viene fuori ciò che l’Amore ha prodotto: la mancanza della persona amata.
E questa, secondo me, è la cosa più bella che possiamo regalare a chi amiamo.
Perché regaliamo non quello che abbiamo, ma quello che non abbiamo.
È facile regalare un gioiello, un mazzo di fiori, una macchina, una casa. Sono cose che possediamo e che possiamo trasferire a qualcun altro.
Ma regalare la mancanza della persona amata… quello è un dono diverso.
È forse il dono più grande, più importante e più costoso che possiamo fare.»
Josef lo guardò sorridendo.
«Platone, in fondo, diceva qualcosa di molto simile. L’amore è mancanza. Si desidera ciò che non si possiede. L’amore è una spinta che nasce dal desiderio e sale verso la bellezza, verso la verità dell’anima.
Aristotele, invece, diceva che amare significa volere il bene dell’altra persona per se stessa e non per il proprio vantaggio.»
Pietro, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, intervenne:
«E Schopenhauer vedeva l’amore in maniera molto meno poetica. Per lui è una specie di illusione della natura, attraverso la quale l’individuo viene spinto verso la riproduzione.
E Sartre? Sartre vede l’amore come un conflitto tra coscienze. Ognuno vuole essere amato dall’altro, ma nello stesso tempo rischia di voler possedere la sua libertà, trasformandolo in un oggetto.»
Antonio sollevò il bicchiere.
«E allora chi ha ragione?»
Nessuno rispose.
Forse perché ognuno aveva ragione a modo suo.
O forse perché ognuno parlava dell’amore partendo da ciò che aveva conosciuto.
Si parla di ciò che si conosce.
E se nella ricerca dell’amore si parte da preconcetti, da idee confezionate, inculcate e assorbite fino a snaturare l’IN, diventa difficile comprendere un pensiero diverso dal nostro.
Fu proprio allora che qualcuno propose:
«Perché non facciamo partecipare alla conversazione anche i grandi filosofi? Oggi abbiamo l’intelligenza artificiale. Se c’è, tanto vale usarla.»
Risero.
Ma l’idea rimase sul tavolo, insieme ai bicchieri.
Tra le tante persone che circondavano i tre amici c’era Margherita.
Aveva ascoltato tutto. Poi si avvicinò. «Io, invece, condivido pienamente Platone.»
Pietro le fece posto. «Sentiamo.»
Margherita si sedette. «L’amore è desiderio. È mancanza. È quella spinta che porta verso la bellezza dell’anima.
Io faccio l’insegnante elementare, ma forse sarebbe più giusto chiamarmi educatrice mentale. Il mio lavoro non dovrebbe essere quello di riempire la testa dei bambini di nozioni. Dovrebbe essere quello di portarli verso la libertà. Lontano dai condizionamenti. Vorrei insegnare loro a scoprire la bellezza attraverso il desiderio della conoscenza.»
Si fermò un momento.
«Mi piacerebbe molto parlare con Platone.»
Antonio sorrise.
Margherita continuò: «Se una persona c’è o non c’è e per voi non fa nessuna differenza, è chiaro che quella persona non occupa un posto importante dentro di voi.
Se una persona, quando non c’è, vi fa stare meglio di quando c’è, allora la sua assenza vi procura sollievo. E quello non è amore.
Ma se una persona, quando non c’è, lascia un vuoto nella vostra anima…Se la sua assenza vi fa percepire l’importanza della sua presenza… Se vi fa desiderare che ritorni… Se vi fa sentire il bisogno della sua presenza… E se proprio quella mancanza vi conduce verso la bellezza e l’armonia dell’IN… allora forse avete capito qualcosa dell’amore.
Perché capite che il dono più grande che state facendo alla persona amata è proprio quello che non potete darle materialmente: la vostra mancanza.»
Antonio sorrise. Pensò a Sartre. Forse, in quel momento, Sartre si stava rivoltando nella tomba.
Possesso. Libertà. L’altro trasformato in oggetto.
Antonio si mise a ridere.
«Ecco! Vedi? È qui che Sartre non mi convince fino in fondo.»
«Perché?» chiese Pietro.
«Perché l’amore, secondo me, nasce dal desiderio e dalla ricerca. È una strada quasi obbligata:
desiderio, felicità, amore.
Prendiamo un esempio semplice.
Una coppia desidera un bambino. prima c’è il desiderio. Poi arriva la notizia che il bambino sta arrivando. E arriva la felicità. Poi nasce. E con lui nasce un amore che cambia completamente la vita dei genitori. Da quel momento non esiste più una loro vita senza quella piccola creatura.
È tutto un divenire. Un equilibrio perfetto degli elementi che compongono l’IN:
Bellezza e Armonia. I punti cardinali dell’essere.»
Pietro lo interruppe:
«Ma allora la mancanza è sofferenza. È dolore. È stare male. È squilibrio. Può far impazzire una persona. Può portare all’autodistruzione. E può trasformare l’amore in possesso.
E allora come spieghi le donne uccise da uomini che dicevano di amarle?“Uccise per amore.”
“Maltrattate per amore.”
Antonio scosse la testa. «No. No. No. Il maltrattamento e l’uccisione non vengono dalla mancanza della persona amata. Vengono dalla mancanza dei punti cardinali dell’IN: Bellezza e Armonia.
Quando Bellezza e Armonia non ci sono, l’IN viene sopraffatto dall’Ego. E l’Ego è possesso.
È egoismo. È il desiderio di avere l’altro per sé. L’Ego usa perfino la parola amore per giustificare il proprio essere e il proprio fare. L’Ego regala un diamante per conquistare. L’IN regala un diamante per comunicare. Sono due cose completamente diverse.»
Margherita ascoltava.
Antonio abbassò la voce.
«L’amore è qualcosa di spirituale. Di religioso. Di sacro. Forse è quasi una profanazione volerlo spiegare completamente, analizzarlo, sezionarlo come si fa con un oggetto.
Amore è Amore. Niente di più. Niente di meno.»
Margherita sorrise.
Aveva già cominciato a pensare ai suoi bambini. Come avrebbe potuto spiegare tutto questo a sei anni? Come si fa a dire a un bambino la differenza tra conquistare e comunicare? Tra Ego e IN?
Come si può spiegare che il desiderio può diventare felicità e che la felicità può trasformarsi in amore? E soprattutto… come si può dire a un bambino: “L’Amore porta l’IN SE fuori dal SE.”
Margherita scoppiò a ridere.
«Accidenti, Antonio! Prova a dirglielo a un bambino di sei anni!»
Tutti risero.
Lei invece cominciò a immaginare i volti dei suoi alunni. Stefano. Davide. Eleonora. E tutti gli altri.
Li vedeva già mentre la guardavano con gli occhi spalancati.
La mamma aveva detto loro che a scuola avrebbero imparato a leggere e a scrivere.
Margherita, invece, voleva insegnare loro a cercare. A osservare. A scoprire.
Voleva insegnare loro che dentro una lettera può esserci una parola, dentro una parola un pensiero, dentro un pensiero un’idea. E dentro un’idea può esserci un mondo. Forse poteva partire da qualcosa di semplice.
Il desiderio di avere un fratellino. La felicità quando arriva. L’amore che nasce.
Poi pensò alla gelosia.
No.
Forse era meglio un pupazzo. Un compagno di giochi e di fantasia.
Perché ciò che contava davvero era educare all’amore. Educare a riconoscere ciò che sentiamo.
Educare a esprimere se stessi.
Margherita aveva già bevuto il suo secondo Stravagante. Forse era proprio quello che le serviva per trovare la storia giusta.
«Ve ne racconto una io.»
Gli altri si voltarono verso di lei.
«C’erano una volta due fratellini. Non avevano genitori ricchi. Non avevano una macchina.
Non avevano il cellulare. Non avevano videogiochi. Non avevano giochi elettronici.
La mamma e il papà coltivavano un orto e allevavano galline, maiali e capre.
Vivevano in campagna. Non avevano lo zaino dell’ultima moda. Non avevano neppure quell’astuccio pieno di colori che sembrava più prezioso di quelli usati da Michelangelo.
Eppure erano felici. Molto felici.»
Pietro sorrise.
«Come facevano a essere felici se non avevano nulla?»
«Avevano una cosa che i soldi non possono comprare.
Avevano la fantasia. E con la fantasia costruivano i loro giocattoli.
Usavano pezzi di cartone, vecchi stracci, pezzetti di legno, fili, bottoni.
Perfino le zucchine dell’orto. E i fiori dei campi.
Quando iniziavano a costruire un nuovo gioco, nasceva il desiderio.
E quel desiderio illuminava i loro occhi come due stelle.
Tagliavano. Incollavano. Cucivano. Assemblavano.
Lavoravano con entusiasmo, con gioia, con il desiderio di vedere finalmente realizzato ciò che avevano immaginato.
E quando il gioco era finito…rimanevano estasiati. Erano felici. Amavano già quel gioco.
E cominciavano a dargli vita. Il salotto diventava un negozio. Le amiche diventavano clienti.
Un banchetto diventava quello di un venditore ambulante. Una casa di cartone si riempiva di voci.
Il mondo intero entrava nella loro stanza.
Poi, un giorno, uno dei due fratellini si ammalò.
Non poteva giocare. E improvvisamente i giochi rimasero silenziosi.
Il salotto era vuoto. Il banchetto era fermo. La casa di cartone non aveva più voci.
L’altro fratellino si sedette sul gradino davanti casa.
Era triste. Sentiva dentro di sé qualcosa che non aveva mai sentito prima.
Gli mancava suo fratello. Gli mancava il suo compagno di giochi. Gli mancava la sua voce.
Gli mancava perfino il modo in cui litigavano.
La mamma gli si avvicinò e si sedette accanto a lui.
Gli accarezzò i capelli.
E gli disse:
“Il tuo amore per tuo fratello è talmente grande che ha fatto nascere in te un dono.
Il dono più grande che potessi fargli. Gli stai regalando la sua mancanza.
Perché quando qualcuno ci manca significa che quella persona è importante per noi.
Tu oggi non puoi dargli un giocattolo. Non puoi giocare con lui. Non puoi portargli la tua voce dentro la stanza. Ma puoi regalargli una cosa che nessuno può comprare. Puoi regalargli la certezza che ti manca.
E sai una cosa?
Quando guarirà e tornerà a giocare con te, forse capirà quanto è importante per te. E questo gli farà bene.
Non essere triste per il fatto che ti manca.
La mancanza può far piangere. Può fare male.
Ma non tutto ciò che fa piangere è qualcosa di brutto.
A volte piangiamo perché qualcosa è così importante da non poter stare lontano dal nostro cuore.
Questa è la tua mancanza. Questo è il tuo amore.”»
Margherita si fermò.
Nel bar era calato un silenzio strano.
Persino il rumore dei bicchieri sembrava essersi allontanato.
Antonio guardò Josef.
Josef guardò Pietro.
Pietro guardò Margherita.
Poi Antonio disse piano:
«Ecco.
Forse è questo che dobbiamo insegnare ai bambini. Che amare non significa possedere.
Non significa prendere. Non significa conquistare. Amare significa anche lasciare che l’altro sia libero di essere se stesso. E quando non c’è… sentire che dentro di noi c’è qualcosa che senza di lui non sarebbe esistito.»
Margherita annuì.
«E forse domani lo racconterò ai bambini.»
«Cosa?» chiese Pietro.
Lei sorrise.
«Che il desiderio può diventare felicità.
Che la felicità può diventare amore.
Che l’amore può diventare mancanza.
E che la mancanza, quando non diventa possesso, può diventare un dono.»
Antonio sollevò il bicchiere.
«E l’IN?»
Margherita lo guardò.
Poi guardò il suo Stravagante.
«L’IN deve uscire dal SE.»
Pietro rise.
«Ecco, adesso sì che i bambini capiranno tutto.»
Risero tutti.
Ma Margherita continuò a sorridere.
Perché dentro di sé aveva già trovato la frase che avrebbe scritto sulla lavagna il lunedì mattina.
Non avrebbe scritto Platone. Non avrebbe scritto Aristotele. Non avrebbe scritto Schopenhauer.
Non avrebbe scritto Sartre.
Avrebbe scritto soltanto:
DESIDERIO
E sotto:
FELICITÀ
E sotto ancora:
AMORE
Poi avrebbe chiesto ai bambini:
«Secondo voi, cosa succede quando qualcuno che amiamo non c’è?»
Qualcuno avrebbe risposto:
«Ci manca.»
E Margherita avrebbe sorriso.
«Bravissimo.
E sapete che cosa significa quando qualcuno ci manca?»
Silenzio. Occhi curiosi.
«Significa che quella persona, anche se non è qui, è dentro di noi.
E allora forse la cosa più bella che possiamo regalare a qualcuno che amiamo…
non è ciò che abbiamo. È ciò che la sua presenza ha fatto nascere dentro di noi.»
Sulla lavagna, sotto le tre parole, Margherita avrebbe scritto lentamente:
L’AMORE PORTA L’IN SE FUORI DAL SE.
Poi avrebbe guardato i suoi bambini.
E avrebbe pensato che forse, per una volta, non era necessario spiegare tutto.
Bastava lasciare che iniziassero a desiderare di capire.
Perché anche la conoscenza, come l’amore,
comincia sempre da una mancanza.
Gli avventori, uno dopo l’altro, cominciarono a infilarsi le giacche. Qualcuno salutò con un cenno della mano, qualcuno si fermò ancora sulla porta per completare una frase iniziata mezz’ora prima. Le voci si accavallavano, le sedie venivano rimesse al loro posto e il tintinnio dei bicchieri sembrava annunciare la fine della giornata.
Anche lo Stravagante aveva fatto il suo lavoro.
Forse troppo bene.
Pietro guardò il fondo del bicchiere.
«Io una cosa l’ho capita.»
Josef lo guardò incuriosito.
«Cosa?»
«Che il prossimo venerdì prendo una Coca-Cola.»
Antonio scoppiò a ridere.
«Tu non hai capito proprio niente.»
Margherita sorrise.
«Io invece credo che qualcosa l’abbiamo capita tutti.»
«E cosa?» chiese Josef.
Margherita si alzò, prese la borsa e si sistemò il cappotto.
«Che sull’amore possiamo discutere per tutta la vita e probabilmente non arrivare mai alla conclusione.»
Antonio annuì.
«E allora perché continuiamo a parlarne?»
Margherita lo guardò.
«Perché ci manca.»
Ci fu un attimo di silenzio.
Poi Pietro batté una mano sul tavolo.
«Eccola! Di nuovo la mancanza! Siamo tornati al punto di partenza.»
«È proprio questo il bello,» disse Josef. «I discorsi stravaganti non devono per forza arrivare da qualche parte.»
Antonio sollevò il bicchiere ormai vuoto.
«Devono lasciare qualcosa.»
«O qualcuno,» aggiunse Margherita.
Il proprietario del bar si avvicinò al loro tavolo.
«Signori, io non vorrei interrompere la vostra filosofia, ma qui dovrei chiudere.»
Risero tutti.
Gli ultimi avventori uscirono dal locale.
La porta si apriva e si richiudeva lasciando entrare per qualche secondo l’aria fresca della sera. Fuori, la strada aveva cambiato colore. Le luci dei negozi si riflettevano sull’asfalto e la città sembrava finalmente rallentare.
Pietro indossò il cappotto.
«Allora? Ci vediamo?»
Antonio lo guardò.
«Dove?»
«Qui.»
«Quando?»
«Venerdì prossimo.»
Josef intervenne:
«Stessa ora?»
Margherita si fermò sulla soglia.
«E stesso tavolo.»
Antonio sorrise.
«E lo Stravagante?»
Margherita lo guardò con aria severa.
«Uno solo.»
Pietro protestò:
«Uno solo?»
«Uno solo.»
«Ma così rischiamo di capire davvero quello che diciamo.»
Risero.
Poi cominciarono a salutarsi.
Josef strinse la mano ad Antonio.
Pietro abbracciò Margherita.
Antonio guardò per un momento il bar ormai quasi vuoto.
«Sapete cosa penso?»
«Ancora?» disse Pietro.
«Sì, ancora.
Secondo me venerdì prossimo parleremo di qualcosa di completamente diverso.»
Josef sorrise.
«Scommetto di no.»
Margherita fece un passo indietro verso la strada.
«Qualunque cosa sia, una cosa è certa.»
«Cosa?» domandarono insieme i tre amici.
Margherita sorrise.
«Ci sarà sicuramente qualcuno che avrà una teoria.»
«E qualcuno che avrà una teoria contraria,» aggiunse Josef.
«E qualcuno che non avrà capito niente,» disse Pietro.
Antonio alzò una mano.
«Quello sono io.»
Un’altra risata.
Poi si separarono.
Ognuno prese la propria strada.
Il bar chiuse la porta.
Dentro rimasero i tavoli vuoti, qualche bicchiere da lavare e, nell’aria, le ultime parole della loro conversazione.
Fuori, invece, quattro persone si allontanavano in direzioni diverse.
Ma tutti avevano già in mente lo stesso giorno.
Venerdì prossimo.
E forse era proprio questo il senso dei loro Discorsi Stravaganti:
non trovare una risposta,
ma avere ancora voglia di tornare a fare domande.
Alla prossima.
Immagine di copertina realizzata con IA da ChatGPT

Mancanza, dono, amore sono concetti tanto enormi quanti piccoli ma importanti nella quotidianità. Dono equivale ad Amore, Amare è Donare . La mancanza fisica è un’assenza costante, quella spirituale è un atto d’Amore poterla donare.
Brava la scrittrice sempre attenta nello scrutare l’animo umano.
Mancanza, dono, amore sono concetti tanto enormi quanto piccoli ma importanti nella quotidianità. Dono equivale ad Amore, Amare è Donare . La mancanza fisica è un’assenza costante, quella spirituale è un atto d’Amore poterla donare.
Brava la scrittrice sempre attenta nello scrutare l’animo umano.
Autrice finissima che coglie l’essenza e traccia quello che ogni maestro/a dovrebbe fare… “insegnare ai bambini che amare non significa possedere. Non significa prendere. Non significa conquistare. Amare significa anche lasciare che l’altro sia libero di essere se stesso. E quando non c’è… sentire che dentro di noi c’è qualcosa che senza di lui non sarebbe esistito” cit