Frederick Henry Principe di Orange. Ritratto del 1610 del pittore olandese Michiel Janszoon van Mierevelt
“L’amido fuma ancora, il ferro è rovente, e una sarta piega il lino come se stesse domando un’onda, ogni piega deve essere identica alla precedente, troppa pressione e si spezza, troppo poca e la gorgiera crolla. Siamo nel pieno Cinquecento, e attorno a quel piccolo rituale quotidiano si costruisce un intero linguaggio del potere”.
Il termine “gorgiera” deriva dal francese gorgerine, a sua volta legato a gorge, cioè “gola”.
Prima ancora di diventare un simbolo di eleganza, indicava una parte dell’armatura medievale: una placca metallica che proteggeva il collo e la parte alta del petto dei cavalieri e quando, nel Rinascimento, la moda iniziò a coprire quella stessa zona con un tessuto rigido, il nome rimase, solo il materiale cambiò, dal ferro al lino, dal campo di battaglia alle corti europee, le prime gorgiere comparvero infatti intorno al 1530 nelle Fiandre e in Spagna.
All’inizio erano piccoli bordi pieghettati delle camicie, visibili appena sopra il colletto del farsetto ma la mania per l’ordine e la simmetria, cifra estetica dell’epoca, le fece crescere, indurire, espandersi. Dalla corte spagnola, sobria e rigida, la moda si diffuse in Francia e in Inghilterra dove trovò la sua versione più spettacolare, la gorgiera elisabettiana, larga anche mezzo metro e perfettamente circolare, Elisabetta I ne fece un simbolo politico: un’aureola laica, una cornice che separava il suo volto “divino” dal resto dei mortali.
Dietro la perfezione c’era un lavoro certosino, si usava lino finissimo o batista, lavato e candeggiato più volte per ottenere un bianco assoluto, Il tessuto veniva poi immerso in amido di riso o di grano, stirato con ferri arroventati e piegato a mano in decine di piccole onde regolari. Le gorgiere più ampie richiedevano supporti metallici interni, i supportasse, che ne mantenevano la forma circolare, solo per inamidarla servivano ore, e una volta indossata, muovere il collo o chinarsi era impossibile. Oltre al valore estetico, la gorgiera aveva anche funzioni pratiche e sociali, nascondeva il collo, zona spesso segnata da malattie come sifilide, vaiolo o scrofola, e serviva a schermare la pelle da sporco e insetti.
Era anche un segnale visivo: un volto incorniciato da una gorgiera immacolata significava nobiltà, salute apparente e autocontrollo, era, di fatto, una maschera di perfezione: un filtro ante litteram che separava l’apparenza dalla realtà. Con il Seicento, le gorgiere cominciarono a cedere il passo a colletti più morbidi, decorati con pizzi e merletti, in Francia si affermarono le cravatte, in Inghilterra i jabot, mentre in Italia la gorgiera si ridusse fino a scomparire ma il suo significato rimase impresso nell’immaginario: il collo continuò a essere un punto strategico di potere e seduzione, da proteggere o esaltare a seconda dei tempi.
Oggi la gorgiera riaffiora periodicamente nelle collezioni di moda: da Alexander McQueen a Dior, da Valentino a Vivienne Westwood, ogni volta che un colletto si alza, si arriccia, si struttura in modo quasi architettonico, riemerge l’eco di quella ruota rinascimentale. In fondo, la gorgiera non è mai stata solo un accessorio, era un confine tra il corpo e il mondo, tra l’umano e l’ideale e anche oggi, nei nostri gesti di cura e di immagine, un colletto inamidato, un selfie studiato, una posa perfetta, sopravvive la stessa ambizione: apparire impeccabili, mantenendo la distanza giusta tra noi e gli altri.
Angela Salonia

Articolo interessante e ricercato, oserei dire di nicchia e sebbene sembri destinato a lettori già culturalmente preparati per l’argomento, può agevolmente essere fruito da un pubblico più vasto; è scritto in una maniera che in un perfetto equilibrio miscela l’approfondimento storico e sociale particolarmente curati, la raffinatezza lessicale che per niente penalizza la leggerezza dello stile linguistico che infatti spinge il lettore a voler leggere tutto il testo , certo dell’arricchimento cognitivo che ne avrà. Un plauso speciale all’autrice Angela Salonia