Il mito della frontiera…
Il rapporto tra nativi americani e coloni ha presentato fin da subito un elevato grado di problematicità; la spinta dei secondi a superare i monti Appalachi e spingersi verso le praterie dell’ovest, doveva necessariamente portare a scontri sempre più violenti.
Una parte del risentimento indipendentista verso la corona britannica era ascrivibile alla decisione di questa di riservare i territori dell’ovest conquistati nella guerra dei sette anni – 1756/1763 – agli autoctoni e di porli sotto la protezione della corona stessa[1], per tutelarli proprio da quella pressione coloniale, esercitata sotto le spoglie di un baratto ineguale nonché letale: alcol contro pellicce, che tendeva a distruggere con il primo il tessuto sociale delle tribù e con il secondo a erodere progressivamente le risorse naturali di cui necessitavano.[2] Venuta meno la protezione britannica, tutti i governi americani si orientarono verso la conquista dell’ovest, motivo per cui il secolo XIX fu per gli Stati Uniti il secolo delle guerre indiane.[3] Il destino manifesto della grande federazione non prevedeva ostacoli e gli indiani furono travolti dalla corsa al West non meno dei messicani, che pure spesso li combattevano.
Tradotto in termini pratici il destino manifesto niente altro è che una formula ideologica utilizzata per legittimare in ambito sociale le violazioni inferte al Bill of rights e alla costituzione, nel tentativo – riuscito pienamente – di costruire una struttura imperialista con-centrata sul modo di produzione occidentale.
A differenza dello schiavo però, che era “fuso” con questa struttura – nella parte di essa meno sviluppata, l’industria cotoniera del sud, andando a ricoprire il ruolo di vero e proprio mezzo di produzione – al pari di una trebbiatrice meccanica, ma più economica e prontamente sostituibile[4] – il nativo non può essere integrato.
La sua esistenza nomade, dedita alla caccia, gli impedisce di divenire funzionale al sistema di produzione e anzi, lo pone in urto frontale permanente con questo decretandone la fine per decimazione. I nativi, a dire il vero, opporranno tattiche di guerriglia efficaci contro le truppe americane anche attraverso l’impiego delle armi da fuoco[5] – ottenute attraverso le forme illegali proprie del libero mercato – mettendole spesso in scacco, ma il fatto di non partecipare alla dimensione cognitiva che ha generato quegli strumenti rimarrà sempre un limite insormontabile[6]. L’aumentare del vantaggio tecnologico da parte occidentale, concretizzatosi con l’apparizione della mitragliatrice e di una nuova artiglieria da campo a retrocarica, determina la piena sconfitta della ribellione indiana.
L’umanitarismo gioca un ruolo di primo piano anche nella vicenda indiana, optando per un approccio soft, meno conflittuale con il potere centrale, le cui motivazioni vanno ricercate nella visione dei popoli nativi come partecipi dell’ecosistema più che del consesso umano; l’emancipazione cede quindi il passo alla tutela di un soggetto che si ritiene svantaggiato, o inferiore a seconda delle letture più o meno eleganti.
Il movimento riesce, attraverso campagne di sensibilizzazione sul pubblico americano e di pressione sul congresso, a impedire la decimazione totale dei nativi – almeno dei pochi rimasti sul suolo americano[7] – ma, in nome della integrità e della salvaguardia della cultura indigena – propone e impone al governo l’isolamento delle tribù in territori ben delimitati degli USA ancora oggi noti con il nome di riserve[8]. Queste istituzioni direttamente sotto controllo federale – ma dotate di una certa autonomia nelle questioni interne delle tribù – hanno tutt’oggi una vita travagliata: contestate dai bianchi per motivi di confine, sottoposte a divieto di abbandono, con struttura educative controllate dal governo, senza possibilità di sviluppo economico tranne che per una scarsa e faticosa agricoltura di sussistenza, con una comunità che nel corso degli anni si è scissa in tradizionalisti e integrati dando vita a sanguinose faide tra gli uni e gli altri che durano ancora oggi[9]. Lungi dall’essere il paradiso indiano sognato dal movimento umanitario, in cui l’uomo bianco si poneva come osservatore esterno di una realtà al di fuori del tempo fatta di taipee, segnali di fumo e danze intorno al totem, quasi fosse un ideale scorcio di antropologia paleoamericana, si configurano come luoghi di sottosviluppo e violenza nei quali sono riprodotte su piccola scala, di pari passo con l’emergere di interessi legati ai modi di produzione occidentali, casinò, gestione dei flussi turistici e dei servizi ad esso collegati, lo sfruttamento delle risorse naturali presenti, le stesse gerarchie sociali e forme di discriminazione presenti nella società bianca americana. Il modo di produzione tradizionale non potendo reggere al confronto con le opportunità del mondo circostante, sopravvive come espressione creativa manuale all’interno di quel surrogato di cultura che è il folclore. Così, nel passaggio dalla comunità autosufficiente al ghetto – in poche parole dall’astratto al reale – si compie una nuova eterogenesi del pensiero umanitario, l’ennesima di una lunga serie.
[1] Proclamazione reale del 1763.
[2] Tutti i territori dell’ovest furono sottoposti alla tutela reale e separati dalle tredici colonie dalla Proclamation line, che fissava il confine sui rilievi dei monti Appalachi [con il trattato di Fort Stawix nel 1768 fu spostata più a ovest] Questa decisione, che rivela tratti decisamente umanitari, fu presa con il fine strategico di arginare l’espansione delle colonie e limitarne lo sviluppo in modo compatibile con le esigenze di supremazia della madrepatria. Utilizzando un termine geopolitico, poiché di questo si tratta in fin dei conti, le colonie americane erano il rimland [la fascia marittima-costiera da controllare] inglese sul continente americano.
[3] La prima battaglia fu al lago Tippecanoe, nel 1811. Il capo indiano Tecumseh fu sconfitto dal governatore William Henry Harrison, in seguito 9° presidente degli USA.
[4] Almeno fino a che gli europei non decisero di incorporare la schiavitù tra gli ambiti di esonero delle attività umane, proibendo il commercio, ma dando vita – in presenza di domanda – al contrabbando.
La riduzione dell’importazione di schiavi africani negli USA fu dovuta alla rapida avanzata del colonialismo europeo nel continente africano, per paradosso, la fine dell’indipendenza dei regni africani porta alla fine delle trattative dirette tra mercanti e re tribali, di conseguenza alla fine dello schiavismo [fatta eccezione per i mercanti arabi e turchi]
[5] Sviluppatesi sulla base delle nuove teorie dell’utilità marginale individuale. Nell’economia marginale è l’individuo e il suo utile a essere al centro dell’agire economico, non le nazioni, i ceti, le classi o le collettività in genere come nell’economia classica smithiano-ricardiana; l’utile individuale è centrale a prescindere dalle condizioni in cui matura, quindi si possono vendere fucili winchester agli indiani anche se questo si concretizzerà nel massacro delle giacche blu. Primo drammatico esempio di conflitto tra l’utilità marginale e utilità generale.
[6] L’efficacia del fucile non si esaurisce nell’uso, restano assolutamente estranei ai nativi, i concetti di manutenzione, pulizia o riparazione dei dispositivi interni. Quando non si partecipa cognitivamente ai processi di scoperta e sviluppo, è difficile pensare in termini di gestione efficiente ed efficace dei mezzi impiegati. Accadde anche ai cinesi nella guerra del 1894 contro il Giappone, le uniche due navi da battaglia moderne furono distrutte in combattimento dai nipponici senza sforzo; i cinesi – che a suo tempo avevano ben compreso la logica aristotelica insegnata dai gesuiti – non capivano nulla della meccanica avanzata occidentale, nella fattispecie della gestione di una nave da guerra corazzata a vapore.
[7] La maggior parte riparerà in Canada.
[8] Le riserve sono tutelate a partire dal 1934 dal Governo per quello che riguarda i diritti di proprietà, questo perché a forza di cedere territorio ai bianchi a quella data, solo il 25% delle terre messe a disposizione del governo negli anni ’80 del secolo XIX era ancora in possesso dei nativi. E’ interessante notare che il termine riserva ben si addice alla visione dell’indiano come elemento appartenente alla sfera naturale.
[9] Scontri sanguinosi con armi da guerra che hanno causato numerosi morti e costretto spesso il governo federale a far intervenire guardia nazionale ed FBI [sono da registrare caduti anche tra le fila di questi corpi].
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