Per una nobile causa…
Nel caso delle politiche schiaviste americane, il contrasto avviene alternando strategie comunicative aggressive in patria e all’estero, azioni di lobby congressuale e presidenziale, boicottaggio dei prodotti dell’economia del sud, fino ad arrivare alla guerriglia sui confini degli stati schiavisti per mezzo di attivisti costituiti in squadre d’azione armate[1].
La possibilità che la trasformazione in attività meccanica dell’agricoltura mondiale avviata in Europa e negli stati del nord possa con il passare del tempo essere esportata a sud e portare al graduale restringimento delle masse impiegate nel lavoro agricolo con la conseguente trasformazione delle stesse in masse salariate non schiavizzate, non sfiora il movimento umanitarista, totalmente permeato dalla purezza dei propri ideali.
L’obiettivo abolizionista è assolutamente legittimo, ma non tiene conto della temporalità autonoma della struttura produttiva sudista e della disarticolazione che un balzo in avanti repentino creerebbe negli equilibri sociali degli stati meridionali: una riconversione sistemica di così vasta portata non è mai semplice.
L’utopia, al contrario, pretende di essere realizzata nell’immediato perché il valore cui si richiama è assoluto[2] e messianicamente espresso in nome dell’elevazione dell’umanità[3]; ma dove è il regno dell’umanità in astratto, là è l’inferno dell’uomo concreto.
l’intransigenza umanitarista raggiunge due risultati: 1) erode l’autorità dello stato federale, riducendo ai minimi termini gli spazi di compromesso della Presidenza e del Congresso; 2) spaventa le popolazioni del sud attraverso le attività di guerriglia e rende altrettanto intransigente e radicale il partito schiavista. Il risultato è il conflitto 1861-65[4].
La guerra civile americana combattuta in nome della liberazione e dell’uguaglianza dell’uomo astratto[5], porta con sé uno strascico di violenza che fa passare in secondo piano il tema abolizionista e le cui risultanti storiche realizzano in pieno l’eterogenesi innescando un contromovimento rispetto agli obiettivi fissati.
In primo luogo è paradossale che siano i federalisti fautori di uno stato centrale forte a uscire vincitori e a plasmare il futuro degli Stati Uniti, mentre l’ideale jeffersoniano legato alla autorganizzazione dal basso del popolo e all’autogoverno degli stati, rappresentato dalla Confederazione, ne esca duramente ridimensionato.
La distruzione dell’economia sudista è così profonda che ancora oggi gli stati del Cotton belt sono affetti da scarsa crescita; in questo modo le popolazioni del sud vedono confermati i timori circa il saccheggio delle proprie risorse e delle proprietà private in genere. Gli anni di occupazione militare e le vessazioni fiscali e poliziesche subite sotto di essa creeranno un trauma difficile da assorbire; gli ex schiavi saranno considerati come la causa della guerra e della sconfitta, pur non avendovi partecipato in nessun modo.
Contribuisce inoltre alla costruzione del pregiudizio razziale anche l’atteggiamento umanitarista, che spinge molti attivisti dei movimenti abolizionisti a calare in massa negli stati sconfitti in appoggio ai free-soilers e agli espropri terrieri perpetrati spesso manu militari da questi contro le grandi proprietà, nonché ad abbandonarsi alla vendetta contro rappresentanti e notabili del sud, il tutto con la complicità delle truppe nordiste di occupazione e dei funzionari federali al loro seguito.[6]Questo sentimento porterà diritto, dopo il compromesso Rutherford-Hayes del 1877 che vede i repubblicani superare lo stallo delle presidenziali ottenendo la presidenza in cambio della fine dell’occupazione militare del sud e della restituzione agli stati sconfitti della loro sovranità politica, alla infame legislazione segregazionista passata alla storia come leggi di Jim Crow.
La schiavitù è una cosa orrenda e la sua meritata sconfitta ha rappresentato un progresso per l’umanità, ma l’odio e la segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti – altrettanto orrende e ingiustificate – nascono in buona parte come risposta ad una visione del problema tutta ideologica, che prescindeva dalle reali capacità del sud di realizzare una rivoluzione industriale e assorbirne gli effetti. Forze materiali fondate su un certo modo di produzione possono modificarlo a patto che questo processo di trasformazione permetta loro di mantenere inalterato il potere sociale che le contraddistingue e questo vuol dire una cosa sola: tempo. L’utopia però non aspetta, essa è hinc et nunc, ed è per questo che l’agitare fronde di ulivo non genera tenera brezza, ma vento di tempesta e la guerra civile americana non sarà l’unica tempesta prodotta dalle rigogliose fronde dell’umanitarismo.
[1] Addirittura si arriverà al confronto armato con lo schieramento schiavista nel caso del Nebraska-Kansas Act del 1854, che vedeva il governo federale preferire l’ipotesi della scelta plebiscitaria in merito all’adozione della schiavitù rispetto a quella geografica del Compromesso del Missouri (1820) che vietava la costituzione della schiavitù al di sopra del 36°30′ parallelo, confine tra Missouri e Arkansas. Il tentativo da parte dei due schieramenti di manipolare il plebiscito in direzione delle proprie posizioni degenerò in scontro aperto che fece circa 200 morti; fu necessario l’invio delle truppe federali per sedare i tumulti. Fu il prologo della guerra civile.
[2] Nel senso di ab-solutus: sciolto da qualsiasi considerazione di ordine pratico, politico.
[3] L’umanità, ovvero, la massima forma di universale astratto subito dopo la religione, di cui è la versione speculare laica; non è un caso che l’umanitarismo sia concepito spesso come “religione dell’umanità”.
[4] Naturalmente non è il solo elemento costitutivo della crisi, il movimento umanitarista trova terreno fertile in una situazione di crisi della Nazione generata da una diversa visione degli Stati rispetto alla “qualità” della moneta, ovvero, gli Stati Uniti non erano una area valutaria ottimale, il nord era esportatore ottimale e necessitava di svalutazione competitiva, il Sud era importatore ottimale e necessitava di semi-rigidità di cambio. Lo scollamento doveva necessariamente avvenire e avvenne su di un problema – la schiavitù – tutto sommato, dibattuto e di pubblico dominio, ma assolutamente poco rilevante nella economia politica generale del periodo.
[5] Dal latino abstractus, participio passato di abstraehere: “trarre fuori”. La dizione latina è molto significativa, perché mai come in questo caso l’uomo cui si riferisce l’umanitarismo è tratto fuori di sé, incorporeo, puro concetto svincolato dal reale.
[6] L’occupazione cesserà solo nel 1877.
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