L’orrore, l’orrore…
Nel conradiano racconto Cuore di tenebra, il colonnello Kurtz incarna la figura del cinico funzionario coloniale, che poco a poco, finisce inghiottito dal cuore dell’Africa nera sia in senso fisico – la sua stazione si trova nei recessi del bacino del fiume Congo – sia in senso culturale, trasformando se stesso in un capo tribale spietato, la cui forza risiede nella diversità razziale rispetto ai suoi sudditi dai quali viene adorato alla stregua di una divinità. Certo a modo suo Kurtz, come molti altri, ha subito il fascino dell’Africa ed è stato abbastanza facile per Conrad descrivere questa trasformazione visto che partecipò da vicino in qualità di capitano di un trasporto fluviale al drammatico svolgersi della vicenda della “emancipazione” congolese e che tanto occupò le cronache europee poco prima dello scoppio della grande guerra. Resta il fatto che il disegno abbozzato da Conrad non è veritiero, perché è l’Africa a essere inghiottita dall’occidente e non il contrario.
La violenza di Kurtz non punta al controllo tribale del territorio o a rafforzare l’aspetto totemico del potere, anzi, essa strumentalizza la violenza insita nelle relazioni tribali e il karìsma derivante da essa, per dare e vita e continuità a un sistema di produzione e accumulazione della merce[1] a tutto beneficio della società belga di sfruttamento di cui Kurtz è e rimane – pur nelle condizioni di gestione eccezionali in cui si trova a operare – un semplice dipendente. Proprio perché espressione della logica del Trust, individui della tipologia di un Kurtz hanno potuto elevarsi a semi-divinità – espandendo al massimo la soglia di non esonero rispetto alle proprie pulsioni – e fare del Congo l’unico luogo in Africa ove l’imperialismo si realizzava pienamente per quello che era e che ancora oggi al di là della residua letteratura liberale che lo sostiene è: accumulazione violenta delle risorse[2].
Leopoldo II del Belgio sosteneva di essere un benefattore, e quel che è peggio le associazioni umanitarie gli hanno creduto e sono state sul suo libro paga per circa un trentennio. Era in realtà un uomo avido e spietato, il suo cinismo gli permetteva di far passare una occupazione coloniale gestita da privati[3] – alla Rhodes per intenderci – come un atto di filantropia: combattere lo schiavismo mussulmano. Peccato che questo fosse storicamente residuale e destinato a lenta e inesorabile consunzione, perché anacronistico rispetto alle nuove forme di sfruttamento capitalista, oltreché obbligato a un mercato chiuso come quello dell’impero ottomano, sopratutto dei suoi serragli.
Non si può dire che Leopoldo non lo abbia combattuto ed eliminato[4], creò perfino un corpo militare per gestire questo enorme possedimento personale di cui era sovrano: la tristemente nota Force Pubblique, una gendarmeria pesantemente armata i cui effettivi erano reclutati tra le tribù più feroci del Congo e gli ufficiali tra le peggiori canaglie della vecchia Europa. Lo “Stato libero del Congo” non aveva niente a che fare con il libero mercato, anzi, vi si applicava un feroce mercantilismo interno, ove lo stato pianificava le priorità in base alla richiesta di materie proveniente dal mercato e ne fissava il prezzo interno in modo assolutamente arbitrario, ragione per cui la forza lavoro diretta o indiretta – i coltivatori di gomma – non ricavavano quasi nulla. Un altro elemento preminente, oggi vieppiù centrale nel tardo capitalismo, era la sistematica distruzione dell’ambiente sottoposto a uno stress senza precedenti; infatti la gomma non veniva ricavata dalla corteccia per trasudo, ma dal taglio delle radici della pianta e nel frattempo mentre sparivano coltivazioni intere le richieste aumentavano, i fucili cantavano e Leopoldo continuava – lo farà per tutta la durata del suo terribile regno – a indire conferenze stampa[5] con i membri delle associazioni umanitarie occidentali a suo fianco per vantare i grandi progressi del Congo ormai liberato dalla piaga dello schiavismo e avviato verso l’aureo percorso della civilizzazione. Vi erano quindi due distinti stati del Congo: nel primo, costruito secondo l’iconografia umanitaria, tribù felici e libere coltivavano e lavoravano sodo per dimostrare che anche l’Africa poteva sfuggire al suo destino di abiezione, schiavismo e tribalismo feroce affidandosi al progresso occidentale, ovvero parafrasando una famosa citazione di Lenin i Diritti dell’Uomo più il vapore, o in questo caso particolare la gomma. Tra mito e mondo si era prodotto, di nuovo, uno iato drammatico.
Nel secondo Congo – quello reale – due cose si dispensavano senza economia: terrore e morte. La chicotte e il machete, uniti alle carabine a ripetizione Browning e Mauser, la facevano da padroni. La chicotte poi era una pratica infernale ereditata dalla cultura congolese, una frusta fatta con pelle d’ippopotamo essiccata, alla quale non si resisteva per più di due o tre colpi se si era fortunati. Tutto questo veniva sistematicamente portato avanti dalla stessa Force Pubblique, vera e propria milizia privata antesignana delle privacy militari companies odierne, con contratto pubblico. A porre fine a tutto questo non fu l’indignazione internazionale – come qualche ingenuo ha creduto – che pure si fece sentire, sopratutto a partire dai primi del novecento, ma l’esplosione dei costi di gestione del sistema. Il Congo libero affonderà in un’orgia di massacri, atrocità e guerriglia, che spingeranno la militarizzazione e le spese a essa connesse alle stelle e il sistema di scambio al collasso, bruciando la maggior parte dei guadagni commerciali[6].
Si chiama tecnicamente: erosione del margine.
Semplicemente, nel momento in cui esso viene ceduto allo stato belga, Il Congo, per effetto della caduta in picchiata dei prezzi della gomma sul mercato internazionale e dei costi relativi alla crescente instabilità interna, si è trasformato dalla gallina dalle uova d’oro del capitale nel suo incubo peggiore, un buco nero nei registri delle società concessionarie che lo amministravano, nonché ormai un peso insopportabile – economico e d’immagine – per Leopoldo stesso. Alla fine della festa rimarranno allo stato Belga, subentrante alla gestione diretta leopoldina – secondo la regola tipica del capitalismo: “guadagni rigorosamente privati, perdite rigorosamente pubbliche” – un territorio immenso, ambientalmente devastato, una gendarmeria composta da tagliagole e mercenari da stipendiare per non avere problemi e una popolazione che definire decimata è un eufemismo, stime successive accreditano un calo demografico tra gli 8 e i 12 milioni di individui su una popolazione di circa 30 milioni. Anche il Congo aveva avuto la sua liberazione, i diritti dell’uomo tanto cari alla frazione democratica della borghesia internazionale erano stati affermati, ma mai come in questa occasione essi erano apparsi del tutto funzionali all’imperialismo che, in teoria, avrebbero dovuto combattere e tutto questo perché, ancora nel nostro tempo, l’idealismo progressista, rifiutando il materialismo storico marxiano e le sue analisi, ritiene che, comunque e in ogni caso, il sistema capitalista rappresenti sempre, pur con tutti i suoi difetti, la irrinuciabile bussola della civilizzazione moderna. In questo senso non cogliendo gli interessi concreti e le dinamiche di classe che sottendono la produzione e la ri-produzione del capitale, l’umanitarismo si rivela per essere quello che è nonostante le buone intenzioni: ne più ne meno che l’altra faccia, quella democratica, del sistema internazionale di sfruttamento.
[1] Avorio, gomma e diamanti in particolare.
[2] Quindi accumulazione originaria ciclica.
[3] Il Congo fu riconosciuto per due terzi Domain privé e per il resto zona di libero scambio, di cui però Leopoldo acquisì nel 1893 altri 259.000 Kmq che divennero il Domaine della Couronne, che differiva dal primo solo per il fatto che i proventi andavano direttamente nella tasche di Baldovino. Per acquisire il Congo, Leopoldo aveva finanziato Henry M. Stanley nelle sue esplorazioni lungo tutto il bacino del Congo, ma dalle sue rivendicazioni erano scaturite una serie di rivendicazioni territoriali da parte di Francia e Portogallo. Naturalmente la Gran Bretagna appoggiò Leopoldo poiché uno stato neutrale ed economicamente posto a libero sfruttamento garantiva una sicura rendita commerciale oltre a fermare l’espansione francese nell’Africa nera. Leopoldo ricambiò cedendo il monopolio commerciale dei trasporti marittimi da e per l’Europa a una ditta di Liverpool.
[4] In principio scese a patti con lo schiavista tiranno Tippu Tip che controllava il nord del Congo – compreso l’attuale Uganda – nominandolo governatore, ma alla fine l’impossibilità per entrambi di insistere sullo stesso spazio di sfruttamento con le medesime finalità prevalse e Leopoldo dopo varie battaglie lo espulse dal Congo. Mitragliatrici e cannoni ebbero ragione dei vecchi fucili di Tippu, un moderno sistema di sfruttamento ne eliminava un altro arcaico e superato: non è un caso che gli occidentali coniassero il termine arcaismo per definire sistemi non adeguati al modo di produzione capitalista.
[5] Leopoldo fu un comunicatore formidabile, forse tra i primi a intuire il potere dei media per influenzare a fondo l’opinione pubblica. Le sue sterminate risorse finanziarie gli permisero di comprare e corrompere giornali e giornalisti in tutto il mondo, nonché personalità della cultura europea e americana.
[6] Si calcola che per ogni carico di avorio e gomma in arrivo a Liverpool, ve ne era uno di mercenari, armi leggere, nonché cannoni e mitragliatrici in partenza per il Congo.
