La prima cavalcata
Giunsi all’Istituto Madonna delle Rose di buon mattino. Era venerdì e, poiché per tutta la settimana ero riuscito a far sottoscrivere soltanto pochi ordini e neanche troppo sostanziosi, speravo di chiudere un buon affare. Mi sedetti nella hall in attesa del direttore che, a detta di una segretaria, sarebbe arrivato all’incirca alle nove. Mancava mezz’ora e io ripassavo la lezione. Dovevo porgere i saluti del principale, ricordargli che il giorno successivo avrebbero giocato a golf e che la sera era invitato nella villa in collina per una delle solite feste. Poi, avrei dovuto piazzare una sfilza di prodotti. Pensai che il principale fosse stato gentile a darmi una mano. Considerai che, a parte la mia provvigione, lui avrebbe guadagnato parecchio. Bevvi un caffè prelevato da un distributore e accesi un Toscano. Avevo appena aspirato la prima boccata che una voce garbata alle mie spalle ammonì:
– Guardi signore che qui è vietato fumare. – Mi voltai e la vidi. La donna, seduta sulla sedia a rotelle, suggerì: – Potrebbe fumare il suo sigaro in giardino. È una bella giornata e lei sembra giovane e forte; magari non le dispiacerebbe neanche spingere questa carrozzella con il suo carico d’ossa. – Sorrise ancora. – Allora si decide o…
– Andiamo – Mi posi alle spalle della carrozzina e la sospinsi fuori.
– In questo posto l’aria è sempre frizzante, anche d’estate.
– Anche d’estate – ripetei come se parlassi tra me e me.
La donna voltò il capo alla sua destra, ma non mi trovò.
– Dove s’è cacciato – disse – non vorrà farmi fare ginnastica.
– Sono qui – affermai accostandomi dall’altro lato.
– Bene, bene. Ma non stia lì impalato. Raggiungiamo quella panchina così lei si siede e fuma quel suo sigaro puzzolente mentre io osservo la valle.
Sedetti sulla panchina e tirai la seconda boccata di fumo; la guardai mentre lei mi scavalcava per spaziare nella valle.
– Mi sarebbe tanto piaciuto andare a cavallo, ma non è stato possibile. Ho cinquantacinque anni e da diciotto soffro di miosite. – Sorrise. – Non è una brutta parola, è soltanto una malattia. Dicono si tratti di flogosi – abbassò il tono della voce come se cercasse complicità – mi hanno spiegato che quest’altra “parola difficile” vuol dire semplicemente “infiammazione” – rise come se mettere una parola tra virgolette fosse una battuta di spirito, chiarì: – contrarre la miosite, insomma, vuol dire che ho una flogosi del tessuto muscolare striato che può colpire un solo muscolo o più muscoli contemporaneamente… – Guardò la valle. – Sarei voluta andare a cavallo – ripeté – invece a trentacinque anni le gambe mi si gonfiarono e da quel momento ho vissuto per metà tempo a casa e per il rimanente in ospedale. Mia figlia ha ventinove anni ed è bella. Anche lei è un bel giovane, ma mia figlia non gliela presenterei. È una ragazza egoista mentre lei…
– Non sa molto di me – osai – poi sono sicuro che i suoi familiari le vogliono bene.
– Da quale film ha tratto questa battuta? – ironizzò. – Pensa davvero che mi vogliano bene? Non risponde? Non le viene un’altra battuta? Le racconterò alcune cose…
– Ma…
– Mi scusi, mi scusi. Forse ho abusato della sua pazienza…
– No, è che… Insomma sono fatti suoi.
– Proprio perché sono miei, desidero narrarglieli. – Mi accorsi che era decisa e annuii con il capo. Pensai che, dovendo aspettare il direttore dell’Istituto, fosse un modo come un altro per passare il tempo. La donna iniziò: – Sono nata in un piccolo paesino della Calabria che si chiama… Ha poca importanza il nome. – Improvvisamente chiese: – Lei è piemontese? – Risposi di sì con la testa. Proseguì: – Allora lei ci immagina solidali, aperti e caciaroni? – Non diedi risposta. – Non è così. Quello che voi del Nord pensate della gente del Sud non vale per tutti. Ci sono i buoni e i cattivi, proprio come da voi. Io credevo – la voce s’incrinò – che nella mia famiglia tutti fossero buoni… Tre anni or sono mio marito compilò la domanda di ricovero contro la mia volontà. Un anno e mezzo fa fui condotta qui. – Le lacrime affiorarono agli occhi. Il mio imbarazzo crebbe. Riprese il controllo di sé. – In quel maledetto giorno – era il giorno dell’Epifania – non feci altro che urlare. Gridavo di voler tornare a casa mia, che guadagnavo abbastanza da mantenermi, ma nessuno sembrava ascoltarmi. Mi acquietai quando lessi l’irritazione negli occhi di mio marito. Sostenni con me stessa che non potevo costringere né lui né mia figlia a passare la loro esistenza ad assistermi. Mi convinsi che il destino avesse scelto per me e che la sofferenza fosse soltanto mia. Pensai che se gli scienziati avessero trovato un rimedio presto sarei tornata a casa. L’illusione durò solamente ventiquattrore. Il giorno dopo, difatti, mio marito mi portò la televisione. Il gesto confermò che ero sfrattata da casa mia. Adesso non spero più di tornare. Adesso mi capita anche di pregare; lo faccio quando penso alle sofferenze di quell’uomo inchiodato, un po’ come me. Prego senza chiedere nulla. E quando i miei familiari – ridusse le labbra in una smorfia – vengono a trovarmi una volta il mese li accolgo con un sorriso. Piango soltanto quando vanno via. In ogni modo non credo che soffrirebbero se piangessi di fronte a loro; s’irriterebbero soltanto. – Cambiò argomento: – Leggo molto e guardo la televisione quando ci sono i programmi culturali. La mia compagna di stanza si lamenta; ha più di novant’anni. Qui sono tutti vecchi e io non trovo argomenti per dialogare con loro. – Tacque. Un’auto rombò smuovendo la ghiaia del vialetto. – Arriva il direttore – disse. – Lui ha dieci anni meno di me, ma è già vecchio. La vecchiaia – sentenziò – è una condizione dello spirito. È vecchia pure mia figlia. In fondo ho cambiato luogo, ma la sostanza è rimasta uguale: da sempre ho avuto a che fare soltanto con i vecchi. – Il direttore aveva parcheggiato e stava scendendo dalla vettura. Guardò nella nostra direzione. Capii che era indeciso se avvicinarsi o no. Lo vidi entrare nell’Istituto. – Aspettava lui? – Domandò. Non attese la risposta: – Mi riaccompagni dentro, grazie. – Mi alzai dalla panchina. Stavo per rigirare la carrozzella quando la donna affermò: – Io voglio vivere tuttavia so che, come tutti, presto o tardi dovrò andare lassù. Sarà lassù che farò la mia prima cavalcata. Farò tutto per gradi. Prenderò confidenza con il mio nuovo corpo, poi monterò a cavallo. Inizialmente gli ordinerò d’andare al passo perché voglio cullare i muscoli che tanto mi hanno fatto soffrire. Gli comanderò di trottare per un po’ prima di lanciarlo al galoppo. Sarà una magnifica cavalcata. Andiamo via – disse bruscamente. – “Il vecchio” sta arrivando.
Alzai gli occhi: il direttore ci veniva incontro a passo spedito, in compagnia di un’infermiera.
– Signora, sa bene che può uscire soltanto accompagnata da un’infermiera o con i parenti. – La apostrofò “il vecchio”.
– Questo giovane è stato gentile, non vorrà rimproverarlo?
“Il vecchio” non abboccò:
– Non metto in dubbio la cortesia del signore. Era lei che non doveva chiedergli di condurla fuori.
Stavo per intervenire in sua difesa, ma la signora mi prevenne:
– Ha ragione, mi scusi direttore, la colpa è mia. Questo signore mi ha chiesto di lei e io gli ho detto che se m’avesse guidato fuori gli avrei indicato il luogo dove di solito va a cavallo…
– Io non vado a cavallo – protestò “il vecchio”.
– Lo so, ma lui – mi indicò con la testa – e io siamo appassionati di cavalli. Il signore è un ottimo cavaliere.
– Adesso rientriamo – decretò “il vecchio”
Più tardi andai via con la consapevolezza che non sarei più tornato. Ogni mese tuttavia invio all’amazzone – in questo modo mi rivolgo a lei nei brevi biglietti d’accompagnamento – poster di cavalli.
Un’infermiera scrive sotto dettatura ringraziamenti e richieste della signora che per il mese prossimo ha prenotato un cavallo alato, possibilmente con un’amazzone in groppa.

Racconto veloce dai toni freschi e dialoghi stretti. Incuriosisce il lettore sui risvolti futuri e lascia una fotografia vivida della scena.
Ognuno di noi ha, in un angolo del proprio cuore, “un cavallo alato”, con il quale andare “al passo, al trotto e al galoppo” in un mondo dove non c’è più sofferenza, pianto, dolore, ma solo gioia; gioia piena.
Questo racconto mi ha letteralmente “rapita”! Immediato e preciso il trasporto nel giardino che fa da sfondo alla storia e molto ben delineati i personaggi per la loro descrizione ma soprattutto per l’immaginario che l’autore lascia al lettore. Testo molto visivo che meriterebbe la sceneggiatura per un corto cinematografico!
Il racconto delinea molto bene il personaggio. Ne coglie gli aspetti più intimi e dolorosi della vita che conduce in un istituto. Bella l’immagine della cavalcata che, finalmente libera, potrà fare in un altro mondo.
Un racconto con forti contrasti, cattiveria, sofferenza e delicatezza , sensibilità. Ma il sogno risolve portando la gioia.
Bello
È una storia bella ma triste.
La donna protagonista del racconto è costretta a vivere in una solitudine interiore mentre la famiglia, che si arrocca nel proprio egoismo, vive lontano dallal’ingombrante moglie/madre. Purtroppo, non è difficile incontrare familiari simili.
La donna non andrà a cavallo in questa vita. Realizzerà il desiderio successivamente. Quando sarà “libera”.
Beatrice
Un racconto delicato e commovente, che affronta temi dolorosi come la malattia, la solitudine e l’abbandono senza mai cadere nel patetismo. La protagonista conserva, nonostante tutto, ironia e desiderio di vivere, trasformando la cavalcata mai vissuta in una bellissima immagine di libertà e di speranza. E il finale, lieve e quasi sorridente, rende ancora più intensa la sua storia.
Racconto breve, conciso, con il pregio di dare vita, ottimismo e ironia ad un luogo che, forse, un giorno, dovremo “abitare” anche noi…
Un racconto forte….Quanta solitudine! Dolore intenso! Ma una sintonia inaspettata apre ad una futura serenità
Davvero un bel racconto
Bel racconto intriso di tristezza ma anche di speranza e di fede. Tristezza per il declino connesso alla malattia ed all’ età ma anche speranza in una vita ultraterrena sicuramente più felice.
Che bel racconto, carico di intensi sentimenti! Ho apprezzato molto. Complimenti.
Questo racconto, ti fa capire e pensare, come gli incroci della vita e delle persone siano inaspettati ma pieni di grande umanità.
Come è sottile il limite tra la ” normalità’ e la ‘ diversità” tra le persone: anche ciò che sembra invalicabile diventa possibile con la fantasia ed il sogno. Il racconto tratta un problema umano molto importante e cioè la ” cura” che la famiglia dovrebbe avere verso i propri cari anche quando i loro limiti fisici o psichici impediscono una tranquilla vita regolare. Francesco Russo lo fa in questo racconto con delicatezza, ma con fermezza segnala l ‘ indifferenza verso la sofferenza e colpisce al cuore e ai sentimenti più profondi di ognuno di noi
Leggendo questo racconto mi è tornata alla mente una poesia «Io li conosco i domani che non arrivano mai» del musicista torinese Ezio Bosso, scomparso nel maggio 2020. Nel racconto e nella poesia, il punto d’incontro è il superamento della malattia guardando al futuro senza autocommiserazione.
Rosa Lastella
Hai scritto un capitolo della mia vita. Grazie per averlo espresso così bene.
La bellezza di un incontro tra due persone che, in maniera del tutto inaspettata, si raccontano, si ascoltano, si capiscono: costruiscono un “legame”
Bello, ma un po’ triste!
I problemi della vita a volte fanno in modo che le persone si incontrino e che dall’incontro nasca più di un’amicizia che prosegue sulle ali del bene che rende felici entrambi. L’uomo ha bisogno di comunicare, di sentirsi ancora in grado di raggiungere i suoi obiettivi, divenuti sogni a causa di malattie implacabili. Così ciò che non si può raggiungere sulla terra, avrà compimento nell’aldilà e ciò basta per far sorridere il cuore e donare calma al cervello. Il racconto si svolge in modo pacato pure se uno dei due personaggi cerchi di affrettarne il racconto. Ciò invita volentieri alla lettura e lascia un sorriso di approvazione al lettore.