Un racconto di Anna Di Marco
Ormai si era diffusa la voce che il circolo degli Stravaganti fosse un luogo speciale. Non perché vi accadessero magie visibili, ma perché chi vi entrava spesso ne usciva con una domanda nuova. E qualche volta una domanda vale più di una risposta, perché la vera libertà non è fare tutto ciò che desideriamo: è capire quali desideri meritano davvero di guidarci. E la vera bellezza non è ciò che possiamo prendere, ma ciò che impariamo a vedere.
Quel venerdì Pietro fece notare la presenza costante di un essere che lui chiamava Diavoletto, sempre presente in ogni luogo e in ogni circostanza. Frequentava perfino il bar.
Nessuno sapeva da quanto tempo Diavoletto fosse un cliente abituale. Entrava senza fare rumore e osservava.
Conosceva tutti.
Conosceva l’uomo d’affari che ogni mattina ordinava un caffè doppio e controllava il telefono per sentirsi importante.
Conosceva la donna elegante che osservava gli altri clienti cercando difetti da criticare.
Conosceva il giovane che parlava continuamente dei propri successi, perché aveva paura che qualcuno scoprisse le sue insicurezze.
Conosceva l’anziano che raccontava il passato perché non riusciva più a vivere il presente.
Diavoletto conosceva tutti perché conosceva le loro debolezze.
Non aveva bisogno di chiedere nulla. Gli bastava ascoltare un sospiro, una parola detta male, uno sguardo invidioso, un desiderio nascosto.
Da lì entrava.
Diavoletto non era brutto. Anzi, era elegante. Aveva un sorriso gentile, vestiti raffinati e una voce capace di mettere a proprio agio chiunque.
Nessuno avrebbe mai immaginato che dietro quel sorriso si nascondessero una coda sottile, due piccole corna e una lingua capace di trasformare la verità in un’illusione.
Era il più grande venditore di sogni che il mondo avesse mai conosciuto.
Non vendeva oggetti.
Vendeva desideri.
Diceva agli uomini:
— Avrai valore quando gli altri ti ammireranno.
— Avrai successo quando avrai più degli altri.
— Sarai felice quando nessuno potrà più negarti nulla.
E molti gli credevano, perché Diavoletto non prometteva cose brutte.
Prometteva proprio ciò che le persone desideravano.
Era questo il suo segreto.
Antonio esordì dicendo:
— Sapete qual è il problema degli uomini?
Tutti si voltarono.
— Vedono molto, ma guardano poco. Sentono molto, ma ascoltano poco. Possiedono tante cose, ma dimenticano di vivere.
Pietro vide Diavoletto smettere, per un istante, di sorridere.
Quella frase non gli piaceva.
Perché conosceva bene quella verità.
La conoscenza era l’unica cosa che non riusciva a vendere.
Antonio sorseggiò il suo cocktail, appoggiò il bicchiere sul tavolo e disse:
— Questa sera vi propongo un gioco.
Nessuno sapeva ancora che quel gioco avrebbe cambiato il modo in cui guardavano il mondo.
Nemmeno Diavoletto.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Antonio osservò uno a uno gli avventori che si erano riuniti attorno al tavolo.
Non aveva davanti soltanto persone.
Aveva davanti storie.
Ogni uomo e ogni donna seduti lì portavano con sé qualcosa che nessuno vedeva: paure nascoste, desideri mai confessati, ferite coperte da sorrisi.
Antonio non era uno sprovveduto.
Sapeva riconoscere le debolezze degli uomini proprio come Diavoletto.
La differenza era che Antonio le comprendeva.
— Un gioco semplice. Chiudete gli occhi e immaginate la cosa che desiderate più di ogni altra.
I clienti si guardarono.
Poi, lentamente, obbedirono.
L’uomo d’affari immaginò un conto in banca enorme.
La donna elegante immaginò di essere ammirata da tutti.
Il giovane immaginò il successo e la fama.
L’anziano immaginò di tornare giovane.
Diavoletto sorrideva.
Era il suo terreno preferito:
i desideri.
All’improvviso il bar cambiò.
Sul tavolo comparvero bottiglie pregiate, piatti colmi di cibi raffinati, dolci mai assaggiati e oggetti preziosi.
Ogni cosa sembrava reale.
Perfetta.
L’uomo d’affari allungò la mano verso una bottiglia costosa, ma appena la sfiorò, quella scomparve.
La donna cercò uno specchio per ammirare la propria bellezza.
Lo specchio svanì.
Il giovane provò ad afferrare una medaglia d’oro.
Anche quella sparì.
Uno dopo l’altro, tutti i desideri si dissolsero.
Il tavolo tornò vuoto.
Rimasero soltanto persone con le mani sospese nel nulla.
Antonio sorrise.
— Strano, vero?
Nessuno rispose.
— Più cercavate di possedere ciò che desideravate, più velocemente lo perdevate.
Diavoletto abbassò lo sguardo.
Quella spiegazione non gli piaceva.
— Proviamo ancora — disse Antonio.
— Chiudete di nuovo gli occhi.
Questa volta immaginate qualcosa che non potete comprare.
Le persone rimasero confuse.
Non era una domanda alla quale fossero abituate.
Non comprare?
Non possedere?
Dopo qualche secondo iniziarono ad affiorare immagini diverse.
Qualcuno vide il sorriso di una persona amata.
Qualcuno ricordò una passeggiata nel bosco.
Qualcuno sentì il profumo del mare.
Qualcuno rivide un momento felice della propria infanzia.
Nessuna immagine scomparve.
Nessuno cercava di afferrarla.
Bastava guardarla.
Bastava sentirla.
Antonio prese in mano il suo cocktail.
— Vedete la differenza?
I clienti ascoltavano in silenzio.
— Le cose che vogliamo possedere spesso finiscono per possedere noi. Ci fanno correre, desiderare, confrontare.
Fece una breve pausa.
— Ma ciò che viviamo davvero rimane dentro di noi.
Diavoletto si agitò sulla sedia.
Era infastidito.
Conosceva bene quella verità.
Gli uomini erano facili da ingannare quando cercavano fuori ciò che mancava dentro.
Un uomo seduto al tavolo alzò la voce.
— Ma allora cosa dobbiamo fare? Rinunciare a tutto?
Antonio sorrise.
— No.
Il problema non sono le cose.
Il problema è quando crediamo che le cose siano tutto.
Fece una pausa.
— Un cocktail può essere soltanto una bevanda. Oppure può diventare un momento di pace, una conversazione, un incontro, un ricordo.
Dipende da come lo guardiamo.
Antonio aveva aperto una porta.
Una porta pericolosa per Diavoletto.
Perché dietro quella porta c’era la consapevolezza.
Nel bar nessuno parlava più.
Di solito era pieno di voci.
Quella sera sembrava pieno di pensieri.
Antonio riprese a parlare.
— Sapete qual è un’altra grande abilità di Diavoletto?
Tutti lo fissarono.
— Convincerci a usare i nostri sensi senza davvero vedere, ascoltare o sentire.
Abbiamo occhi, ma spesso guardiamo soltanto ciò che desideriamo.
Abbiamo orecchie, ma ascoltiamo soltanto ciò che conferma le nostre idee.
Abbiamo una bocca, ma troppe volte gustiamo senza assaporare.
Abbiamo mani, ma spesso tocchiamo senza conoscere.
Antonio invitò il barista a spegnere, per un momento, le luci del locale.
Il bar rimase illuminato soltanto dalla luce calda di una piccola lampada.
— Adesso fate una cosa semplice — disse.
— Ascoltate.
Tutti rimasero immobili.
All’inizio sentirono soltanto il silenzio.
Poi qualcuno percepì un rumore leggerissimo.
Il vento.
Passava tra i vicoli della città.
Muoveva le foglie degli alberi.
Sfiorava le finestre.
Un cliente sorrise.
— Non avevo mai fatto caso a questo suono.
Antonio annuì.
— Perché spesso siamo così occupati a cercare qualcosa di nuovo da dimenticare ciò che è già davanti a noi.
Poi il bar cambiò.
Non all’improvviso.
Lentamente.
Come un ricordo che riaffiora.
Non c’erano più muri intorno.
Il pavimento di mattoni lasciò spazio a un prato verde.
Tra i tavoli comparvero fili d’erba.
Piccoli fiori iniziarono a sbocciare accanto alle sedie.
Nessuno ebbe paura.
Tutti rimasero meravigliati.
Il profumo dei fiori riempì quell’angolo del locale.
Era un profumo semplice.
Non era stato creato per attirare.
Non prometteva nulla.
Era soltanto vero.
— Usate gli occhi — disse Antonio.
Le persone guardarono.
Per la prima volta, dopo molto tempo, non cercavano qualcosa da giudicare.
Non confrontavano.
Non criticavano.
Guardavano.
Un fiore.
Una foglia.
La luce che filtrava tra i rami.
Il volto della persona seduta accanto.
E scoprirono che la bellezza non aveva bisogno di essere posseduta.
— Usate le mani.
I clienti sfiorarono l’erba.
Toccarono i petali.
Sentirono la delicatezza delle cose vive.
Nessuno strappava.
Nessuno prendeva.
Le mani avevano imparato qualcosa di nuovo:
non tutto ciò che è bello deve diventare nostro.
— Usate il gusto.
Sul bancone comparvero piccoli frutti.
Non erano dolci elaborati.
Non erano cibi costosi.
Erano semplici.
Eppure avevano un sapore pieno.
Un sapore che raccontava la terra, il sole e il tempo.
Un uomo chiuse gli occhi.
— È strano.
— Cosa? — chiese Antonio.
— Ho mangiato cose molto più costose, ma questo frutto mi sembra più buono.
Antonio sorrise.
— Perché non stai mangiando soltanto con la bocca.
Diavoletto si alzò lentamente.
Non era più sicuro di sé come all’inizio della serata.
Aveva sempre usato i cinque sensi degli uomini per distrarli.
Aveva insegnato loro a inseguire immagini sempre più appariscenti, rumori sempre più forti, sapori sempre più intensi e piaceri sempre più fugaci.
Ma quella sera aveva scoperto qualcosa.
I sensi non erano il problema.
Il problema era chi li guidava.
Un uomo può guardare e non vedere.
Può ascoltare e non capire.
Può possedere e non essere felice.
Oppure può usare i propri sensi con intelligenza e scoprire un mondo completamente diverso.
Pietro guardò verso il tavolo di Diavoletto.
Per un istante i loro sguardi si incrociarono.
Nessuno dei due disse una parola.
Non ce n’era bisogno.
Entrambi conoscevano la verità.
Diavoletto non poteva distruggere la conoscenza.
Poteva soltanto aspettare che qualcuno la dimenticasse.
Prese il cappotto.
Si ricompose il sorriso sul volto.
Poi, prima di uscire, disse sottovoce:
— Tornerò.
Pietro sorrise.
— Lo so.
Perché Diavoletto non vive lontano dagli uomini.
Vive nelle loro distrazioni.
Nelle loro paure.
Nei loro desideri senza misura.
Ma ogni volta che qualcuno accende una piccola luce dentro di sé…
lui diventa un po’ più piccolo.
Quella sera tutti tornarono alla loro vita.
L’uomo d’affari riprese in mano il telefono.
La donna elegante tornò a osservare le vetrine.
Il giovane continuò a inseguire i propri obiettivi.
All’apparenza non era cambiato nulla.
Eppure qualcosa era diverso.
Piccoli dettagli.
Un istante di silenzio prima di rispondere.
Uno sguardo più attento verso chi avevano davanti.
Un sorriso donato senza aspettarsi nulla in cambio.
La luce accesa quella sera non si spense quando il bar chiuse.
Ognuno la portò con sé, nascosta nei gesti più semplici della vita.
Perché avevano scoperto che quella luce non era nata nel circolo degli Stravaganti.
Era sempre stata dentro di loro.
Avevano soltanto imparato a riconoscerla.
E forse era proprio questo il segreto del circolo degli Stravaganti: nessuno usciva con una verità in tasca, ma molti tornavano a casa con una domanda capace di illuminare il resto della loro vita.

Una bella riflessione da tenere presente nella vita quotidiana. Grazie!
Questo racconto , indubbiamente ,lascia un segno profondo . È una lettura affascinante e coinvolgente
Diavoletto che scruti gli altri , li conosci bene, li osservi e sei osservato, ti dimeni tra le loro pure e i loro scheletri negli armadi. È un caso l’incontro? È un puro caso guardare uomini impegnati e donne ancora più impegnate nella costante volontà di rendere visibile agli altri il loro make up perfetto? Diavoletto tu guardi, percepisci, ma ciò che ti caratterizza è la consapevolezza di quanto ormai effimero sia diventato il mondo. L’essere umano è protagonista del suo se. Vede ma non guarda, ascolta ma non sente, si ritrova in situazioni ma non comprende. E tu Diavoletto che fai? A te è stato assegnato il compito di sovvertire l’ordine delle cose e, come Anna Di Marco scrive, lo fai con una maestria talmente sopraffina che appartiene solo a te e non sembra neanche uscita magistralmente dalla penna dell’autrice.
Rosanna Simile
Un racconto intenso e originale, che attraverso la figura simbolica di Diavoletto invita a riflettere sui desideri, sulle distrazioni e sul vero significato della felicità\. Anna Di Marco ci ricorda che non tutto ciò che desideriamo deve essere posseduto: spesso la bellezza più autentica è proprio quella che impariamo semplicemente a vedere, ascoltare e vivere\. Una storia che lascia una domanda importante nel cuore del lettore: **stiamo davvero vivendo o stiamo soltanto inseguendo ciò che crediamo di volere?**
Una lettura coinvolgente che fa riflettere!
Parole semplici che descrivono una grande verità. Un racconto che fa fermare a riflettere sulle vanità che fanno perdere di vista l’essenziale delle emozioni