Un racconto di Anna Di Marco
Un altro venerdì, un altro pomeriggio di libera fantasticheria per i tre amici e per tutte le “perle” che, regolarmente, quel giorno e a quell’ora tornavano nella Capannella, dove il barista era in trepidante attesa di preparare il cocktail “Lo Stravagante”. Durante la settimana aveva avuto modo di rifornire il suo bancone con gli ingredienti misteriosi che miscelava, shakerava e serviva in bicchieri rigorosamente di cristallo.
Antonio, Josef e Pietro, seduti al solito tavolo, erano una fortuna per il barista: una risorsa che, invece di esaurirsi, si rimpinguava. Tanti erano ormai gli avventori che si davano appuntamento lì ogni venerdì, tanto che aveva dovuto acquistare altri tavoli e altre sedie, disponendoli in cerchio secondo una figura geometrica perfetta.
Il discorso cominciò.
«Dal punto di vista civico l’uomo vive in una comunità e deve rispettarne le regole. La trasgressione è un male per la comunità.
Dal punto di vista etico e morale l’uomo viene educato secondo principi che appartengono a una determinata cultura. Questi principi non sono universali: non valgono per tutte le culture né per tutti gli ambienti sociali.
Dal punto di vista religioso l’uomo segue regole ed è educato secondo i principi del credo di appartenenza.
Quindi l’uomo, dal punto di vista civile, etico, morale e religioso, è guidato da leggi. Queste leggi distinguono ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto.
Poi ci sono le regole non scritte, che scaturiscono dal ripetersi costante di un uso, di un atteggiamento oppure dalla tendenza ad assumere un certo comportamento perché adottato dalla maggioranza, perché è di moda, perché è un trend, perché lo impongono i social, perché lo ha detto Tizio o lo ha fatto Caio.
Tutte queste regole sono dell’uomo, create dall’uomo. Non provengono da un Principio Universale.»
Antonio cominciò a raccontare
C’era una volta un povero diavolo che, nonostante lavorasse dalla mattina alla sera, logorando lentamente le proprie forze fisiche e mentali, non riusciva a sbarcare il lunario né ad assicurare alla moglie e ai figli un pasto ogni giorno.
Lavorava come muratore presso un’impresa edile. Era addetto al carico e allo scarico dei materiali da costruzione e al trasporto di pesi considerevoli. Vedeva sorgere case e appartamenti di lusso destinati a persone facoltose, ville con immensi giardini appartenenti a ricchi signori.
Lui, invece, viveva in un quartiere malfamato alla periferia della città, dove nessuno osava avventurarsi. La sua casa era composta da due sole stanze: una per lui e la moglie, l’altra per i tre figli. C’erano poi una piccola cucina, con il tavolo da pranzo e un vecchio televisore, e un bagno minuscolo. Nulla di più.
Per raggiungere l’appartamento doveva salire quattro rampe di scale e, a ogni piano, il fiato si faceva sempre più corto.
Un giorno, forse proprio per il poco ossigeno che arrivava al cervello, giunto al terzo piano cominciò a porsi delle domande. Fra tutte, una sola dominava le altre:
Perché?
Lavorava da quando aveva dieci anni. Sapeva appena leggere e scrivere, ma conosceva perfettamente gli stenti e i sacrifici. Nonostante le tante tentazioni, aveva sempre seguito la via della rettitudine grazie all’educazione ricevuta dai genitori e agli insegnamenti del prete del quartiere.
Tutta la sua vita gli passò davanti come un film.
Si domandava:
Perché?
Perché le uniche soddisfazioni erano state una vecchia bicicletta acquistata con il proprio lavoro, una graziosa ragazza incontrata e sposata poco dopo una “fuitina”, perché non potevano permettersi un matrimonio, tre figli che insieme avevano appena tredici anni e un lavoro stabile con i contributi versati per una futura pensione.
Mentre continuava a chiedersi «Perché?», si sentì trasportare in uno stato di assoluta liberazione.
Non c’erano muri né strade.
Non c’era più il suo corpo.
Non c’era nemmeno una luce in fondo a un tunnel.
Lui stesso era energia in movimento.
Una dimensione senza misure.
Era come se la sua testa si fosse aperta, allargata, fosse sbocciata in un fiore capace di emanare profumo e mostrare colori mai visti.
Ed ecco che il Principio lo accolse e gli parlò, deciso a soddisfare quel suo incessante «Perché?».
«Le cose degli uomini sono ben diverse dalle cose del Principio.
Nel Principio non esistono opposti.
Tutto è.
Non esistono le regole create dall’uomo, ma una sola.
Chi riesce a far sbocciare la propria testa, trasformandosi in energia, entra nel Principio.
Chi non ci riesce rimane intrappolato nello spazio delle dimensioni e delle regole.
Anche coloro che tu vedi brillare per la loro ricchezza, se la loro testa non sboccia, sono come lampadine che lentamente si spengono. Di loro rimane soltanto il buio.
E anche chi non possiede strumenti per brillare nella dimensione umana, se non apre la propria testa per farla sbocciare, rimane nel buio.
Tu, invece, adesso possiedi la conoscenza, che è l’unica autentica ricchezza.
Sono state le tue fatiche a condurti fin qui.
Hai cercato dentro di te e non fuori di te.
Hai trovato una ricchezza che non finisce, che nessuno può contaminare e che nessun conto in banca può misurare.
Con questa conoscenza puoi tornare e vedere il mondo in modo diverso.
Ora goditi questo stato e assapora la ricchezza dell’Esistente.»
Dopo qualche istante, come chi riemerge da una lunga apnea e torna improvvisamente a respirare, il povero diavolo riprese coscienza. Salì l’ultima rampa di scale ed entrò in casa, convinto di avere avuto un’allucinazione causata da un malore.
Ma i giorni passavano e quell’esperienza con il Principio ritornava continuamente nei suoi pensieri.
Finché decise di fare qualcosa.
Sentiva il bisogno di raccontare a tutti del Principio e delle teste che sbocciano.
All’inizio non sapeva come fare. Non aveva studiato arte, non conosceva pittori, non aveva mai frequentato una galleria. Possedeva soltanto qualche vecchio pennello comprato anni prima e una scatola di colori ormai quasi asciutti, che i figli usavano di tanto in tanto per disegnare.
Una sera, dopo cena, prese un pezzo di cartone trovato vicino a un cantiere e cominciò a dipingere.
Disegnò una testa.
Poi la aprì.
Dalla sommità fece nascere un piccolo fiore.
Il risultato era incerto, quasi infantile. Guardò a lungo quel primo tentativo e stava per buttarlo via quando il figlio maggiore gli disse:
«Papà, non buttarlo. Mi piace.»
Quella frase fu sufficiente.
Il giorno dopo ne dipinse un’altra.
Poi un’altra ancora.
Cominciò a raccogliere tavole di legno, pezzi di cartone e vecchie tele che riusciva a trovare a poco prezzo. Nei giorni di pioggia, quando il lavoro in cantiere si fermava, dipingeva. La sera, dopo aver mangiato, continuava fino a quando la stanchezza non gli faceva cadere il pennello dalle mani.
Provava colori diversi, li mescolava, li diluiva, li sovrapponeva. Cercava di riprodurre quei colori che aveva visto durante l’incontro con il Principio.
A poco a poco le teste cambiarono.
Diventarono più slanciate.
I fiori si moltiplicarono.
Le pennellate acquistarono sicurezza.
Non erano più semplici disegni: sembravano creature in procinto di liberarsi dalla tela.
La moglie lo osservava in silenzio. Sapeva che in casa mancava il pane, ma vedeva nei suoi occhi qualcosa che non aveva mai visto prima.
«Forse dovresti vendere quei quadri», gli disse un giorno.
Lui sorrise.
«Chi vuoi che compri le mie teste?»
Eppure cominciò a portarle fuori.
Le appoggiava sui muri del quartiere, nei piccoli negozi, nel bar dove gli uomini giocavano a carte, persino davanti alla porta della chiesa. Alcuni ridevano. Qualcuno lo prendeva per pazzo.
Altri, invece, rimanevano a guardare.
Una donna comprò il primo dipinto per una somma modesta. Disse che quella testa le ricordava suo figlio, che aveva smesso di studiare e sembrava aver chiuso la propria mente al mondo.
Con quei pochi soldi il pittore comprò il pane.
Fu così che capì che forse quelle immagini potevano viaggiare.
Continuò a dipingere.
Un negoziante gli concesse una parete.
Un insegnante del quartiere portò alcuni studenti a vedere le sue opere.
Un ragazzo fotografò i quadri con il telefono e pubblicò le fotografie sui social.
Nel giro di qualche settimana le immagini delle Teste Sbocciate cominciarono a circolare oltre il quartiere.
Qualcuno arrivava apposta per vederle.
Qualcuno gli chiedeva di dipingerne una.
Qualcun altro gli offriva pochi soldi per portarsela a casa.
Lui continuava a lavorare in cantiere e a dipingere la sera.
Le mani che durante il giorno sollevavano mattoni e sacchi di cemento, la notte stringevano il pennello.
Era stanco, ma non si lamentava.
Aveva finalmente trovato un modo per dare una forma a ciò che aveva visto.
Finché un uomo dall’aspetto elegante, giunto nel quartiere per realizzare un’intervista, un reportage o semplicemente una fotografia, notò quei dipinti esposti sulla parete di un negozio.
Entrò.
Ne osservò uno.
Poi un secondo.
Poi chiese:
«Chi li ha dipinti?»
Gli indicarono il povero muratore.
L’uomo lo cercò e lo trovò ancora con gli abiti da lavoro, sporchi di calce e cemento.
Parlarono a lungo.
Non tanto di tecnica, perché il muratore non avrebbe saputo parlare di tecnica.
Parlarono delle teste.
Dei fiori.
Del Principio.
Della domanda che gli aveva cambiato la vita.
L’uomo comprese che dietro quelle immagini c’era qualcosa che andava oltre la pittura.
Gli propose di portare alcune tele in una piccola galleria.
Il povero diavolo esitò.
Non aveva mai messo piede in una galleria d’arte.
Pensava che quei luoghi fossero fatti per gente diversa da lui.
Accettò.
La prima esposizione non fu un successo clamoroso.
Entrarono poche persone.
Qualcuno osservò i quadri distrattamente.
Qualcuno disse che erano strani.
Qualcuno sorrise.
Ma una donna rimase davanti a una tela per quasi mezz’ora.
Poi chiese di acquistarla.
Il giorno seguente arrivò un’altra richiesta.
Poi un’altra.
Il gallerista gli propose di preparare una seconda esposizione.
Questa volta le Teste Sbocciate attirarono molta più gente.
La storia del muratore che dipingeva teste aperte e fiori cominciò a diffondersi.
I giornali parlarono di lui.
Le fotografie delle sue opere continuarono a circolare.
E così, lentamente, quasi senza che se ne accorgesse, il povero diavolo diventò un artista.
Non smise subito di fare il muratore.
Continuò ancora per qualche tempo, come se non si fidasse di quella nuova vita.
Poi arrivò il giorno in cui poté lasciare il cantiere.
Con i primi guadagni importanti pagò i debiti, comprò il necessario per la casa e mise da parte qualcosa per gli studi dei figli.
E finalmente poté comprare un vestito nuovo alla moglie.
Lei lo indossò davanti allo specchio.
Lui la guardò e per un attimo rivide la ragazza della sua giovinezza, quella della “fuitina”, quando non avevano abbastanza denaro neppure per sposarsi.
Le Teste Sbocciate erano ormai diventate un messaggio per chi aveva occhi per vedere e cuore per comprendere.
Ma il successo non cambiò ciò che il povero diavolo aveva visto quel giorno sul pianerottolo.
Continuò a dipingere le teste aperte, i fiori, la luce e quell’energia che non riusciva a spiegare.
Ed egli entrò nella storia come il povero diavolo che parlò con il Principio: un visionario, un pazzo che aveva avuto il coraggio di cambiare. E nessuno avrebbe saputo dire con certezza se fosse diventato un artista perché aveva incontrato il Principio oppure se fosse stato proprio il Principio a servirsi di lui per lasciare qualche traccia nel mondo degli uomini.
Forse le due cose erano la stessa cosa.
Quella sera anche le teste del Circolo degli Stravaganti sbocciarono.
Antonio fu il primo ad accorgersene.
Guardò Josef.
Poi Pietro.
Nessuno disse nulla.
Le loro teste si erano aperte come corolle.
Dalle sommità spuntavano fiori spettacolari, simili a quelli dei cactus e delle piante grasse: forme strane, carnose, colorate, alcune delicate come petali di seta, altre robuste e appuntite come se fossero nate per sopravvivere nel deserto.
L’aria della Capannella si riempì di profumi.
Non erano tutti uguali.
C’era il profumo dolce di un fiore appena sbocciato, quello acre della terra dopo la pioggia, quello intenso delle piante che resistono alla siccità e persino un odore indefinibile che nessuno riusciva a ricondurre a qualcosa di conosciuto.
Il barista lasciò lo shaker sul bancone.
Per qualche secondo rimase immobile.
Poi sorrise.
Una straordinaria energia attraversò la sala.
Le pareti sembrarono allontanarsi.
I tavoli disposti in cerchio parvero perdere la loro consistenza.
Le sedie non erano più sedie.
Il pavimento non era più pavimento.
Tutto sembrava vibrare.
E qualcuno sorrideva della riuscita dell’esperimento.
Era il Principio che si divertiva.
Non aveva bisogno di spiegare nulla.
Non aveva bisogno di proclamare una legge.
Non aveva bisogno di essere chiamato con un nome.
Si limitava a guardare.
E a sorridere.
L’ultimo sorso del cocktail innaffiò quei fiori che lentamente tornarono a richiudersi.
Le teste ripresero la loro forma abituale.
I muri tornarono al loro posto.
I tavoli tornarono a essere tavoli.
Le sedie tornarono a essere sedie.
Il barista riprese lo shaker.
Antonio guardò gli altri due.
«Credete che sia successo davvero?»
Josef alzò le spalle.
«Se lo chiedi, significa che non hai ancora capito.»
Pietro rise.
E quella risata fu sufficiente.
Gli Stravaganti si alzarono e si allontanarono verso le loro case traballanti, felici e consapevoli che non è necessario perdere i sensi o smettere di respirare per elevarsi.
Basta aprire la testa e coltivare il magnifico fiore che contiene.
È questo l’unico mezzo che permette di dialogare con il Principio e di vederlo sorridere.
Ma il Principio sorride anche degli sforzi che gli uomini compiono nel tentativo di umanizzarlo a tutti i costi.
Da millenni gli uomini cercavano di dargli un volto, un nome, una legge.
Avevano costruito religioni, morali, paradisi e inferni.
Avevano inventato premi e punizioni.
Avevano stabilito cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato.
Avevano innalzato altari e costruito templi.
Avevano scritto libri sacri e libri contro i libri sacri.
Avevano combattuto per difendere il proprio Dio e, qualche volta, per dimostrare che il Dio degli altri non esisteva.
Il Principio continuava a guardarli con tenerezza.
Li osservava mentre cercavano di rinchiudere l’infinito dentro una parola.
E forse era proprio questa la cosa che più lo divertiva.
Gli uomini preferivano edificare cattedrali.
Avevano bisogno di pietre, colonne, cupole, campanili.
Avevano bisogno di luoghi nei quali sentirsi protetti davanti all’immensità dell’Esistente.
Avevano costruito gli opposti come fossero le due sponde dello stesso fiume.
Bene e male.
Giusto e ingiusto.
Vero e falso.
Luce e buio.
Premio e castigo.
Paradiso e inferno.
Forse lo facevano perché l’uomo ha bisogno di distinguere per comprendere.
Forse perché ha paura di ciò che non può misurare.
Forse perché, davanti a qualcosa che non ha confini, preferisce costruire un muro e chiamarlo verità.
Eppure il Principio non aveva bisogno di nessuna di quelle cose.
Non aveva bisogno di essere difeso.
Non aveva bisogno di essere spiegato.
Non aveva bisogno neppure di essere creduto.
Esisteva.
Tutto qui.
E gli uomini continuavano a cercarlo fuori di sé, mentre lui continuava a ricordare loro che la porta era sempre stata dentro di loro.
Senza sapere che, per il Principio, basta far sbocciare un fiore.
Ma anche questo è un pensiero squisitamente umano.
E ci sorrisi anch’io.

Racconto spirituale che scruta i meandri della mente e della parte migliore dell ‘ uomo
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