Nel 2050 le donne partoriranno ancora figli concepiti nel rapporto sessuale con gli uomini?
“La cosa più bella nei bambini è il ricordo della notte in cui li abbiamo fatti”, celebre frase attribuita al letterato J. W. Goethe. Ora come allora i bambini si ‘fanno’, si concepiscono, segue la gravidanza e si partoriscono. In quella notte è nata una nuova vita, afferma la biologia, e assumerà varie forme: omozigote, embrione, feto e bambino fino alla nascita; ma la vita è nata in quella notte, in quell’incontro tra mamma e papà e l’incontro tra le cellule del gamete femminile e maschile. Mentalità troppo vintage? Forse.
La Natura da tempo immemore è la regista del piano evolutivo di ogni specie vivente e serve a mantenere la Vita attraverso la riproduttività. Dalla Natura, sin dalle prime elaborazioni filosofiche, l’uomo ha tratto le leggi naturali oggettive e universali, valide in ogni tempo e in ogni luogo, fondate su regole, valori morali, etici e di giustizia considerati innati nell’umanità. Il diritto naturale, il diritto non scritto, è quello al quale dovrebbe sempre ispirarsi il diritto positivo, quello creato dagli uomini, adattato alla cultura e alla società dell’epoca in cui è vigente.
Secondo il diritto naturale la procreazione è “un istinto e un fine iscritto nella natura biologica e morale dell’essere umano” e si realizza nel rapporto stabile tra uomo e donna che procreano insieme e proteggono la nuova vita nata da loro attraverso l’accudimento materiale e morale.
Da due secoli circa, il positivismo giuridico ha formalmente e sostanzialmente allontanato il diritto positivo dai principi del diritto naturale, sentenziando che l’unico diritto applicabile era quello posto dallo Stato. Il richiamo al diritto naturale fu abbandonato e le sue norme vennero disattese o arbitrariamente interpretate. Con l’avanzare dell’evoluzione della Tecnica che si contrappose alla Natura, gli uomini (continuo ad usare il termine ‘uomini’ anche se i genderisti non lo considerano politicamente corretto e continuerei ad usarlo anche se l’Accademia della Crusca dovesse eliminarlo dal vocabolario italiano) decisero che per il progresso dell’umanità bisognava implementare e seguire la tecnologia, derubricando le leggi naturali a mere riflessioni animiste.
Così è accaduto per la riproduttività e la maternità della donna, seguendo il progresso siamo arrivati all’attuale realtà distopica e disumana. È di questi giorni la pubblicizzazione del corso “Se a partorire non è una madre”, che si terrà ad ottobre a Riccione, organizzato dall’Associazione Italiana Ostetriche per formare queste sanitarie a seguire la gravidanza, il parto e l’allattamento di figli nati da donne trans (individuo biologicamente nato maschio che si identifica e vive come donna). Il Ministero della Salute conferisce l’acquisizione di 10,5 punti di accreditamento, sono tanti per un unico corso, significa che l’Ordine della categoria e sinanche lo Stato Italiano ci tiene molto a che ci siano tante partecipanti. Com’è oramai evidente anche alle menti semplici continua in tal modo l’attacco alla donna e alla sua prerogativa riproduttiva, alla famiglia naturale e ai bambini che nasceranno e crescerenno in una famiglia in cui mancherà la mamma, ma ci saranno due papà, che magari si vestiranno da donna, causando nella mente dei piccoli confusione identitaria all’inizio e psicopatologie nel tempo.
Ci si chiederà, come può un uomo, per quanto abbia cambiato sesso legalmente e biologicamente avere una gravidanza e partorire un bambino? Qualche anno fa mi si pose questa domanda e dovetti fare degli studi in proposito. A meno che la provvidenza tecnologia o divina non abbia nel frattempo trovato una metodologia diversa, il processo è il seguente. All’ uomo che si è sottoposto all’intervento di orchiectomia e di penectomia e che è ricorso anche ad un intervento di vaginoplastica, cioè, più prosaicamente, ad un uomo al quale sono stati asportati i testicoli e il pene ed è stata costruita la vagina sul piano pelvico, non è ancora possibile impiantare un utero, le tube e le ovaie. Allora si procede con complessi interventi chirurgici che richiedono sofferenze e grande senso di sacrificio per la futura ‘mamma’.
Dapprima si trapianta nella donna trans un utero da donna donatrice vivente o deceduta, e successivamente, attraverso la tecnica di procreazione medicalmente assistita vi si trasferisce l’embrione crioconservato o fornito da donna donatrice ‘altruistico’ o economica. La gravidanza non viene portata avanti sino al nono mese per preservare la salute del trans che è sempre in pericolo di rigetto dell’organo trapiantato e il parto si svolge con il taglio cesario. La sofferenza psicologica e fisica delle persone che si sottopongono a questo calvario è tanta, ma dopo la nascita la felicità della procreazione allieterà i nuovi ‘papà’ e ‘papà’. Inizierà a quel punto l’infelicità di un bambino nato da due uomini che non potrà vivere la propria identità biologica sin dall’inizio e che ben presto potrebbe essere indotto a percorsi di transizione di genere, come quelli affrontati dai suoi ‘creatori’.
E non finisce qui, il mammo potrebbe anche desiderare allattare il figlio creato. Esistono all’uopo delle protesi di silicone che imitano la tetta della donna e che applicate sul petto del mammo consentono al neonato la suzione di un liquido creato ad hoc ma privo di alcun nutrimento, proveniente da un contenitore posto dietro le spalle del genitore. Che abile inganno per il neonato!
Ma la tecnologia avanza e oggi anche in questo caso il mammo può allattare con ‘proprio latte’ il figlio se si sottopone a trattamenti ormonali a base di progesterone ed estrogeni, farmaci per la produzione di prolattina e stimolazioni meccaniche dei seni con l’uso del tiralatte per stimolare il cervello a produrre latte e cambiare le connessioni sinaptiche cognitive. Anche la loro mente e cervello devono dunque essere torturate per aderire alla volontà di un progetto innaturale? Se non fosse solo un desiderio ideologico, o un disturbo dissociativo multiplo, e se ci fosse armonia d’intenti e del sentire, per il principio della neoplasticità cerebrale e mentale le sinapsi non dovrebbero cambiare naturalmente?
Certo è che secondo la nuova filosofia di vita woke (fondata sull’autodeterminazione totale e le libertà più eccentriche rivendicate da certi individui) oramai tutta l’esistenza orbita attorno a una moltitudine infinita di desideri, tutti legittimamente rivendicabili e da soddisfare per il proprio piacere personale, anche a discapito della morale e della collettività. Non esiste più alcun limite ai desideri della popolazione, gli si consente di dare forma a sogni psicotici, salvo poi schiavizzarli in contesti più importanti che riguardano l’alimentazione, il diritto di spostarsi nel territorio, il diritto di esprimere il proprio pensiero, il diritto di dissentire dal pensiero dominante, il diritto di amare la pace e non la ‘guerra difensiva’ in cui siamo stati, a nostra insaputa, proiettati in entrambi i conflitti in Ucraina e in Iran.
Ma non solo le ostetriche che più di ogni altro sanitario vede tutti i giorni come la Vita si materializza e si sostanzia nella nascita naturale del bambino dalla donna, ma le donne stesse, vittime del perfido progetto di riduzione della popolazione umana da parte del deep state (attraverso l’aborto, il controllo delle nascite, le campagne di sterilizzazione, le vaccinazioni, le campagne pubblicitarie contro la maternità etc.) boicottano e rinnegano la loro natura e realizzazione umana personale e collettiva.
Negli anni ‘70 alle donne venne ideologicamente imposto di rivendicare il loro diritto all’autodeterminazione sulla propria riproduttività e a liberarsi dal patriarcato. A loro fu urlato dagli spalti delle femministe progressiste di rivendicare la proprietà e totale disponibilità del proprio corpo, e a queste lotte seguì il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto, che oggi in più parti del mondo viene praticato fino al nono mese di gravidanza, senza alcuna considerazione dei diritti del nascituro. Sulla falsariga di queste conquiste alle donne fu instillata l’idea che la loro vera realizzazione avrebbe dovuto essere quella esclusivamente personale, quella lavorativa che garantiva indipendenza economica e carriera, a differenza della maternità che le segregava negli angusti ruoli di moglie e madre per molti anni.
Nacquero i Movimenti Childfree che inducevano le donne a ricercare la propria realizzazione personale smettendo di fare figli, considerati ingombranti e non necessari, e le correnti filosofiche antinataliste che ipocritamente consigliavano di non fare figli per non impattare drasticamente sull’equilibrio ecologico del pianeta. Ancora oggi questa corrente di pensiero brandisce i pannolini dei bambini come colpevoli di provocare inquinamento sul pianeta.
In realtà nei successivi trent’anni le donne si resero conto che erano state frodate, che la loro emancipazione era basata su falsi presupposti ideologici e che la libertà non passava dalla carriera ma da una mente libera da preconcetti e dal senso di inferiorità verso l’uomo, a lungo vissuto. Le donne extra lavoratrici si trovarono più prigioniere di prima: lavoravano fuori casa, lavoravano in casa, accudivano i figli e si dovevano occupare della famiglia; ma avevano lo sfogo dell’ora di estetista dalla quale andavano una volta alla settimana a lamentarsi di quanto fosse stressante la loro esistenza.
Quando il boom economico terminò e iniziarono a intravvedersi i primi segni di un’economia in difficoltà, le donne lavoratrici che cominciavano a rimpiangere la loro vita casalinga, non poterono più staccarsi dal mondo del lavoro perché per mantenere la famiglia non bastava più il solo stipendio del marito. Le donne furono braccate! Ammaliate nel passato dai falsi miti della liberazione femminile, una volta entrate nella gabbia conformista, non poterono più scegliere se seguire la famiglia, come seguirla e come creativamente realizzare una propria vita personale.
Bisognava, dunque, trovare un rimedio che riportasse equilibrio nella vita della donna e della famiglia, il loro carico di stress cronico venne chiamato sindrome di wonder woman. E visto che al lavoro remunerato non si poteva più rinunciare, e lo Stato non offriva un welfare idoneo a tutelare la maternità delle mamme lavoratrici, in modo quasi naturale le donne cominciarono a scegliere di fare meno figli: così meno lavoro, meno costi, meno responsabilità anche nella coppia, e più apericena con le amiche per smaltire il distress accumulato.
Ma ad un welfare insufficiente lo Stato rispose con la legge n. 40/2004 sulla PMA– Procreazione Medicalmente Assistita che consiste nella crioconservazione degli ovociti a -196° per posticipare la maternità della donna lavoratrice secondo i bisogni e i diktat dei loro datori di lavoro. La PMA non è un intervento da poco, richiede un grande sacrificio alla donna che deve sottoporsi a stressanti stimolazioni ormonali per la produzione e raccolta del maggior numero di ovociti possibili, al prelievo degli stessi in sedazione totale, e successivamente alla loro vitrificazione (congelazione)… dopo solo l’oblio.
Dapprima questo procedimento, molto impegnativo per la salute della donna, era consentito, e ne valeva la pena, nei casi di malattie oncologiche o menopause anticipate che mettevano a rischio la fertilità della donna che doveva affrontare interventi e cure come chemio e radioterapie.
Successivamente il procedimento di congelamento degli ovociti, il social freezing, venne consentito anche alle donne che non oltre i 35 anni (entro quell’età gli ovociti sono ancora molto vitali) scelgono di posticipare la propria maternità per semplici motivi personali, quali possono essere la realizzazione personale (divertirsi quanto più si può!), la carriera professionale, la stabilità economica (non voglio privarmi di niente di quello che mi fa stare bene) e infine trovare il partner giusto e collaudato.
Il giro d’affari di questo settore è enorme, e la pubblicità che se ne fa è degna espressione della manipolazione capitalistica che viene fatta dell’esistenza della donna. Le donne singole, la coppia possono programmare al millesimo di secondo la nascita del figlio, così come si programma un viaggio all’estero: si fa quando si può, quando non intralcia altri progetti, quando ci sono i soldi e quando se ne ha voglia! Sempre che se ne abbia voglia.
Milioni di ovociti sono crioconservati, e neanche il 40% di essi verrà utilizzato. La conservazione in azoto liquido causa la perdita di vitalità, e nella maggior parte dei casi sono necessari più tentativi di impianto nell’utero della donna. La perdita in gravidanza del feto è molto frequente e la nascita del bambino vivo difficile. Ma ciò che gli esperti non possono dire è che il QI dei bambini crioconservati e nati è inferiore del 30% rispetto alla norma.
La Natura è brutalizzata e bypassata dalla tecnologia, e come una voragine si espande il problema etico e bioetico che nessuna istituzione o movimento pro vita vuole ancora affrontare. Salviamo i bambini dalle follie degli adulti!

Noi forse non ci saremo piu’…..ma sara’ un argomento da affrontare in sede etica, bioetica, psichiatrica, psicologica……sono amica di un ‘infermiera del quarto piano del vecchio ospedale San Giovanni Bosco e mi raccontava quanti ragazzi affrontano il percorso ormonale, psicologico, psichiatrico,con il dott.Cantafio ,che collabora con in nostro urologo, per cambiare sesso……sta cambiando il mondo! Belle le Tue osservazioni , che condivido e la frase finale ” salviamo i bambini dalle follie degli adulti”….