Il ciuco
Sono ignorante, lo confesso. Che nessuno tenti di consolarmi, sostenendo che non si può conoscere tutto, perché mi sento proprio un asino. Un somaro che a bocca aperta ascolta affabulazioni di cui non comprende il significato.
Potrei fare degli esempi.
Da ragazzo, quando ancora la politica coinvolgeva i giovani, quando s’innalzavano gli ideali a vessillo di speranza per il futuro, in alcune occasioni ho dovuto difendermi da qualche accusa. In parole povere ero nella posizione d’imputato e quindi, nella realtà, era qualcun altro che si occupava della mia difesa. Bene. Se non fossi stato un ciuco, avrei scelto un avvocato di prima qualità. Il mio difensore invece, immancabilmente, chiedeva che mi assolvessero per insufficienza di prove o, in subordine, che mi fosse comminato il minimo della pena. Insomma ero sempre condannato. C’è voluto un po’ perché facessi entrare nella mia crapa tosta che i “Principi del Foro” sono indispensabili. Un ribelle non può farne a meno. Questo esempio tuttavia non dimostra la vastità della mia ignoranza. Per far capire appieno la mia stupidità dovrei andare avanti e raccontare delle figure da cioccolataio che mi capita di fare quando m’invitano a un vernissage d’arte moderna, oppure quando un idraulico, un elettricista o un falegname esegue delle riparazioni nella mia abitazione. Tutti ne sanno più di me. E si fanno pagare il loro sapere. Non basta. Per capire quanto io sia ignorante basterebbe che raccontassi che cosa accade al termine di una proiezione cinematografica. Nella circostanza c’è sempre qualcuno che approfondisce: un’osservazione sulla fotografia, su quella o quell’altra inquadratura. Queste persone sono in grado di stabilire che in quella scena il P.P.P. era stupendo e che in quell’altra il regista ha adoperato una steady-cam… Per non parlare dei concerti. Fortunatamente ho la capacità di tacere… d’altronde non saprei che cosa dire. Ascolto con il viso fintamente interessato i discorsi, prolissi e pieni d’enfasi, che rilevano la bravura di quel violinista, di quello al centro tra il pinguino e la fanciulla bionda, il quale esprime… e bla, blablà. Il cicaleccio rimbalza sul percussionista di un complesso jazz in una cantina un po’ malfamata che, però, fa tendenza. Eh, sì sono proprio ignorante. Non ho dubbi. La conferma, se mai avessi qualche riserva, è arrivata in questi giorni. Sulla coscia sinistra, lateralmente all’inguine, mi sono spuntati undici ponfi. Per due giorni ho convissuto con l’affezione cutanea.
Poi mi sono deciso a ricorrere al medico. In campo sanitario la mia ciucaggine raggiunge l’acme tuttavia ho osato e timidamente ho suggerito la diagnosi: fuoco di sant’Antonio. Ho calato le brache. Non è stata una gran visita. Ha osservato, infatti, da una certa distanza e ha diagnosticato un herpes zoster. Naturalmente, da incolto quale sono, non ho chiesto il significato delle due parole ma, con l’atteggiamento tipico di chi non vuol mostrare la propria ignoranza, il rimedio. Lui, prima di mettersi seduto dietro la scrivania, ha spiegato, con sapienza, che ero afflitto da un’infiammazione virale dei nervi con comparsa di vescicole molto dolorose sulla pelle in corrispondenza del decorso terminale delle fibre nervose, causata dallo stesso virus agente della varicella. Terminato il chiarimento, ha iniziato a mettere giù i soliti geroglifici.
– Prenda queste pillole tre volte il giorno per una settimana – ha poi affermato con tono grave. Ho annuito, proprio come un ciuco, e ho aspettato che comunicasse l’utilità dell’altro foglio, vergato con la fretta di chi ne ha già abbastanza. Non ho dovuto attendere molto. – Qui ho scritto urgente. –. Sono rimasto immobile. Avevo intuito, sebbene comprendere istintivamente e con prontezza per me sia un’eccezione, che aveva qualcos’altro da dichiarare: – Se vogliamo essere certi della diagnosi – difatti ha soggiunto – è conveniente che si rechi all’«Amedeo di Savoia».
Ho ringraziato e appena uscito mi sono fiondato dall’altra parte della città.
Altro medico.
Esordisce: – Secondo me è un problema dermatologico. – Annuisco. Lui netta il sudore che gli gronda dalla fronte con la manica del camice e prosegue: – Potremmo tamponare, ma le costerebbe. Poi, il risultato lo avremmo fra quattordici giorni lavorativi. – Annuisco nuovamente. – Metta per qualche giorno questa crema.
Annuisco ancora come uno di quegli animali che un tempo erano sistemati, a vista, sulle cappelliere delle automobili, ringrazio e mi precipito in farmacia. Beninteso non ho capito niente tuttavia spalmo chili di pomata e ritorno dal medico curante.
I ponfi si sono mescolati e assomigliano a una Via Lattea un po’ rosata.
Il medico li osserva a distanza di sicurezza.
Stabilisce: – Sono sempre più convinto della prima diagnosi pertanto cambi pomata! – e, nello stesso tempo, scrive sacre lettere svolazzanti. I geroglifici riempiono più di un foglio. Modifica la data di quello della visita specialistica precedente e mi suggerisce di ritornare dal suo collega dell’«Amedeo», che fortunatamente mi sono preoccupato di contattare e che pare disposto a rivedermi anche se solamente dopo le ventuno. Saluto il curante, ringrazio, e corro verso la farmacia più vicina. Sbatto contro la saracinesca chiusa. Cado. Qualcuno propone di aiutarmi. Io, stoicamente, riparto e sempre di corsa, percorrendo distanze siderali, me ne faccio altre otto.
I farmacisti non hanno il prodotto.
Rimango senza pomata.
Avverto i primi dolori. In verità si erano già manifestati, ma evidentemente la soglia di sopportazione del dolore è in me elevata. Sarà la pelle d’asino. Penso che forse avrei dovuto comunicare l’aspetto asinino della mia natura. Sono proprio stupido. Avrei dovuto raccontare che tento di narrare barzellette mentre il dentista si diverte affondando ogni tipo di strumento nella mia bocca oppure di quella volta che ridevo mentre un medico m’incideva una ciste pubica, senza anestesia. Ma essendo deficiente non ci ho pensato.
Attendo l’orario e mi dirigo verso l’«Amedeo».
Calo le brache. Il medico osserva alla stessa distanza dell’altro e afferma: – È proprio un herpes zoster. Mi spiace. Le ho fatto perdere una settimana.
“Che caro”, penso, “si scusa”. Dispiaciuto, corro in suo soccorso e gli mostro le analisi che il medico curante mi ha prescritto di fare. Sembra sollevato sebbene lacrimi. No. Non piange. Sono le ghiandole sudoripare che m’ingannano. Suda semplicemente e si deterge con la manica del camice, che a ben guardare è giallastra nella zona dell’avambraccio. – Ha mai fatto l’esame dell’HIV? – domanda. Rispondo di no. Scuote il capo e gocce di sudore inondano l’ambulatorio. – Allora glielo prescrivo – afferma camminando sulle acque salate. Sembra il Cristo, un po’ più basso, con meno capelli e senza barba. Lo seguo come un discepolo, cercando di non affogare. Si accorge del mio disagio e cerca di confortarmi: – Non ci dovrebbero essere problemi ma… – Mi sento un agnello sacrificale. – Almeno una volta l’anno bisognerebbe fare tutti gli esami…
Raggiungiamo l’ufficio amministrativo.
Il medico accende il computer e istruisce la pratica. Sono immobile. Lui mi chiede i dati anagrafici, il codice fiscale e scrive. Risponde anche a qualche telefonata e, nel frattempo, gocciola. Anche questa stanza rischia l’alluvione. Infine mi licenzia, consigliandomi di recarmi nella prima farmacia notturna per iniziare immediatamente la cura.
Adesso attendo i risultati che mi saranno consegnati prima di ferragosto. E penso a tre anni fa quando uno specialista mi diagnosticò un’orticaria fisica. E rivedo il mio viso attonito. E ascolto la mia voce domandare le differenze con altre orticarie, magari dell’anima o del pensiero.
La risposta non arrivò, così come anni prima quando un altro curante mi ritenne affetto da tonsillite e cadde nello sconforto apprendendo che non avevo più le tonsille.
Sono un asino.
Un ciuco maledetto.
Uno che ha una biblioteca personale di circa quattromila libri, quasi tutti letti. Uno che ascolta Chopin e al motivo si commuove; uno che sa che il Restaurant de la Sirène à Asnières di Van Gogh è un luogo realmente esistito e che Michelangelo, per dipingere la tavola del Peccato originale, si è ispirato alla Genesi. Uno che si reca dal medico e si permette di suggerire la diagnosi: è un fuoco di Sant’Antonio… Potrei continuare, ma sono un asino. Un ciuco con la pelle tosta che purtroppo qualche volta si scotta, anche dentro.

Splendido racconto con una tagliente ironia che evita il cinismo del sarcasmo.
Il ciuco dimostra una grande intelligenza.
Complimenti.
Chapeau!
Ognuno si costruisce la propria gabbia di protezione. Racconto dolente sulla difficoltà dello stare al mondo, anche quando agli occhi dei più non appare.
Complimenti! 👏👏👏
Il “ciuco” intelligente capisce di essere impotente davanti all’ignoranza altrui e senza possibilita’ di difesa.
Complimenti per il racconto!
Splendido racconto che invita a capire i vari personaggi e a rivedere in loro l’intelligenza, impotenza e ironia
Complimenti
Bello e sostanzioso racconto, forse amaro piu’ancora che ironico, e in quanto anche realistico, certamente condivisibile da tutti noi per esperienze personali!
Ironico, ma realistico!
L ‘ ironia amara del racconto ci indica chi sono i veri ciuchi e cioè gli ubriachi del loro piccolo sapere, del loro piccolo mondo, delle loro teorie, delle prassi e dei comportamenti stereotipati. E’ difficile avere rapporti con i saperi codificati e settoriali : quanti commenti su film, musiche, quadri sono frutto di vera conoscenza? Il racconto è un inn o alla vera cultura: più leggi, più ti poni domande, più cerchi di sapere, più sei curioso…più sei vivo e vero!
Mi viene in mente Socrate e il suo metodo che parte da ” so di non sapere”, parte dell’ironia , perche lui finge di non sapere e loda la sapienza altrui per smascherare le false certezze e le illusioni . Il Ciuco che ha letto 4000 libri è un grande Maestro..
Un racconto fortemente educativo, direi maieutico per rimanere in campo socratico.
Bravissimo Francesco Rodolfo Russo.
Perché vorrei essere un asino.
Caro Russo,
terminata la lettura del “Ciuco”, non ti nascondo che mi dispiace di non potermi affiancare a te e dire che anch’io sono un “ciuco”, un “asino”, un “ciuco maledetto”!
In verità, se rivedo la mia vita, mi sento più vicino ad un altro equino: il mulo.
A differenza dell’asino (che è una speciale animale autonoma), il mulo è un bastardo (in termini “politicamente corretti” lo chiameremmo un “ibrido”) che nasce dall’accoppiamento tra un asino e una cavalla.
A differenza dell’asino, il mulo è quasi sempre sterile.
Come vedi ho buone ragioni per invidiarti, se considero le differenze genetiche che caratterizzano le due razze. Ma non basta.
Avendo avuto in gioventù a che fare con gli animali (ovini, equini, bovini, ecc.), non ho mai creduto alla vulgata dell’asino come sinonimo di ignoranza, ottusità, testardaggine e chi più ne ha più ne metta.
Se uno osserva attentamente questo animale scoprira’ che l’asino, dinanzi a una situazione per lui nuova, non agisce mai d’impeto come un cavallo, perché, a differenza del cavallo, è portato ad osservare, a valutare il rischio e solo dopo passare all’azione.
Si tratta di un animale estremamente prudente, che cerca di capire in quale situazione si trova prima di decidere che cosa fare.
Se poi considero che fra gli asini ti annoveri tu, Francesco Rodolfo Russo, che sei “Uno che ha una biblioteca personale di circa quattromila libri, quasi tutti letti. Uno che ascolta Chopin e al motivo si commuove; uno che sa che il Restaurant de la Sirène à Asnières di Van Gogh è un luogo realmente esistito e che Michelangelo, per dipingere la tavola del Peccato originale, si è ispirato alla Genesi. Uno che si reca dal medico e si permette di suggerire la diagnosi…”, allora non posso che dolermi della mia situazione di mulo.
Pensa che proprio nella nostra Puglia, incrociando cavalle murgesi con asini di Martina Franca, si ottenevano i famosi muli martinesi, ottimi per l’artiglieria e la fanteria alpina.
Carne da macello, insomma!
Invece, l’asino , contrariamente a quanto possono pensare i più, è un animale che, stando alla Bibbia, è sinonimo di fatica, disponibilità, umiltà e pace.
Ricordo solo alcuni punti dove si parla di lui.
Al contrario del cavallo che era la cavalcatura dei re, dei potenti e dei ricchi, l’asino è animale di fatica, di lavoro e di pace.
E’ addirittura più sapiente del suo padrone, vedi il racconto di Balaam per la rivelazione ispirata da Dio alla sua asina (Nm 22,22-35): qui l’asina è presentata come una figura sapienziale, perché riconosce la volontà di Dio prima ancora dell’uomo che si ritiene veggente.
L’asino non viene mai impiegato per la guerra, a differenza del cavallo; per questo è collegato di solito al Messia pacifico (Zc 9,9-10 ; Cfr. Mt 21,1-11 ).
Insieme al bue troviamo l’asino nella scena del presepe: i Padri della Chiesa vedono in questi animali il simbolo della presenza di tutti i popoli davanti al Re-Messia: il bue rappresenta il popolo eletto in quanto animale “puro” secondo la legge, mentre l’asino rappresenta i pagani in quanto, secondo la legge, è animale impuro.
La settimana santa viene introdotta da Gesù che entra a Gerusalemme su un asino.
Qui, come in altre parti della Bibbia (fuga in Egitto, ecc.) l’asino rappresenta l’animale di servizio, bestia “da soma”, sempre mite, che porta i pesi degli uomini. Come Gesù, che si caricherà di tutti i peccati e le infermità degli uomini di ogni tempo.
Ti pare poco essere un asino?
Un racconto ironico e sicuramente molto realistico. Il ciuco è troppo intelligente rispetto a tanti che credono di essere più intelligenti di lui. Fa riflettere!
Grazie Francesco!
Sapientemente ironico. Bravo
Gli animali sono intelligenti. Perdono la loro dignità quando vengono sfruttati o sono costretti a vivere situazioni paradossalmente umane.
Sapientemente ironico e drammaticamente vero e paradossale
Un racconto intelligente, profondo, educativo, coinvolgente. Mi è proprio piaciuto. Batto le mani a F. R. Russo. Bravo.
Ho letto l’intervista ad Antonella Costa in cui a un certo punto si parla di onoterapia. Se qualcuno andrà a leggere quel passaggio, si renderà conto dell’utilità dell’asino. L’intervistatore è lo stesso autore del racconto; ha dimostrato intelligenza in entrambi i casi. Complimenti.
Rosa Lastella
Gli asini sono animali noti per la loro intelligenza e adattabilità e hanno capacità cognitive notevoli. Apprendono facilmente e, in alcune situazioni, dimostrano una forma d’intelligenza pratica, proprio come il “Ciuco” del racconto e come lui sono empatici. In conclusione “Il ciuco” ci conduce in un mondo reale in cui accadono cose che possono far sorridere o ridere gli altri. Forse anche lui.
Beatrice
Una verità che ci riguarda tutti: in fondo, ciascuno di noi condivide la strisciante sensazione di essere un ciuco di fronte alle complessità del mondo. La vita e le situazioni sociali, tuttavia, ci dirottano di continuo in un doppio gioco assurdo, costringendoci a fare finta di non esserlo per non affondare, o al contrario a recitare la parte dell’ingenuo quando conviene. Ma ciò che traspare di più da questo racconto è una profonda fragilità umana, fintamente celata da una saccente copertura — sia quella ostentata dagli “esperti” di turno con i loro paroloni, sia quella con cui noi stessi cerchiamo di proteggerci ogni volta che ci sentiamo disarmati. Un ritratto ironico ma al contempo impietoso e spaventosamente reale di ciò che siamo. Il ciuco è davvero ciuco?
Bel racconto molto ironico ma anche molto profondo . Mi richiama alla memoria la canzone di Tenco Ciao Amore Ciao in cui si recita ” non saper fare niente in un mondo che sa tutto”. Molto ironica la digressione che riguarda i medici.