Un racconto di Anna Di Marco
Quel venerdì era un giorno particolare: era San Lorenzo e, secondo una credenza diffusa, quella notte si sarebbero dovute vedere le stelle cadenti, quelle che avrebbero esaudito i desideri.
Il barista si era organizzato per preparare più cocktail del solito, perché gli Stravaganti sarebbero rimasti lì tutta la notte, fino all’alba. Le luci erano spente e solo candele tremolanti sparse sui tavoli. Bicchieri ricolmi di Stravagante venivano distribuiti a tutti.
Antonio, Josef e Pietro sorseggiavano in attesa che il cielo si riempisse di tutte le sue stelle.
Come per magia, piano piano, c’erano più stelle che cielo. Anzi, era come se esistessero soltanto stelle sospese nel buio profondo.
Così Josef iniziò a raccontare:
— C’erano una volta, in una notte proprio come questa, una donna e le stelle…
Gli altri Stravaganti si voltarono verso di lui.
Josef fece una pausa, guardò il cielo e continuò:
— Si chiamava Maria.
C’erano più stelle che cielo.
Anzi, era come se esistessero soltanto stelle sospese nel buio profondo.
Maria, appoggiata al parapetto di quella sporgenza della roccia, era anch’essa sospesa nel buio, sotto quell’infinito di stelle. Uno spettacolo straordinario, capace di commuoverla per tanta bellezza, di impaurirla per quella vastità, di farla sentire privilegiata per l’intensa preziosità di quel momento e di darle l’occasione di perdersi in quel misterioso silenzio.
Una spinta nascosta la portava a dire a sé stessa:
Non posso essere altro che seguace della setta segreta delle stelle.
Quei punti luminosi la invitavano a sollevarsi verso una dimensione diversa da quella che conduce la quotidianità delle cose. Una dimensione dove non esistono cose, ma soltanto forti emozioni generate da quell’intimità che, di fronte a tale spettacolo, esce fuori come fosse un essere notturno che, dotato di particolari capacità visive e olfattive, approfitta del buio per dire:
Io ci sono. Io esisto. Io sono qua.
Vuole essere seguace della setta delle stelle, la setta dell’intimità profonda. Lo desidera così ardentemente che, eccola, schizzare via come una saetta: in un attimo è tra le stelle, che in quell’occasione erano tutte riunite perché importanti decisioni sulle cose della Terra dovevano essere prese.
Il Gran Maestro così interrogò le stelle:
— Cosa succede sulla Terra?
Le stelle, una ad una, cominciarono a sgranare un lungo elenco di misfatti, opera dell’uomo: dalle truffe agli omicidi e ai suicidi, dall’uso folle delle risorse naturali all’abbandono di luoghi un tempo floridi e lussureggianti, trasformati in deserti o, peggio ancora, in luoghi malsani; dallo sperpero di energie alla fame più nera che ancora condiziona una parte dell’umanità.
Parlarono dei crimini più efferati, parlarono di ogni male che l’uomo era capace di operare.
Il Gran Maestro chiese come fosse possibile tutto questo.
Le stelle lo illuminarono sull’esistenza di qualcosa che esercitava un potere sovrumano sulla mente dell’uomo. Questa cosa era la causa di tutti i mali, la cosa per la quale l’uomo era disposto a perdere la propria natura senza pensarci due volte.
Questa cosa era il denaro, venerato come un dio.
Il Gran Maestro era assorto nei suoi pensieri quando Maria, entrata in quella assemblea senza invito e senza meriti, cominciò a dire:
— Quello che Voi Stelle dite è vero. Però, sulla Terra, ci sono anche uomini che cercano la Libertà.
Le stelle tutte, che non si erano accorte dell’intrusa, guardarono Maria con occhi interrogativi. Storsero la faccia in una smorfia eloquente, come a dire:
Ma chi è questa? Cosa ci sta a fare tra noi?
Il Gran Maestro intuì il disagio e il risentimento delle stelle per quella presenza che osava contraddirle. Allora interpellò Maria e le chiese:
— Parlami di questa Libertà.
Maria, emozionata per l’onore che le veniva concesso in quella magnifica assemblea, prima balbettando e poi con maggiore sicurezza, cominciò:
— La Libertà è un desiderio innato nell’uomo, più forte persino del desiderio del denaro, perché è indipendenza da tutti quei condizionamenti che obbligano l’uomo a stare intrappolato tra fili che si intrecciano dentro il suo cuore, fili che lo costringono a vivere una realtà fittizia e vana.
Fece una breve pausa, poi continuò:
— Io sono potuta venire qui quando, allontanandomi dai fili, il mio desiderio di Libertà è diventato così grande da trasformarsi in realtà. Ed eccomi qua, a parlare con Voi. In ogni uomo esiste questo desiderio, solo che spesso l’uomo è talmente coperto dai fili da non riuscire più a vederlo. Crede di non averlo, crede che non ci sia.
Le stelle ascoltavano in silenzio.
— Perciò tenete conto di questo aspetto delle cose — proseguì Maria. — L’uomo può essere libero, ma non lo sa quando i fili diventano spessi e pesanti e lo ricoprono completamente. Egli è come un moscerino nella tela del ragno.
Le stelle tutte, in coro, risposero:
— È l’uomo stesso il ragno che tesse la ragnatela.
Il Gran Maestro, quasi divertito, voleva vedere come Maria avrebbe risposto a quella provocazione.
Maria continuò:
— Lo stavo giusto dicendo. Il desiderio della Libertà si scontra con la necessità di essere Schiavo. Sono come due soldati che si affrontano in battaglia e lottano per conquistare il potere sull’uomo. A volte vince la Schiavitù e allora l’uomo si trasforma in ragno; altre volte vince la Libertà e allora è un moscerino.
Maria alzò lo sguardo verso le stelle.
— Voi, che siete imparziali e splendete sia per il ragno sia per il moscerino, perché non decidete di dare il Vostro spettacolo soltanto al moscerino, togliendo la Vostra luce al ragno?
Le stelle, ancora una volta all’unisono, risposero:
— Non si può fare una cosa del genere.
Il Gran Maestro era sempre più incuriosito e divertito da quella particolare assemblea.
Maria, riprendendo il discorso, rispose:
— Se non si può fare questo, non si può nemmeno far pagare al moscerino la cupidigia del ragno. Perciò, quando vedete un moscerino come me che Vi raggiunge perché desidera unirsi a Voi, lontano dalle cose della Terra e da quel falso dio che governa i ragni, lasciatelo venire e siatene felici, senza storcere il naso e senza guardarlo con distacco.
Le stelle rimasero immobili.
— È vero che siete superiori, che state in alto — continuò Maria —, ma è pur vero che siete amate dagli uomini. Magari i ragni sono invidiosi della Vostra bellezza, una bellezza che non possono comprare con il loro denaro, e per questo si struggono. Ma per i moscerini siete uno spettacolo gratuito. Per loro che non possono permettersi di andare a teatro. Per loro che, nonostante tutto, possono sentire un desiderio di libertà così forte da riuscire a raggiungerVi.
Le stelle si zittirono.
In fondo, quello che diceva Maria era vero.
Quante volte avevano visto gli uomini perdersi nel buio della notte davanti alla loro Bellezza?
Quante volte si erano emozionate di fronte all’innocente amore di un moscerino per il loro splendore?
Quante volte avevano luccicato sentendo il battito accelerato di un cuore che godeva del piacere della loro visione, come se fosse accarezzato dalle mani di una dea: la Bellezza?
Erano state amate, ammirate, sognate. Erano state elogiate in versi, in prosa, nella pittura e nella musica.
La smorfia sui loro volti scomparve, lasciando spazio a un sorriso compiaciuto, misto a un pizzico di orgoglio.
Il Gran Maestro, notando quel pizzico di orgoglio mescolato a un certo egocentrismo, le rimproverò:
— Un po’ di contegno! Non siete né ragni né moscerini, ma una bellissima tela con cui catturare i cuori liberi e quelli che si vogliono liberare. Siate umilmente compiaciute.
Poi aggiunse:
— Ricordate anche che appartenete al cielo, che come una calda coperta avvolge la Terra.
Guardò verso l’orizzonte.
— Tra poco sarà giorno. È tempo di riposare.
Maria si congedò dai membri della setta e scese giù, tornando al luogo da cui era partita.
Le stelle cominciarono a smorzare la loro luce, soddisfatte della donna che le aveva raggiunte.
Intanto, i bagliori dell’alba cominciarono a tingere di scarlatto la volta del cielo.
Maria scese dalla roccia e si incamminò verso il mondo.
Non sapeva se sarebbe riuscita a cambiare qualcosa. Non sapeva se il suo desiderio di Libertà sarebbe stato abbastanza forte da non lasciarsi imprigionare di nuovo.
Sapeva soltanto che, da quel momento, ogni volta che avesse visto una ragnatela avrebbe cercato il filo che la teneva prigioniera.
E ogni volta che avesse incontrato un uomo che credeva di essere soltanto un ragno, gli avrebbe ricordato che, da qualche parte dentro di lui, esisteva ancora un moscerino capace di volare.
La serata degli Stravaganti era trascorsa, ma tutti rimasero per qualche istante fermi sulle sedie guardando verso il cielo.
L’alba aveva ormai cancellato quasi tutte le stelle, ma tutti continuavano a sentirle dentro di sé. Non erano più soltanto punti luminosi sospesi nell’immensità del cielo: erano diventate una voce, un invito, forse persino una responsabilità.
La Terra lentamente usciva dal buio.
Le case, le strade, gli alberi, i tetti, le montagne: tutto tornava ad assumere i contorni della quotidianità. Il mondo delle cose era di nuovo lì, davanti a tutti.
Eppure qualcosa era cambiato.
Tutti sapevano che, avrebbero ritrovato i ragni e le loro ragnatele, il denaro e il suo potere, l’avidità, la paura, l’indifferenza. Avrebbero ritrovato uomini che tessevano fili intorno ad altri uomini e uomini che, pur sentendosi liberi, continuavano a vivere dentro una tela che non riuscivano più a vedere.
Ma avrebbero incontrato anche dei moscerini.
Uomini capaci di fermarsi davanti a un cielo stellato.
Uomini capaci di commuoversi.
Uomini capaci di desiderare qualcosa che non si può comprare.
Uomini capaci, soprattutto, di dire no.
Tutti sorridevano.
Forse la Libertà non era una vittoria definitiva. Forse non era nemmeno un luogo nel quale arrivare una volta per tutte. Era piuttosto un movimento continuo dell’anima, un allontanarsi dai fili ogni volta che quei fili tornavano a stringersi.
Si voltarono verso il cielo.
Una sola stella era ancora visibile, pallida nella luce del mattino.
la guardarono e parve quasi di sentirne la voce:
— Ricordatevi del moscerino.
— E voi ricordatevi degli uomini.
La stella rimase lì, immobile, mentre il giorno cresceva.
Poi anche quella scomparve.
Dirigendosi verso casa, gli stravaganti pensarono che forse quella notte non erano stati loro a raggiungere le stelle.
Forse erano state le stelle a scendere fino a loro in quel marciapiede.
E forse la loro misteriosa setta non aveva bisogno di iscritti, né di regole, né di segreti.
Aveva bisogno soltanto di uomini disposti, almeno una volta nella vita, ad alzare gli occhi verso il cielo e a domandarsi se la tela nella quale vivevano fosse davvero necessaria.
Il sole stava sorgendo.
E per un istante, proprio nell’attimo in cui la notte si arrendeva al giorno, sembrò che il cielo intero sorridesse.
Immagine di copertina da CHAT GPT

Un racconto che fa riflettere!