Giorgio Fornaroli con Vannacci
L’appuntamento del 13 e 14 giugno all’Auditorium della Conciliazione di Roma rappresenta molto più di una semplice assemblea politica. Per Futuro Nazionale è il momento della verità, il passaggio dalla mobilitazione identitaria alla costruzione di una vera organizzazione, dal consenso raccolto attorno alla figura del Generale Roberto Vannacci alla difficile prova della strutturazione territoriale e della selezione di una classe dirigente.
La Costituente dovrà approvare indirizzi politici, definire i principali temi programmatici ed eleggere i cento membri dell’Assemblea Nazionale. Un passaggio inevitabile per un movimento che, nato come fenomeno di aggregazione spontanea, ambisce ora a occupare uno spazio stabile nel panorama del centrodestra italiano.
In questo percorso di crescita emerge con particolare evidenza il ruolo della provincia di Novara. Con ventuno delegati accreditati alla Costituente, il territorio novarese si presenta come una delle realtà più organizzate e rappresentative dell’intero movimento. Un risultato che non appare casuale, ma frutto di un lavoro capillare svolto negli ultimi mesi dai Comitati Costituenti locali come Giorgio Fornaroli, Alessandro Pasca, Raimondo Giuliano, ed altri.
Ma è soprattutto attorno alla figura di Giorgio Fornaroli che si sta cercando di costruire un nuovo soggetto politico capace di alterare gli attuali equilibri del centrodestra e di intercettare quella parte dell’elettorato conservatore che giudica ormai insufficienti le risposte offerte dai partiti tradizionali. Una scommessa politica tutt’altro che priva di rischi, fondata sulla convinzione che esista ancora uno spazio elettorale inesplorato alla destra della coalizione di governo. Eppure, almeno nel Novarese, questa strategia sembra aver trovato un terreno particolarmente fertile, come dimostra la presenza di una delle delegazioni più numerose e organizzate tra quelle che prenderanno parte alla Costituente di Roma.
Ma nella galassia vannacciana del Novarese, spicca anche la figura di Mauro Gigantino, che rappresenta forse l’esempio più evidente di un progetto che mescola ambizione politica e ricerca di nuovi spazi. Il suo passaggio da Fratelli d’Italia a Futuro Nazionale, dopo l’elezione nel Consiglio comunale di Novara, appare infatti meno il frutto di profonde divergenze ideologiche e più il tentativo di assumere un ruolo centrale in una realtà ancora tutta da costruire. Come affermato, sugli organi di stampa, dal coordinatore provinciale Daniele Andreatta, Gigantino: «Voleva il ruolo di assessore alla sicurezza. Il partito non riteneva sussisterne i ruoli qualificanti ed egli ha scelto di andarsene da FdI”. Quindi questo cambio di casacca potrebbe essere interpretato, dai futuri elettori, non come segnale di radicamento territoriale, ma come parte di una più ampia operazione di riposizionamento politico, come la ricerca di un ruolo di rilevo, nella quale le probabili aspirazioni personali rischiano di prevalere sulla novità del progetto.
Tuttavia, dietro l’entusiasmo della fase costituente, emergono anche alcune contraddizioni che meritano di essere osservate senza indulgenze.
Futuro Nazionale si presenta come il movimento della partecipazione e del ritorno alla politica dal basso, ma la sua struttura organizzativa resta fortemente centralizzata.
Le nomine dei coordinatori territoriali, almeno in questa fase iniziale, dipendono infatti dai vertici nazionali, mentre gli spazi di discussione interna risultano ancora limitati da un impianto fortemente verticistico.
Una dinamica che ricorda, paradossalmente, proprio quei partiti tradizionali che il movimento dichiara di voler superare. Anche il richiamo costante alla “destra autentica” appare destinato a confrontarsi con la realtà. Costruire un partito significa inevitabilmente gestire equilibri, mediazioni e compromessi.
È facile denunciare le logiche delle poltrone quando si è all’opposizione del sistema; molto più difficile è dimostrare di saperne fare a meno quando si comincia a distribuire incarichi, coordinamenti e candidature.
In questo senso la Costituente romana rappresenterà un banco di prova decisivo. Da una parte c’è l’ambizione di Vannacci di costruire una forza politica capace di influenzare gli equilibri nazionali; dall’altra la necessità di evitare che il movimento si trasformi nell’ennesimo contenitore personalistico nato attorno al carisma del proprio leader.
Il Novarese, intanto, si candida a svolgere un ruolo da protagonista. Non solo per i numeri della delegazione, ma perché proprio qui si sta sperimentando quel processo di fusione tra comitati e strutture territoriali che dovrebbe diventare il modello organizzativo del movimento. Dopo Roma, infatti, i vari comitati locali confluiranno in un’unica organizzazione provinciale chiamata a preparare la sfida delle amministrative e Comunali del 2027.
Resta da capire se questa crescita rappresenti davvero la nascita di una nuova forza politica oppure soltanto una fase di assestamento di personalità provenienti da altre esperienze partitiche.
La presenza di dirigenti e amministratori che hanno militato in precedenza in Fratelli d’Italia, Lega e altre formazioni del centrodestra alimenta inevitabilmente il dubbio che Futuro Nazionale sia, almeno in parte, un progetto costruito attraverso il travaso di classi dirigenti già esistenti.
Dando vita ad Operazione concordata all’interno della coalizione dove un soggetto politico più identitario e sovranista potrebbe intercettare elettori che considerano troppo moderata l’attuale maggioranza, mantenendoli però nell’area di governo.
In questo scenario, Futuro Nazionale svolgerebbe una funzione complementare rispetto a Lega e Fratelli d’Italia, contribuendo a erodere consensi a Forza Italia senza mettere in discussione la coalizione.
La risposta arriverà probabilmente proprio dalla Costituente di Roma. Se da quell’appuntamento emergeranno una visione politica chiara, una struttura realmente partecipata e una leadership capace di andare oltre la figura del Generale, allora Futuro Nazionale potrà aspirare a diventare qualcosa di più di un movimento identitario.
In caso contrario, il rischio è quello di restare confinato nell’eterna periferia della politica italiana, alimentando consenso e protesta senza mai trasformarli in reale capacità di governo.
Per ora una certezza c’è: mentre altrove si osserva con prudenza l’evoluzione del progetto vannacciano, il Novarese ha scelto di non restare alla finestra. Forte della propria tradizione politica, associativa e amministrativa, il territorio punta a far sentire la propria voce nei processi decisionali che potrebbero ridisegnare gli equilibri del centrodestra nazionale.
In questo contesto, Giorgio Fornaroli si propone come interprete delle istanze del territorio, con l’obiettivo di portare a Roma le esigenze e le aspettative di una provincia che rivendica un ruolo tutt’altro che marginale e che non intende subire scelte calate dall’alto, ma contribuire da protagonista alla definizione del futuro politico del Paese.
Piero Angelo de RUVO

Un articolo, quello di De Ruvo, pur schierato, che ha il merito di indicare sfide e contraddizioni. Mi pare che la più grande di tutti resti: cercare un accordo con il destro-centra a trazione meloniana per spostare l’asse verso approcci sovran-populisti oppure scommettere su un’ampia raccolta di consensi per sconfiggere gli attuali interpreti “conservator-dorotei” del fronte destro e, complice un’auspicabile riproporzionalizzazione, giocare alla costruzione di una destra-destra autonoma?
Come tutti i Movimenti all’esordio devono porsi un obiettivo.O,,come è successo in passato, alcuni sono nati esclusivamente per denare consensi, e favorire il campo avverso, oppure, valuato il consenso ricevuto e la situazione politica che si determinerà nel 2017, cercare di spostare l’asse del governo o premere per l’accettazione di tematiche ritenute irrinunciabili per consenite al movimento di far parte o appoggiare dall’esterno il governo.