Si terranno ad aprile, ma è già in atto la subdola ingerenza di Bruxelles che sostiene Magyar, il candidato anti-Orban
La prima tornata delle elezioni presidenziali in Portogallo non ha ricevuto approfondimenti di rilievo sui giornali italiani. Ma in Portogallo, paese afflitto dall’immigrazione incontrollata, in vista del ballottaggio dell’8 febbraio, sono in corso contatti e approfondimenti trai partiti di centro per far convergere il voto verso il candidato sovranista Andrè Ventura.
Archiviato per il momento il voto in Portogallo, ma in attesa dell’esito del ballottaggio, l’attenzione degli osservatori internazionali si concentrerà sul tassello più importate per disegnare un futuro europeo di libertà ed identità dei nostri popoli, ossia le prossime elezioni parlamentari di aprile in Ungheria.
Molti leaders di tutto il mondo si schierano con Orban, in carica ininterrottamente dal 2010, mentre la sinistra globalista e faziosa urla allo scandalo, mentre establishment e istituzioni europee sostengono illegittimamente le opposizioni ungheresi, ormai da tempo.
Nei giorni scorsi il presidente ungherese Tamás Sulyok ha fissato la data delle elezioni parlamentari per domenica 12 aprile 2026, quando si eleggeranno 199 membri del parlamento di Budapest.
Dal 3 febbraio, i partiti politici e le organizzazioni che intendono presentare candidature individuali o liste nazionali possono dichiarare formalmente la propria intenzione di candidarsi presso la Commissione Elettorale Nazionale.
La campagna elettorale ufficiale inizia il 21 febbraio mentre le liste dei partiti nazionali dovranno essere presentate entro il 7 marzo.
i candidati dei principali partiti sono già noti: il primo ministro Viktor Orbán guiderà la lista Fidesz, Péter Magyar guiderà il partito Tisza, László Toroczkai rappresenterà la destra di “Nostra Patria” (Mi Hazánk), Klára Dobrev guiderà la lista della “Coalizione democratica” delle sinistre e Dávid Nagy guiderà il “Partito ungherese del cane a due code” di animalisti e populisti.
L’accanimento sistematico che Bruxelles ha perpetrato contro Budapest, non solo da parte dell’establishment politico ma anche attraverso le Commissioni europee presiedute da Juncker (2014-2019) prima e poi dal 2019 dalla attuale Von der Leyen, è tristemente noto.
Ma c’è stato di peggio. Ne sanno qualcosa gli elettori Romeni privati della possibilità di esprimere un voto democratico quando venne arrestato su pressione dell’ambasciata francese, Călin Georgescu, candidato come indipendente alle elezioni presidenziali, che si era assicurato una sorprendente vittoria al primo turno di votazioni.
Tuttavia, a riprova della sfacciata volontà di interferire anche nel trasparente voto democratico ungherese da parte delle istituzioni europee e del loro establishment, lo scorso 15 gennaio la rivista liberal socialista Politico, pubblicando un’analisi approfondita delle prossime elezioni ungheresi, ha ripetuto le accuse più note: la stretta presa di Orbán sui media e sulle aziende statali, l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura e l’autoritarismo.
Chiarisce l’articolo che «l’establishment di Bruxelles prega per la vittoria di Péter Magyar», citando la leader liberal-progressista di Renew, Valérie Hayer, i socialisti ed il leader del Partito Popolare Europeo (PPE) Manfred Weber che ha «accolto rapidamente» il partito “Tisza” nella famiglia dei popolari per «fornire loro le risorse» per sconfiggere Orban. Oltre alla politica anche le istituzioni di Bruxelles hanno sempre più utilizzato il loro potere per indebolire il governo ungherese, ad esempio congelando i finanziamenti Ue post-Covid dovuti al Paese nel 2022, con perdite di miliardi di euro o con la conferma della procedura dell’articolo 7, che potrebbe comportare la perdita del diritto di voto dell’Ungheria nel processo decisionale dell’Ue e che dal 2024 comporta una sanzione giornaliera di 1 milione di euro per non aver rispettato le politiche migratorie dell’Ue. Comportamenti gravissimi che confermano il ruolo dispotico dell’UE.
Bruxelles in un recente passato aveva orientato i suoi strali contro il governo polacco guidato dal cattolico e conservatore Mateusz Morawiecki che portò nel 2023 alla nascita del governo attuale, guidato dall’”europeista” anticattolico Donald Tusk. Le prossime elezioni Ungheresi però vedranno Donald Trump in campo, forse già il prossimo 21 marzo, alla riunione dei conservatori europei (CPAC di Budapest), come anticipato in una lettera resa nota da Orbán.
A sostenere Orban e le sue politiche anche i leaders di conservatori, identitari e sovranisti europei da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, a Marine Le Pen, la tedesca Alice Weidel sino al ceco Babis, il polacco Morawiecki, l’austriaco Herbert Kickl, lo spagnolo Abascal, oltre ai presidenti dei paesi extraeuropei Milei dell’Argentina, Netanyahu di Israele ed il serbo Aleksandar Vučić.
In ogni caso il governo Orban continua a mantenere le promesse fatte, raddoppiando le detrazioni fiscali per un milione di famiglie e mezzo milione di madri che sono state esentate dall’imposta sul reddito personale a vita; confermando la crescita dei salari degli insegnanti e sostenendo l’installazione di pannelli solari nelle abitazioni private. Gli elettori che faranno?
Dai più corretti sondaggi risulterebbe una netta vittoria della coalizione di governo Fidesz-KDNP che otterrebbe un vantaggio schiacciante in parlamento con circa il 64% dei seggi parlamentari ed una maggioranza governativa stabile vicina ai due terzi. Il parlamento dovrebbe essere composto anche da molti deputati del partito “Tisza” e della destra sovranista di “Nostra Patria” (Mi Hazánk), con l’azzeramento delle sinistre, non ad opera del ‘cattivissimo’ Orban ma dal libero voto popolare.
Avremo modo di tornare in argomento.
