Avremo modo, con maggior distacco di analizzare la situazione che si è venuta a creare in Venezuela, già ampiamente trattata dai colleghi di Civico20News. Tralasciamo volutamente di citare le deliranti espressioni pronunciate da Landini e dalla sciarada di manifestazioni che evitando il suicidio politico di Fratoianni, continueranno a infastidire l’Italia che lavora, studia e produce. Così ai deliri anti TAV, PropPal, anti Meloni e quant’altro si aggiungerà il Venezuela per riportare, secondo i tribuni della sinistra italiana alla ricerca di un leader, un dittatore sanguinario al potere.
Assistiamo invece alla gioia manifestata pubblicamente dalle Comunità venezuelane sparse in Europa che potranno forse prevedere un ritorno in patria dei concittadini, da Persone libere. Da fonti certe apprendiamo che in Venezuela, plaudono all’intervento americano alcuni siti dei conservatori cattolici e gli opinionisti collegati, che citano Tommaso d’Aquino, come si esprime nel De Regno, libro I, capitolo 7, in cui peraltro sottolinea la necessità che sia un’autorità superiore a rimuovere un tiranno.
Nei giorni scorsi, il National Catholic Register, del gruppo conservatore EWTN, ha pubblicato un lungo articolo dell’ex-diplomatico Alberto M. Fernandez, che si chiedeva cosa potrebbero fare gli USA verso Venezuela, Cuba, Nicaragua, i tre principali regimi di sinistra e dittatoriali dell’America Latina, affermando, tra l’altro: ”Mi inchino davanti ai sapienti cattolici che mi dicono che Trump, un non cattolico, rischia di scatenare una guerra ingiusta, o che lo sta già facendo, nei Caraibi. Ma penso anche ai cattolici (e ai non cattolici) di Cuba, Venezuela e Nicaragua, che sopportano decenni di miseria e oppressione per mano di questi regimi ingiusti, di queste bande criminali al potere, condannati a un’esistenza miserabile, senza speranza, disarmati e sconvolti. Questi tiranni hanno affinato la loro malvagia capacità di usare la violenza, la propaganda e di manipolare i capricci del sistema internazionale per perpetuare il loro potere. Chi libererà il popolo da questa ingiustizia”?
Attendiamo, nell’evolversi degli eventi la risposta.
In Sud America, oltre alla dittatura Castrista, tutt’ora vigente, c’è un altro Paese, il Cile che nel 1973 ha potuto sperimentare cosa ha significato finire sotto il tallone di Salvador Allende, un pazzo comunista che stava per trasformare in un regime assolutista un Paese democratico.
Ne parliamo anche perché si è trattato di un evento che ha ossessionato per anni, se non per decenni, la sinistra in tutte le sue forme ed articolazioni, inclusa la lotta armata, condizionandone molte scelte (Berlinguer lo pose alla base della strategia del compromesso storico) e sul quale è stata costruita una narrazione epica e superficiale che non ha mai permesso di comprendere seriamente i fatti.
Proprio quello che è successo col golpe del Cile, figlio di gravi errori politici ma nell’immaginario collettivo della sinistra italiana vissuto unicamente come una ingiusta sconfitta nella lotta del bene marxista contro il male assoluto del “fascismo” e dell’imperialismo capitalista.
Eppure, le vicende cilene, oggi come ieri, avrebbero molto da insegnare alla sinistra.
Il mito che ci tramanda un Salvador Allende presidente eletto dalla maggioranza del popolo per formare un governo di unità popolare è piuttosto lontano dalla realtà. Alle elezioni presidenziali del 4 settembre 1970 Allende, candidato di una coalizione che comprendeva socialisti, comunisti, radicali e democratici cristiani dissidenti, aveva ottenuto 1.066.372 voti pari al 36,29%; Jorge Alessandri del Partito Nazionale, cioè la destra conservatrice, 1.050.863 voti pari al 35,76%; Radomiro Tomic del Partito Democratico Cristiano del Cile 821.350 voti pari al 27,95%.
Soltanto un accordo parlamentare con i democristiani di Tomic permise ad Allende di diventare presidente col voto del Congresso, non degli elettori, e la nomina fu ratificata solo dopo che ebbe firmato un apposito “Statuto di garanzie costituzionali” un documento che impegnava Allende al rispetto del pluralismo politico e delle garanzie costituzionali, in pratica a non trasformare il Cile in un regime comunista
Da quel momento il paese divenne la cavia del pericoloso esperimento politico denominato “via cilena al socialismo “, una miscela tossica di velleità, utopia, estremismo, castrismo, lotta di classe e vetero marxismo che in poco tempo getterà il paese nel caos spianando la strada alla dittatura.
Anche per governo di Allende, come per tutti i regimi e i movimenti comunisti, le migliori intenzioni a contatto con la realtà si sono trasformate in abbagli letali.
Giunto al potere Allende, istigato dalla componente più radicale della sua coalizione (bene impersonata dall’estremismo avventurista del segretario del partito socialista Carlos Altamirano) mette subito in atto i piani di trasformazione a tappe forzate del Cile in un repubblica socialista ispirata all’esempio della Cuba di Fidel Castro, con la quale ristabilisce subito i rapporti diplomatici (unico paese dell’OSA) e instaura relazioni preferenziali, suggellate verso la fine del 1971 da una visita di Stato di quattro settimane durante le quali Castro, accolto con tutti gli onori, visita il paese.
Allende cerca di stabilire, ma senza successo, un rapporto privilegiato anche con l’URSS di Breznev (che però ritiene che una sola Cuba sia più che sufficiente) e persino con la Corea del Nord dove va in missione, senza esito, Carlos Altamirano.
Il governo Allende tira diritto ed espropria senza indennizzo le partecipazioni straniere, quasi tutte americane, nelle miniere di rame (che erano già controllate dallo stato al 51%), nazionalizza le banche e le grandi imprese strategiche, vara una riforma agraria che espropria tutte le proprietà di più di ottanta ettari irrigati, aumenta i minimi salariali, attribuisce grandi poteri ai sindacati nelle imprese e nella pubblica amministrazione, riorganizza il sistema sanitario e quello educativo.
Nello stesso tempo vengono sospesi i pagamenti del debito estero e dei crediti da versare ai finanziatori stranieri il che provoca l’isolamento finanziario del Cile che non può più trovare credito sui mercati internazionali. A tutela degli interessi nazionali il presidente degli stati Uniti Richard Nixon, mobilità l’attenzione della CIA.
Gli effetti delle riforme di Unidad Popular hanno conseguenze disastrose sull’economia e sull’equilibrio sociale del Cile: la spesa pubblica aumenta dal 26% del 1970 al 31,1% dell’inizio 1972, il debito pubblico si dilata così come l’inflazione, che nel 1972 balza al 75,21% per poi esplodere al 311,11% del 1973; le esportazioni calano del 24% mentre le importazioni crescono del 26%, quelle di beni alimentari del 149%. La spirale della recessione diventa incontrollabile.
Il governo tenta di reagire calmierando i prezzi dei beni di prima necessità, che spariscono così dai negozi per finire al mercato nero, ed aumentando i salari, inutilmente perché gli aumenti vengono vanificati dal rialzo incontrollabile dei prezzi.
Il grave peggioramento delle condizioni di vita della popolazione innesca un’ondata continua di scioperi e proteste soprattutto del ceto medio: medici, insegnanti, gruppi studenteschi, piccoli imprenditori, commercianti, i sindacati dei professionisti oltre ai camionisti ed ai lavoratori dell’industria del rame.
Anche la Chiesa cattolica prende posizione contro il governo, così come la comunità italiana in Cile, smentendo il racconto truffaldino del PCI.
Unidad Popular risponde mobilitando i sindacati di sinistra ai quali ha consegnato il controllo delle fabbriche e dei lavoratori dell’agricoltura. Il confronto tra momios (termine dispregiativo per i conservatori) ed upelientos (termine dispregiativo per i sostenitori di Allende) si radicalizza e subisce un’escalation di violenza che presto diventa incontrollabile fino a degenerare in atti di terrorismo e guerriglia urbana.
Alla crisi sociale si somma ben presto quella politica: la Democrazia Cristiana, che aveva permesso la nomina di Allende e che con la sua astensione al Congresso forniva al governo il necessario appoggio parlamentare, rompe con Unidad Popular e si unisce all’opposizione.
Il governo di Allende resta così in minoranza al Congresso e le elezioni legislative del 4 marzo 1973 non cambiano la situazione: Unidad Popular raggiunge solo il 44,23% e 63 seggi contro il 55,49% e 87 seggi della Confederación Democrática, la coalizione di opposizione.
Il parlamento ostile accresce le già serie difficoltà di Allende e dei suoi che reagiscono mobilitando i propri sostenitori organizzati e forzando sia le procedure parlamentari che l’applicazione delle leggi, come tutti i regimi comunisti al potere.
La crisi politica degenera così rapidamente in una crisi istituzionale: nell’agosto 1973 la Corte Suprema denuncia pubblicamente l’incapacità del governo di fare rispettare la legge e il 22 la maggioranza della Camera dei Deputati si appella ai militari affinchè pongano ”fine immediata alle violazioni della Costituzione […] con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo nell’alveo del diritto ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni”.
Il governo Allende viene accusato di voler “conquistare il potere con l’ovvio scopo di assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politico ed economico da parte dello Stato […] per stabilire un sistema totalitario […] commettendo sistematiche “violazioni della Costituzione”.
La risposta di Allende è durissima: il 24 agosto 1973 si rivolge al Congresso accusandolo di promuovere un colpo di Stato e una guerra civile, di avere violato a sua volta una dozzina di articoli della costituzione e di usare l’espressione “stato di diritto” per riferirsi ad “una situazione che presuppone l’ingiustizia economica e sociale che il nostro popolo ha rigettato.” rivolgendosi “ai lavoratori, a tutti i democratici e i patrioti” perché si unissero a lui nella difesa della costituzione e del “processo rivoluzionario”. Il governo, oramai ostaggio della sua componente più estremista intensifica lo scontro e il Cile piomba nel caos.
Secondo Patricio Aylwin primo presidente eletto democraticamente dopo la fine della dittatura, “il governo di Allende aveva esaurito, con un totale fallimento, la via cilena verso il socialismo e si apprestava a consumare un autogolpe per instaurare con la forza la dittatura comunista. Il Cile visse sull’orlo del “Golpe di Praga” che sarebbe stato tremendamente sanguinoso, e le Forze Armate non fecero altro che anticipare quel rischio imminente”.
Il 9 settembre Carlos Altamirano in un comizio con Miguel Enríquez, capo del MIR (Movimiento de la Isquierda Revolucionaria, organizzazione incline alla lotta armata ma che fiancheggia il governo) e Oscar Garretón del MAPU (Movimiento de Acción Popular Unitaria, un altro partito di estrema sinistra) accusa la Marina di preparare il golpe ed incita le masse popolari a prendere le armi per difendere la Revolución Chilena perchè “il conflitto armato sarà inevitabile”.
L’11 settembre 1973, solo due giorni dopo, i fatti gli daranno tragicamente ragione.
Il 29 giugno l’esercito stesso aveva sventato il Tanquetazo del colonnello Roberto Souper, che aveva circondato con un reggimento di carri armati il Palazzo della Moneda. Stavolta, però, il Generale Augusto Pinochet Ugarte, nuovo comandante delle forze armate nominato pochi giorni prima dallo stesso Allende, fa sul serio.
Sappiamo come è finita: la Moneda bombardata e in fiamme, Allende assediato che riscatta i suoi gravi errori politici con una fine tragica, armi in pugno, nobilitando la sua figura di militante ed entrando per sempre nel Pantheon degli eroi della sinistra: “Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo” dice il presidente sotto il fuoco dei golpisti nel suo ultimo messaggio radiofonico trasmesso alle 8.45, poco prima di suicidarsi, da vigliacco, con l’AK 47 regalatogli da Fidel Castro.
Poi, a differenza di quel che sta succedendo in Venezuela, si instaura la dittatura militare, con la durissima repressione con 3.000 fra morti e desaparecidos e circa 30.000 persone torturate secondo le stime del Rapporto Rettig, l’inchiesta ufficiale condotta dopo il ritorno alla democrazia.
Anche gli oppositori di Allende, però, favorevoli all’intervento dei militari hanno sbagliato i conti: contrariamente a quanto speravano e a quanto era sempre avvenuto in Cile, Pinochet non si limita a ristabilire l’ordine, ma resta in carica per ben 17 anni.
La dittatura finirà di fatto nel 1988 quando, dopo avere promulgato una nuova Costituzione, viene sconfitto nel plebiscito da lui stesso promosso per essere confermato alla presidenza (55,99% dei voti contro il 44,01%).
A norma della Costituzione vengono quindi convocate le prime elezioni libere dal 1973 che nel novembre 1989 portano alla presidenza Patricio Aylwin, sostenuto da una coalizione di centro sinistra.
E’ evidente che le vicende del golpe cileno appartengono ad un’altra epoca e ad un altro mondo, lontanissimi da quelli di oggi.
Quali sono state le ricadute e i rischi che ha corso l’Italia dopo la caduta di Allende?
Fra il settembre e l’ottobre del 1973, Berlinguer propone la sua analisi della società moderna partendo dal colpo di Stato in Cile, che ha mostrato a cosa può andare incontro una democrazia fragile. Così scrive il 12 ottobre del 1973: “la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.
Lo spiega chiaramente: l’Italia è una democrazia debole che ha bisogno di un’alternativa condivisa e costruita dai grandi partiti di massa. Il grande successo elettorale, ottenuto dai comunisti italiani alle elezioni del 1975 e del 1976, conferma l’intuizione di Berlinguer e sconvolge il sistema politico, ormai da anni afflitto da un’endemica instabilità e bloccato dalla Dc che è al centro dei governi e delle maggioranze parlamentari. I tempi sembrano maturi per un cambiamento radicale della politica italiana.
Con il compromesso storico e l’eurocomunismo, Berlinguer porta il Pci, dopo le elezioni del 1976, al primo governo della solidarietà nazionale. Si tratta di un monocolore democristiano che si regge sulla “non sfiducia”, cioè sull’astensione dei vecchi partner di governo ai quali si aggiungono i comunisti.
A sinistra, molti sottolineano che non è questa la ratio del compromesso storico e che il Pci non riuscirà ad ottenere ciò che ha chiesto ai democristiani in cambio della non sfiducia. E, infatti, le elezioni del 1977 non lo premiano. Nel gennaio 1978 Berlinguer incontra Aldo Moro, il leader democristiano con cui ha costruito il governo della solidarietà nazionale e gli chiede di agevolare l’entrata dei comunisti al governo.
Ad opporsi sono però in molti: la destra democristiana, il Vaticano, gli americani, la destra italiana. E intanto nel paese il terrorismo miete le sue vittime; due mesi dopo le BR rapiscono e uccidono Moro.
È la fine della solidarietà nazionale e del progetto di Berlinguer. Nel 1981, in un’intervista ad Eugenio Scalfari, Berlinguer accusa la classe politica italiana di corruzione, sollevando la cosiddetta questione morale. Denuncia l’occupazione da parte dei partiti, ma tace del suo, delle strutture dello Stato, delle istituzioni, dei centri di cultura, delle Università, della Rai, e sottolinea il rischio che la rabbia dei cittadini si trasformi in rifiuto della politica.
Parole profetiche o la precisa indicazione di una linea politica di azione?
Per la cronaca, l’11 giugno del 1984 a Padova, mentre conclude la campagna elettorale per le elezioni europee, Enrico Berlinguer viene colpito da un ictus e muore.
Sul piano politico il compromesso storico appartiene ad un passato sepolto per sempre, anche se ha lasciato impronte ancora radicate, nell’affermarsi delle correnti politiche all’interno della magistratura, nell’ordinamento scolastico e nello strapotere dei sindacati.
