Il Governo ha già fissato le date nelle quali andremo alle urne per esprimere il nostro voto sul referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia che si terrà i prossimi 22 e 23 marzo. Per votare in modo responsabile e non lasciarsi confondere dalla marea di parole che inonderanno giornali e tv, è opportuno che sin da ora gli italiani sappiano sul perché andranno a votare.
Il provvedimento voluto dal Guardasigilli, Carlo Nordio, è stato approvato nel corso dello scorso anno solare al termine di quattro complessive letture parlamentari (due alla Camera e due al Senato) e, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei componenti delle Aule ma non quella dei due terzi, avrà bisogno dell’ultima consultazione popolare prima del via libero definitivo. Non sarà necessario il raggiungimento di alcun tipo di quorum: se il Sì conquista un voto più rispetto al No, il ddl troverà la sua piena efficacia mentre, in caso contrario, tutto resterà invariato. Come se non fosse successo nulla.
Ma di che cosa si tratta nello specifico?
Il fulcro del cambiamento del disegno di legge costituzionale sulla giustizia riguarda articolo 104 della Costituzione che, fino ad adesso, recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. A questa dicitura ora si aggiungerebbe la seguente frase: “Essa è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente“. Giudici e pubblici ministeri, quindi, caratterizzeranno la nuova magistratura, tramite due carriere diversificate. Da questa modifica costituzionale conseguirà, con legge ordinaria, la previsione di due concorsi distinti: uno per ciascuna delle due funzioni. In sintesi, una futura aspirante toga dovrà scegliere necessariamente dall’inizio se ambire al ruolo di requirente o a quello di giudicante.
Le corrispondenti leggi attuative dovranno essere varate entro un anno dall’entrata in vigore ufficiale della riforma Nordio. Questa rivoluzione fa seguito a un precedente aggiustamento avvenuto circa quattro anni fa. La riforma Cartabia, approvata definitivamente nel 2022, già imponeva un’iniziale stretta.
Difatti, durante il governo Draghi, si prevedeva che il passaggio da una carriera all’altra fosse possibile una sola volta entro dieci anni dalla prima assegnazione. Secondo gli ultimi dati disponibili, i passaggi riguardano all’incirca una ventina di magistrati sui 9.500 in servizio.
Con la riforma del centrodestra si esclude ogni ripensamento: chi nasce pm resta pm, chi nasce giudice rimane giudice.
Cambia tutto anche nella parte relativa al Csm, che si sdoppierà proprio per effetto della separazione delle carriere: un Consiglio Superiore legato alla magistratura giudicante, mentre l’altro avrà a che vedere con quella requirente.
La riforma Nordio prevede per entrambi che siano “presieduti dal Presidente della Repubblica“, come l’attuale Csm unico.
I membri di diritto saranno, rispettivamente il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione. La novità fondamentale, tuttavia, consiste nella nuova modalità di individuazione dei componenti degli organi di autogoverno delle toghe.
I nuovi membri non saranno più eletti, bensì estratti a sorte: i membri laici – un terzo – da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune, i membri togati tra tutti i magistrati, giudicanti e requirenti, che avranno i requisiti che stabilirà una legge ordinaria successiva.
Il mandato durerà quattro anni e i componenti uscenti non parteciperanno più alla procedura di sorteggio successiva.
I due Csm, privi di ogni gioco di correnti, perdono i poteri disciplinari (fino a oggi assegnati a una sezione speciale) e conservano invece le competenze su assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni.
Non è da meno l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. A questo organismo sarà affidata la giurisdizione (per l’appunto) disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari, che fino ad adesso era competenza di una sezione del Csm.
Qua viene previsto che siedano 15 membri: 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica, 3 verranno estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune, 6 saranno sorteggiati tra i magistrati giudicanti in possesso di specifici requisiti – come vent’anni di attività e l’esperienza in Cassazione – e 3 saranno prelevati, sempre per fatalità, tra i magistrati requirenti in possesso dei medesimi specifici requisiti.
La maggioranza sarà composta quindi da togati; tuttavia, il presidente verrà eletto tra i membri laici. Una legge ordinaria disciplinerà gli illeciti disciplinari, le sanzioni, la composizione dei collegi, il procedimento e il funzionamento dell’Alta Corte.
La separazione delle carriere in magistratura rappresentava un punto qualificante del programma del PD in anni lontani, divenuto poi un cavallo di battaglia di Silvio Belusconi. In quest’occasione si sta invece politicizzando il voto. La sinistra, smentendo sé stessa di arrocca sul No, anche se un gruppo di qualificati esponenti del PD, rivendica il diritto di votare sì.
Avremo modo di entrare con maggiori particolari su queste diatribe.
Intanto i promotori dell’iniziativa popolare contro la riforma Nordio hanno depositato un ricorso urgente al Tar del Lazio, chiedendo la sospensione in via cautelare del provvedimento. Respinto il ricorso del fronte del No sulla data del referendum, Il Tar del Lazio ha deciso che non c’è bisogno di più tempo e si voterà il 22 e 23 marzo, come stabilito dal governo, sulla riforma costituzionale.
I fautori del NO si stanno ingegnando con mezzi e cavilli per svilire l’istituto referendario e bloccare una riforma di cui si sente un gran bisogno. Mezzucci della politica politicante.
La campagna referendaria ha dunque più di due mesi di tempo e si entra nel vivo del confronto tra sostenitori e avversari della nuova legge che introduce la separazione delle carriere.
