Il 24 giugno scorso il Presidente Mattarella ha commemorato nell’aula di Montecitorio l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, anniversario fatto coincidere con la prima seduta dell’Assemblea costituente.
Il discorso è stato caratterizzato da una certa austera solennità e ha cercato di evitare la pesante e manieristica retorica che di solito affligge queste commemorazioni, e di questo va dato atto al Presidente e a chi, ovviamente, negli uffici quirinalizi gli ha steso il testo-base. Giusto e benvenuto quindi l’applauso finale dei deputati.
Molte affermazioni del discorso sono senz’altro condivisibili, anche se sottilmente e inevitabilmente affette da quell’ “ideologia pubblica italiana” a cui le istituzioni non possono sottrarsi nelle occasioni ufficiali.
Va detto che Mattarella ha voluto benevolmente risparmiarci l’opinabilissimo e ormai insopportabile luogo comune della “Costituzione antifascista nata dalla Resistenza” che sempre viene riproposto ed esaltato in questo tipo di occasioni. Non che l’idea fosse del tutto assente nel suo discorso, ma si è trattato di un sottotraccia non esibito, discreto e tutto sommato tollerabile. Molto differente dall’invadenza e dalla rimbombante esibizione che quest’idea assume nei discorsi di una certa parte politica la quale – come ben evidenziato da Antonio Polito nel libro recensito su queste pagine qualche settimana fa (La Costituzione non è di sinistra. Berlusconi editore, 2026) – tende ad appropriarsi manu militari di qualsiasi discorso pubblico piegandolo alla sua visione politica.
Questo vuol dire che il discorso presidenziale è esente da pecche e inesattezze? Proprio no: ci sono le une e le altre, ma soprattutto pesano alcune omissioni significative. Vediamo qualche esempio.
Parlando del prezzo pagato dagli italiani per riconquistare la libertà, Mattarella dice: “Lo pagarono i partigiani, le popolazioni sottoposte alle vessazioni naziste e della Repubblica di Salò, i militari lasciati allo sbaraglio e poi partecipi dello sforzo di ridare onore alla Patria con il Corpo Italiano di Liberazione, e con gli oltre 600.000 militari internati in Germania (…) Lo pagarono gli italiani di origine ebraica avviati ai campi di sterminio, e quelli che nella Brigata Ebraica e nelle formazioni partigiane parteciparono alla Liberazione dell’Italia”.
Dimenticato qualcuno? Ad esempio, gli oltre 300.000 fra morti, feriti, prigionieri alleati a cui si deve realmente la Liberazione del nostro paese? È vero: non erano italiani, ma combatterono per noi e per una patria che non era neppure la loro. Non basta per includerli nel conto triste delle sofferenze?
Una seconda insignificante dimenticanza fra chi pagò duramente gli errori della guerra e la ricerca di libertà: i connazionali dell’Italia dell’est i cui persecutori non furono nazifascisti ma aguzzini di ben diversa estrazione politica. Quei cittadini italiani, morti, perseguitati e costretti alla fuga dalle loro case non varrebbe la pena di citarli? Non hanno contribuito anche loro, negli anni seguenti il loro esodo, a costruire l’Italia del dopoguerra? E a cui, per di più, non fu neppure consentito di votare quel lontano 2 giugno 1946.
Mattarella, nel discorso, li cita solo per quest’ultima circostanza, ma noi tutti sappiamo che non poterono votare coloro che prima della chiusura delle liste elettorali si trovavano ancora al di fuori del territorio nazionale, nei campi di prigionia o di internamento all’estero, né appunto, con qualche eccezione, i cittadini dei territori delle province di Bolzano (complessivamente 300.000 abitanti), Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Zara (in totale 1.325.000 abitanti), in quanto oggetto di contesa internazionale e ancora soggette ai governi militari alleato o jugoslavo.
Furono inoltre esclusi coloro che erano rientrati in Italia fra la data di chiusura delle liste, nell’aprile 1946, e le votazioni.
Ancora Mattarella: “Nelle giornate del 2 e 3 giugno 1946 con il voto si sarebbe consumata la fine della breve monarchia dei Savoia Re d’Italia”. Breve monarchia dei Savoia? Dal 1861 al 1946 pare corrano ben ottantacinque anni; non tanto breve, dunque, ma lasciamo correre.
Un altro punto assai discutibile, per omissione. del discorso presidenziale a nostro avviso è questo: “Nel concludere i lavori, il presidente dell’Assemblea, Umberto Terracini, lanciò un messaggio di pacificazione agli Italiani (…) Al suo primo sorgere, la repubblica volle stendere le sue mani indulgenti e volgere il suo sguardo benigno e sereno verso tanti che, pur non avevano esitato a straziare la Patria italiana, ad allearsi con i suoi nemici, a colpirne i figli più eroici”.
Certamente vero, soprattutto se si considera il provvedimento di amnistia voluto da Togliatti nel giugno 1946; ma fu vera pacificazione? Il Presidente sembra dimenticare che, dall’aprile 1945 fino al 1948, e sicuramente anche oltre, l’Italia, soprattutto quella settentrionale, fu insanguinata da una vasta serie di assassinii, vendette, regolamenti di conti perpetrati dai partigiani comunisti.
Lo storico Hans Woller calcola che tra il 1943 e il 1946 abbiano perso la vita tra le 10.000 e le 12.000 persone per “regolamento di conti” (I conti con il fascismo. Il Mulino, 1997) a cui vanno aggiunti altri numeri del massacro continuato dopo la fine della guerra, in tempo di pace, e di cui rese conto l’ormai volutamente dimenticato Giampaolo Pansa.
Fatti e cifre su cui ci si ostina ancor oggi a tacere per non offuscare l’immagine di una Resistenza tutta eroica, nobile, cristallina. Se veramente la Costituzione, come si dice a sinistra, è nata dalla Resistenza, speriamo che non sia nata anche da “quella” resistenza. E speriamo che, nel 2036, quando si celebreranno i novant’anni della Repubblica, il presidente di allora vorrà dedicare un pensiero a quelle migliaia di “morti cancellati” che hanno avvelenato la sua nascita.
Ma ci sono ancora altre obiezioni al testo presidenziale.
Una, particolarmente, segnata dalla matrice politica da cui proviene Mattarella e fondata su un imperdonabile errore storico, consistente nel riconoscere tre sole culture politiche alla base della Carta costituzionale: cattolicesimo, socialismo, comunismo. Il Presidente parla infatti dell’incontro compromissorio fra “i principali protagonisti, allora la Democrazia Cristiana, il Partito socialista, il Partito comunista”. Sa Mattarella che esisteva anche la cultura laica e liberale?
Gran parte dei principi contenuti nella nostra Carta costituzionale provengono proprio da quell’area culturale che, fra il XVII e il XX secolo, ha creato e modellato la spina dorsale dell’Occidente: libertà civili, libertà economiche, stato di diritto, stato costituzionale, checks and balances, diritto internazionale, laicità intellettuale e politica. Pare di capire che invece, secondo Mattarella, quella cultura fosse proprietà “della vecchia classe dirigente monarchica, che spingeva per il ripristino puro e semplice della democrazia liberale pre-fascista”.
Che a questo retaggio, per noi nobilissimo, si possano poi aggiungere il personalismo cristiano e l’umanitarismo socialista (avremmo molti dubbi sullo statalismo comunista) è sicuramente giusto, ma non bisogna dimenticare che la visione liberale è prioritaria e concettualmente anteriore a ogni successiva introduzione di un ulteriore e diverso orizzonte di diritti e valori nelle carte costituzionali.
Il confronto fra Vittorio Emanuele Orlando e Costantino Mortati, cui accenna Mattarella, parte proprio da qui. Sarebbe interessante riprendere il dibattito fra i sostenitori di una costituzione “di principi” o “di programma” (a cui erano peraltro contrari sia Meuccio Ruini sia lo stesso Togliatti, oltre che Piero Calamandrei e Aldo Bozzi) e quelli che invece proponevano una costituzione semplicemente normativa, ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Per oggi accontentiamoci di rilevare come Repubblica e Costituzione siano patrimoni a cui riservare tutta la nostra attenzione, la nostra cura e anche il nostro affetto nella misura in cui però i sentimenti non prevalgano sulla razionalità di una costruzione giuridica necessariamente al servizio di tutti, e quindi non ripiegabile su interessi di parte o anche solo su visioni ideologiche ed emotive rivestite di buone intenzioni.
Bene certamente i discorsi commemorativi, purché evitino questi difetti e queste distorsioni, e soprattutto non si dimentichino di troppi dettagli scomodi e indesiderati.
