Russomania e russofobia nella propaganda occidentale
Che l’Occidente sia sempre stato diffidente e ostile verso la Russia (anche nella versione Unione Sovietica) è noto a tutti. La Russia, agli occhi occidentali, appare come qualcosa di immenso, di primitivo, di inconoscibile e quindi pericoloso, come tutte le cose sconosciute. Ancora oggi la Federazione Russa ha forti connotazioni sovietiche per molti di noi, e quindi non può che essere un Paese illiberale, autoritario, aggressivo.
Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 questa sensazione si è fortemente accentuata e, quando si parla di Russia, bisogna sempre usare i termini “aggressore”, “aggressione”, come se la drammatica storia dei rapporti russo-ucraino-occidentali fosse iniziata nel febbraio di quell’anno.
L’idea che l’Operazione Militare Speciale abbia una spiegazione, e forse anche una qualche giustificazione, nella continua e aggressiva espansione della NATO verso le frontiere russe non viene neppure presa in considerazione, se non da qualche isolato studioso e da qualche isolata testata giornalistica controcorrente. La narrazione ufficiale, propagandata ossessivamente, è che quella guerra sia stata determinata da un’aggressiva volontà espansionistica del Cremlino, volontà che prima o poi riguarderà anche l’Europa occidentale.
L’antica paura dei cosacchi in Piazza San Pietro, o addirittura sul lungomare di Lisbona, continua a turbare i sonni degli europei, non tanto perché si tratti di qualcosa di reale, ma perché quella paura è quotidianamente creata e alimentata dai mezzi di comunicazione occidentali la cui deriva bellicista ha ormai assunto il carattere dell’isteria.
La Von der Leyen, Macron, Starmer, Merz e soprattutto i capi di stato dei paesi baltici hanno abbandonato ogni freno verbale e ogni giorno allertano i popoli d’Europa contro una Russia pronta all’attacco e all’invasione.
Ad essi si aggiunge, nel suo piccolo, Volodomyr Zelensky che cerca ogni pretesto per allargare il conflitto ai paesi NATO, trascinandoli nella sua disastrosa resistenza contro l’esercito russo che avanza inarrestabilmente sul suolo ucraino, e pateticamente sogna di riconquistare le terre perdute; cosa forse lontanamente ipotizzabile solo con un massiccio intervento di truppe occidentali in suo aiuto, evento assai improbabile in quanto scatenerebbe un conflitto mondiale.
Ma la pericolosità di Zelensky non sta solo nella sua frenesia di trascinare altre nazioni nella propria guerra ma anche in una ipotesi recentemente avanzata da alcuni analisti militari: un’operazione false flag di notevoli proporzioni orchestrata con i servizi segreti occidentali da attribuire falsamente alla Russia e provocare così una micidiale escalation del conflitto, cosa che sembra sempre più desiderata e auspicata anche dai tanti “volonterosi” d’Europa.
D’altra parte, il presidente ucraino e suoi alleati hanno costruito in questi ultimi tempi una tal quantità di presunti sconfinamenti nei cieli della NATO di droni, aerei, e altre macchine volanti -sempre imputati alla Russia, ma poi scoperti di ben diversa origine- da elevare la temperatura del confronto a livelli mai visti, fino all’esortazione della nota Baronessa tedesca ad abbattere i jet russi che eventualmente sconfinassero, ipotesi assolutamente folle di cui la presidente UE sembra non vedere le possibili conseguenze.
Quello che sconvolge in tutta questa sceneggiatura bellica è l’assoluta leggerezza e irresponsabilità con cui sia i protagonisti sia le comparse pronunciano la parola “guerra” e ogni giorno la ipotizzano con toni allarmistici e fatalisti. L’impressione è che dietro questa recitazione quotidiana, ripresa ed esaltata da giornali e televisioni, ci sia un’orchestrazione ben definita.
È impossibile che l’inconsistente minaccia russa a cui nessuno crede veramente (qualcuno ci fornisca un motivo credibile per cui Putin, l’unico realmente lucido in questo ambiente di disturbati mentali, voglia aggredire l’Europa e la NATO, con tutti i suoi eserciti) sia un frutto spontaneo e realistico dell’informazione occidentale: è assai più probabile che tutta questa bizzarra costruzione mediatica sia invece concepita e prodotta da un ben coordinato progetto informativo.
Sappiamo molto bene che i proprietari dei mezzi di comunicazione, quelli veri, sono perfettamente in grado di elaborare paure, ansie, mostri immaginari, da imporre all’opinione pubblica mondiale allo scopo di far accettare scelte politiche ed economiche altrimenti improponibili alle persone ragionevoli. L’idea di una guerra mondiale, ripugnante a qualunque persona razionale, viene pian piano insinuata nelle menti come del tutto possibile, anzi perfino necessaria se si deve fronteggiare un nemico insidioso come Putin.
Avete notato come la logica del confronto con la Russia non preveda mai (con la parziale eccezione di Donald Trump) l’ipotesi di una trattativa, di un negoziato, di una qualche forma di ragionevole convivenza?
Il linguaggio dei governanti europei è sempre e solo improntato alla più intollerante aggressività: solo contrapposizioni, minacce, avvertimenti, toni guerreschi; sembra che la parola “collaborazione” sia scomparsa, perché -dicono- la Russia è cattiva, inaffidabile, intrattabile, affetta da delirio di potenza e di conquista. Qualcuno dirà che Putin, nelle sale del Cremlino, gioca col mappamondo come Charlie Chaplin nel famoso film del 1940.
Una domanda però sorge spontanea. Se la minaccia russa non è credibile, allora qual è la vera ragione della grande scenografia bellicista messa su dall’Occidente?
Un’ipotesi si sta facendo strada fra le persone più avvedute e i mezzi di comunicazione non del tutto asserviti alla fantasiosa narrazione dominante: il capitalismo cade periodicamente nelle sue crisi economiche, e pertanto ha bisogno di potenti aiuti da parte degli stati, aiuti che si traducono in una spesa pubblica che, inevitabilmente, va a favore di determinati soggetti i quali -a fronte di ipotetici benefici per la crescita collettiva- traggono invece benefici certi e concreti per se stessi.
È abbastanza semplice individuare nel complesso militare-industriale dei vari paesi questi beneficiari. Siccome i grandi fondi finanziari mondiali sono contemporaneamente azionisti delle industrie belliche e dei mezzi di comunicazione, non è strano pensare che essi facciano convergere i loro interessi creando un’opportuna informazione a livello sovranazionale. La riconversione dell’industria meccanica in industria bellica in fondo è una discreta soluzione per la crisi nera di quel settore, specialmente in Germania, la nazione più assatanata di guerra.
Come per la presunta emergenza ambientale e climatica e per quella pandemica, anche per la crisi geopolitica attuale, con la conseguente volontà di riarmo, vale la stessa logica: creare una paura diffusa e apparentemente credibile per poi convogliare un’imponente spesa pubblica verso chi sembrerebbe offrire le soluzioni del problema.
Se poi, a causa di tutto ciò, muore qualcuno -o più di qualcuno- che sarà mai?
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