Il cammino del nuovo “gruppo di Visegrad”
L’Unione europea (UE) è un’Unione economica e politica, unica nel suo genere, tra 27 paesi che coprono buona parte del continente europeo. L’UE è stata creata il 25 marzo 1957, con la firma del Trattato di Roma, dapprima composta da 6, poi 9 e 12 Paesi. In tempi diversi Charles De Gaulle e Papa Giovanni Paolo II auspicavano un’Europa politica che si estendesse dall’Atlantico agli Urali, anche se allora il muro di Berlino e il dominio dell’Unione Sovietica sin alla costa est dell’Adriatico, rendevano impossibile quest’estensione. L’obiettivo auspicato era quello di promuovere innanzitutto una maggiore cooperazione economica tra gli Stati membri, partendo dal principio che il commercio produce un’interdipendenza tra i paesi riducendo quindi i rischi di conflitti.
Oggi l’Europa, dopo la caduta del muro di Berlino e l’acquisita indipedenza dei paesi dell’Est, è composta da 32 Paesi membri e cioè Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi-Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.
Quella che era nata come un’Unione puramente economica è diventata col tempo un’organizzazione in tutta una serie di settori che vanno dal clima all’ambiente, alla salute, alle relazioni esterne e alla sicurezza, alla giustizia e all’immigrazione. Per riflettere questo cambiamento, nel 1993 il nome di Comunità economica europea (CEE) è stato sostituito da Unione europea (UE).
Purtroppo, l’inattuata integrazione degli Organi Istituzionali, a partire dal Parlamento europeo che incide minimamente sui diktat della Commissione, e la mancanza di una leadership autorevole, continuano a produrre risultati nefasti, ben lontani dalle intenzioni dei fondatori dell’Europa politica.
La burocrazia esasperata e il distacco abissale dalla realtà economica e sociale di Paesi con sensibilità differenti, hanno prodotto una legislazione meramente teorica con intrecci opachi con gli interessi delle multinazionali di oltre oceano in campo ambientale, ecologico e militare.
Ciò mentre i maggiori Paesi europei anche a seguito a crisi settoriali vedevano depotenziata la presenza di settori trainanti come quello automobilistico, osteggiato da politiche ecologiche costose e assurde. Analogo disastro ha investito settori portanti come l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. L’economia e le abitudini vitali degli italiani sono state colpite maggiormente e il sentimento comune avverso alle imposizioni dell’UE è in costante aumento.
Se torniamo indietro nel tempo, con il sopraggiungere delle ondate migratorie, quando in Italia il genuflesso Romano Prodi era presidente del consiglio, l’UE non concepiva l’attuazione di politiche di contrasto all’immigrazione clandestina. Così l’Italia senza interventi legislativi da parte dellEuropa fu costretta a subire ondate migratorie, dietro a modesti contributi economici.
I Paesi forti del Nord Europa, Francia e Germania, non avvertivano il problema migratorio, abbandonando l’Italia a gestire l’emergenza.
Negli anni sorsi la debole e opaca presidenza di Ursula von der Leyen non è stata in grado di mediare efficacemente tra Russia e Ucraina per la composizione del conflitto. Anzi ha adottato una politica insensata di sanzioni verso Mosca che hanno solamente indebolito l’economia dei Paesi membri, facendo schizzare i costi energetici e compromettendo i bilanci nazionali. I Paesi che confinano con la Russia, negli scorsi anni avevano intrecciato validi e proficui accordi economici con Mosca, ma sono stati penalizzati dalle successive scelte dell’UE e oggi si sentono minacciati da possibili reazioni russe di fonte agli inasprimenti di Bruxelles. Così l’elettore in maniera plebiscitaria o maggioritaria ha reagito optando per governi identitari e di difesa della nazione.
Ovviamente dove si è riusciti, mente in Romania il tentativo è stato brutalmente mutilato dall’intervento della Francia su magistratura e organi statali, snaturando le scelte elettorali.
Orban è il leader dell’Ungheria che, pur incorrendo negli strali di Bruxelles è diventato il punto di riferimento dei nazionalisti di altri Paesi. La recente visita di Orban a Roma, acutamente descritta nei presupposti e finalità su Civico20News dal Vicedirettore editoriale Elia Rovera, mette in evidenza i punti saliente della tela che Orban sta silenziosamente tessendo.
Costruire un nuovo “gruppo di Visegrad” all’interno dell’Unione Europea, dando vita ad un’alleanza in grado di incidere sensibilmente sulle scelte comuni il nuovo “gruppo di Visegrad tarie, in particolare dando forza a posizioni critiche sulla linea adottata dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Questo l’obiettivo perseguito attualmente dalla diplomazia ungherese, come rivela in un’intervista rilasciato al portale d’informazione statunitense Politico Balazs Orban, il consigliere politico del primo ministro ungherese Viktor Orban.
Un percorso politico, quello disegnato a Budapest, che si è rafforzato all’indomani della vittoria di Andrej Babis alle elezioni politiche di inizio ottobre in Repubblica Ceca, con Il recentissimo conferimento dell’incarico a Babis di formare il nuovo esecutivo ceco che, salvo sorprese, sarà composto da una coalizione sovranista tendenzialmente euroscettica. A completare il nuovo “gruppo di Visegrad” sarà la Slovacchia di Robert Fico, anch’egli alla guida di un esecutivo attestato su posizioni critiche verso molte delle scelte degli attuali vertici dell’Unione.
Il modello è quello della “coalizione” nata al fine di contrastare le politiche di accoglienza dell’Unione Europea: «Ha funzionato benissimo durante la crisi migratoria – ha detto Balazs Orban -. È così che abbiamo potuto resistere».
Oggi non è l’immigrazione il tema su cui incardinare una nuova alleanza di governi sovranisti e tendenzialmente euroscettici, quanto l’opposizione all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, la richiesta di porre un freno al sostegno militare a Kiev e la volontà di costruire un atteggiamento di maggiore attenzione verso una possibile soluzione diplomatica del conflitto con la Russia, sulla scia dei tentativi messi in campo dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Al momento alla sortita ungherese non ha fatto da contraltare alcuna presa di posizione ufficiale né da Praga né da Bratislava, non sono da escludere, tuttavia, sviluppi nel momento in cui Babis riuscirà a formare il nuovo esecutivo in Repubblica Ceca.
La strategia ungherese, tuttavia, appare essere di più ampio respiro e non si sviluppa solo sul versante governativo e diplomatico, ma ha anche una dimensione più strettamente politico-parlamentare. A Bruxelles, infatti, Fidesz – il partito del primo ministro Orban, attualmente parte dell’eurogruppo dei Patrioti (quello in cui ci sono anche Lega e Rassemblement National) – sarebbe intenzionato a lavorare per costruire alleanze con il gruppo dei Conservatori – al cui interno ci sono i rappresentanti di Fratelli d’Italia – e con i partiti del gruppo Europa delle nazioni sovrane, composto da formazioni della destra sovranista.
Per raggiungere questo risultato, determinante sarebbe il ruolo svolto da alcuni centri studio vicini a Fidesz o, comunque, a Viktor Orban. Situazione apertissima.
