Marco Chiaravalle: Caos e Follia dilagano per il mondo
Un contributo di Marco Chiaravalle
Prima parte
Viviamo in un era tecnologica, in prossimità dell’avvento di quella che Raymond Kurzweil chiama singolarità tecnologica ovvero, il punto di non ritorno dopo il quale, la tecnologia intesa come sistema ormai autosufficiente supera largamente il campo di ri-flessione dell’essere umano, portandosi oltre l’orizzonte di comprensione e previsione dello stesso.
Kurzweil fa parte del movimento “Trans-umanista”, per quelli come lui l’integrazione dell’uomo nel sistema tecnico è il nuovo giardino edenico, il fine ultimo dell’essere umano, l’auto-annullamento del Se biologico nella struttura tecnologica che, da buon positivista gli preme non chiamare produttiva; in poche parole tutto si riduce nel pensiero transumano, al superamento del bios, della vita cellulare organizzata e segnata dalla sua finitudine – considerata oramai res antiqua – per poter attuare finalmente quel processo di eternizzazione che trans-forma in tutto e per tutto, l’uomo in un essere artificiale, se non immortale, quantomeno a “lunga durata”.
Questo è solo un esempio dei discorsi che ruotano attorno alle aspettative prodotte dallo sviluppo tecnologico attuale e, in verità, non è nemmeno cosi nuovo, questa è più una percezione generata dal sistema generale della comunicazione, la nuova lanterna magica capace di creare “realtà” alternative a prescindere dal Reale e dalla sua razionalità.
Negli anni ’70 del secolo scorso, un filosofo marxista strutturalista del calibro di Louis Althusser, nel suo convinto antiumanesimo, descriveva l’essere sociale, come il “supporto di produzione”: rispetto a questa affermazione, non mi sembra che Kurzweil sia innovativo, al massimo ci aggiunge le paillette tipiche delle nuove tecnologie software di interconnessione, quelle che dominano l’immaginario sociale odierno, che vengono riproposte a ciclo continuo nei film hollywoodiani, ma, di fatto, parliamo di integrazione totale nella struttura globale di produzione e – per dirla sempre con Althusser – di ri-produzione dell’esistente, ne più ne meno.
Si fa un gran parlare di tecnologia, viene vista come il futuro del capitalismo da un lato o, del socialismo addirittura dall’altro. Il dibattito è a più voci, alcune affermano che nelle mani del capitalismo essa viene utilizzata in senso ludico, consumista e di controllo, mentre nelle mani del socialismo – che considero personalmente nello stato attuale un non luogo – ecco che diviene la torcia che illumina la via del progresso umano, a servizio dell’emancipazione dal bisogno. Sembrerebbe, ma ormai è un abitudine, di trovarsi di fronte a un ulteriore processo di fantasmagorizzazione del fenomeno, ove la tecnologia viene ancora – e ingenuamente – pensata come “aggregato strumentale” i cui fini possano essere pre-stabiliti da un sistema ideologico di riferimento; una visione assai fallace, frutto di un approccio idealista.
Nella sua accezione primigenia – derivata dal greco antico technologhia, essa rappresenta il discorso o loghia in merito a un determinato settore della prassi, la techne appunto: in definitiva possiamo definirlo letteralmente un trattato sistemico sull’agire umano. Nel corso del tempo, per estensione, il termine è andato sempre più caratterizzandosi come visione d’insieme delle tecniche ovvero le varie forme di prassi utilizzate dall’uomo per modificare l’ambiente – la natura – a suo vantaggio e traslarlo in un sistema controllato, a variabili ridotte, con un alto grado di previsione, l’unico nel quale poter sopravvivere; generalmente questo ambiente specifico comprende tutto ciò che chiamiamo “cultura” o “cultura materiale”, una versione artificiale della natura stessa.
In un certo senso la tecne, come “capacità di operare per modificare” è insita nella necessità dell’uomo di sopperire alla sua cattiva predisposizione all’ambiente; così come l’animale è perfettamente integrato nella natura, fino a perire nel corso dei cambiamenti che la stessa subisce rispetto a delle variabili esogene o endogene, tanto l’uomo è dis-integrato dalla stessa e incapace di sopravvivere sic et simpliciter all’interno di essa. Possiamo quindi affermare che la tecnica è l’orizzonte nel quale si iscrive l’agire dell’essere umano e ne plasma da sempre il destino. Il posto che la tecnologia occupa e realizza fattivamente nella struttura sociale umana, viene definito dall‘universale astratto, ossia la concettualità pura attraverso cui prendono forma, in un dato momento e in una precisa forma, i rapporti all’interno della koinè umana, con il sistema di produzione e trasformazione che determina l’organizzazione delle relazioni sociali da un lato e dall’altro la tipologia delle relazioni tra uomo e natura, ovvero il tipo di rapporto instaurato tra il l’organizzazione umana e l’ecosistema.
La struttura della modernità derivata da un universale astratto incentrato sull’economia politica inglese presenta tutte le caratteristiche più favorevoli a una possibile esplosione tecnologica, poiché l’innovazione è sicuramente un traino all’espansione del mercato e dell’economia del valore di scambio, epperò la struttura stessa della economia marginale finisce per essere altresì il limite degli ambiti di impiego della stessa tecnologia, che può migliorare i processi produttivi, ma non spingersi fino a eliminare gli stessi azzerando la scarsità, un concetto fondamentale sulla quale si fonda il valore di scambio dell’economia marginale e al tempo stesso una funzione base per determinare il valore generale degli enti, nonché nella fase finale e totalizzante dell’universale, quello dell’Essere.
La propensione all’impiego della tecnologia in ambiti ludici, militari, dell’enterteinement, è il necessario limite strutturale – ambiti delimitanti presenti anche in universali precedenti – che il capitalismo impone alla tecne, nonostante le potenzialità della ricerca, siano, dopo il secondo conflitto mondiale – con l’avvento dell’informatica e l’aumento esponenziale della capacità di calcolo – pressoché illimitate. Per rimuovere i limiti imposti alla tecnologia dal capitalismo, è necessario accelerare la fine di questo, ma non è possibile però che in queste condizioni storiche il socialismo possa autonomamente produrre una socializzazione delle tecnologie tout court, per fare questo dovrebbe porre in essere una rivoluzione che gli permetta di riappropriarsi dello spazio politico decisionale, ovvero recuperare “l’autonomia del politico”e, successivamente imporre in luogo di una economia fondata sullo scambio, una economia incentrata sul valore d’uso quindi di stretta programmazione. Nel tentativo conseguente di dare soluzione al problema del dispiegamento tecnologico nella società, ecco prodursi, sviluppatasi su un modello lineare, una risposta binaria nella quale capitalismo e socialismo si trovano a essere due facce di una stessa medaglia che vede problema e soluzione dalla stessa parte.
Partiamo da un assunto semplice, ma non eludibile, l’esaurirsi dell’universale astratto del capitalismo, rende obsoleta una risposta socialista in senso classico, perché vengono meno, in modo prima sotterraneo e poi via via sempre più evidente, i due elementi cardine della struttura, ovvero il capitale e il lavoro. L’uno distrutto dalla caduta del saggio tendenziale di profitto e l’altro dalla automazione, una sezione della tecnologia inizialmente ristretta alla programmazione e al controllo delle macchine industriali, poi estesa all’integrazione della totalità delle funzioni produttive.
Il processo di finanziarizzazione della economia e l’accentramento delle filiere è una delle risposte alla caduta del saggio, ma non fa che aumentare la velocità di trasmutazione del sistema, ove il capitale – nel senso dell’investimento operato da un’agente economico – lascia il passo al dominio della proprietà assenteista – azionariato diffuso e anonimo – e l’organizzazione aziendale stessa cede integrandosi, ramo dopo ramo, azienda dopo azienda, filiera dopo filiera, prima nel trust industriale e a seguire nella holding di controllo che a sua volta è detenuta da un fondo finanziario. Dall’altro lato l’automazione estensiva elimina il rapporto tra produttività e salario, eliminando l’uomo come vettore produttivo, per dirla con il filosofo algerino, il famoso supporto di produzione; in questo modo il salario viene abolito, non in termini marxiani, attraverso la presa di coscienza della classe che produce un cambiamento nello stato presente della cose, ma semplicemente perché l’apparato tecnico ha riassorbito in se la produzione come funzione del management scientifico.
L’eliminazione del salario ha altresì come conseguenza la fine del plus-valore, elemento fondante del saggio tendenziale di profitto capitalista, non vi è quindi più guadagno sulla linea temporale del lavoro sociale: non manca solo il salario, mancano i salariati e restano, in forma ormai esplosa, i costi fissi. Il futuro quindi non riposa certo nel capitalismo, di cui possiamo datare con una certa sicurezza la morte almeno agli anni ’40 del secolo scorso, nonostante molti analisti siano caduti nell’equivoco di scambiarlo per il suo “fantasma”: l’economia di guerra. Questa tipo di economia forzosa, ha spinto i meccanismi del capitale almeno fino alla Conferenza di Rambouillet del 1975, nella quale, attraverso una serie di nuovi accordi economici, è stata sostituita da quella fase di superfinanziarizzazione e deregulation, che tanti danni ha prodotto e nel cui stadio terminale attualmente ci troviamo.
Di contro il socialismo – intendendo con questa espressione la massima forma di socializzazione espressa nell’universale astratto dell’economia classica – alla caduta dello stato presente del reale, non produce forme innovative e sostitutive del sociale, non tanto come si dibatte per mancanza di coscienza o distorsione della stessa, ma per mancanza sic et simpliciter della classe, l’unico vettore che incarna e traduce la coscienza critica in forza collettiva, dando forma a un agire politico nuovo, quindi ponendo in essere il fenomeno rivoluzionario.
Fine Prima Parte
