Se torniamo con la memoria all’11 settembre di 52 anni or sono ci fu un evento che influì direttamente e in modo determinante nella politica italiana: il colpo di Stato in Cile.
La conclusione brusca della vita e della politica di Allende e di conseguenza della “via cilena al socialismo”, riuscirono a interessare anche l’Italia, che nel 1973 era ancora circondata, nel sud dell’Europa, da paesi retti da regimi dittatoriali o dai militari (Spagna, Portogallo, Grecia).
Il clima di destabilizzazione e l’ipotesi che – dopo la “suggestione greca” del 1970-1972 – vi fosse il pericolo di una “deriva cilena” fu ben presente ai leader politici dei due principali partiti italiani.
La Dc e il Pci, infatti, stavano percorrendo il tratto preliminare di un lungo cammino che li avrebbe portati al governo Andreotti della “non sfiducia” (1976), ma si trovavano ad agire in controtendenza rispetto al contesto internazionale dominato da Usa (ostile alla politica di Moro) e Urss (che si apprestava a contrastare in ogni modo il nascente “eurocomunismo” di Berlinguer).
Non di meno rispetto al contesto nazionale, con qualificati ambienti contrari al “compromesso storico” (dagli imprenditori ai settori della Dc che potevano vantare la ricostruzione del Paese e il miracolo economico, con ben altre scelte).
L’Italia stava inoltre attraversando un periodo di crisi economica e sociale, sotto attenzione costante della finanza internazionale
Per tornare al 1973 non va dimenticato che i democratici cristiani cileni, all’opposizione di Allende, si erano sempre ispirati alla Dc italiana, che consideravano una sorta di modello, un partito-guida dell’internazionalismo democristiano (senza contare, inoltre, gli ottimi rapporti che intercorrevano fra leader cileni e italiani).
La Dc cilena aveva approvato l’azione delle forze armate autrici del golpe, nella vana e illusoria speranza che l’iniziativa potesse salvare il paese dal caos e dalla guerra civile.
In un clima difficile, segnato dalla crisi economica, dal terrorismo, dalla fine della stagione del centrosinistra e dalla complessa e lunga ricerca di nuovi equilibri (per “allargare la base popolare”, facendo uscire il Pci da una “conventio ad excludendum” iniziata un quarto di secolo prima) il golpe cileno arrivò come un fulmine su una Dc che molti volevano “processare nelle piazze”.
Com’era vista in Italia allora la Dc?
Un partito multiforme, che da un lato era considerato dalle sinistre più estreme una sorta di “cavallo di Troia” della conservazione (se non un protettore occulto delle trame golpiste e fasciste nazionali) e dall’altro veniva additato dal Msi come un soggetto politico debole e in declino, pronto a consegnarsi – e a consegnare il Paese – ai comunisti.
La storia di come il golpe cileno fu accolto in Italia dalle forze politiche (soprattutto dalla Democrazia cristiana di Fanfani e Moro) è ripercorsa con rigore documentale e linearità da Luigi Giorgi, nel suo volume “La Dc e la politica italiana nei giorni del golpe cileno” (ed. Zikkaron, 2018).
Con le forze politiche italiane schierate contro i militari cileni (tranne il Msi), il problema del “partito fratello” della Dc italiana si poneva anche per il Pci, che – con gli articoli di Berlinguer su “Rinascita” – si apprestava a porre le basi per un avvicinamento che avrebbe potuto portare (come in effetti avvenne fra il ’76 e il ’79, sia pure non compiutamente fino all’approdo voluto) al “compromesso storico”.
Il golpe in Cile contribuì a rendere più difficile la situazione: si era in prossimità, infatti, del referendum sul divorzio (1974) che avrebbe visto Dc e Msi alleati nella battaglia per il “sì” abrogativo.
Occorreva, dunque, spazzare via ogni dubbio sulla natura della ambiguità democristiana e sulla tenuta del sistema democratico (nell’ipotesi di un governo Dc-Pci o, addirittura, di una vittoria delle sinistre e di un Esecutivo con i democristiani all’opposizione) di fronte a possibili cambiamenti drastici di scenario.
Senza usare mezzi termini ci pensò Amintore Fanfani, con ripetute prese di posizione a rimarcare la distanza tra la Dc e i Democratici Cristiani cileni, tanto per preparare il terreno propizio alle scelte successive.
In questa partita, mentre il Msi cercava di accreditarsi come l’unica forza moderata e conservatrice e – per contro – provava a spingere la Dc a destra, le forze alla sinistra del Pci (come il “Manifesto”, che titolava: “La Dc di Frei è la Dc di Fanfani”) attaccavano i democristiani mettendo in luce le ambiguità del “partito fratello” cileno, per bloccare l’iniziativa di Berlinguer e ancorare il Pci su una linea di totale incompatibilità col “regime democristiano”.
La vicenda che ci narra Luigi Giorgi è principalmente rivolta al dibattito nella Dc, ma mette anche in luce come il Pci – con Napolitano e lo stesso Berlinguer – cercasse di non usare i fatti cileni per “salvare” non tanto la Dc, quanto una prospettiva politica che si andava faticosamente delineando.
Durante la vicenda, politica e parlamentare, narrata dall’autore, si delinea il ruolo di Moro, ministro degli Esteri e principale fautore della politica di apertura al Pci.
Nonostante gli scandali di quegli anni, lo scontro sul divorzio, la crisi di consenso (ma non di voti) che provocarono un lento ma inesorabile scollamento fra la Dc e il Paese (il “processo pubblico”, che finirà invece per trasformarsi, nel ’78, nel tragico “processo nella prigione del popolo” nel quale Moro sarà condannato a morte dalle Br) la Dc segnò, in quel 1973, un punto a uo favore.
Se il golpe cileno era stato ideato non solo per rovesciare Allende, ma anche per “avvisare” leader di paesi democratici che quell’episodio avrebbe potuto ripetersi (anche in altre forme meno apertamente eversive), la Dc “tenne e riuscì a non balbettare, almeno non come ci si aspettava (o come alcuni forse auspicavano e altri temevano) e ad emergere come forza di stabilità (…) conseguente con la propria storia politica di forza cattolico-democratica e antifascista”.
Secondo l’autore, “proprio nel 1973 la Dc, attraverso la questione cilena, riusciva a respingere, per quello che poteva, un attacco e una critica che si faranno sempre più stringenti in quegli anni, culminati col sequestro e l’omicidio di Aldo Moro”.
Non ci sembra azzardato aggiungere che quel tragico 11 settembre di settantadue anni fa servì a fare chiarezza anche all’interno della Dc e nei confronti di alcuni interlocutori che l’avrebbero vista volentieri – in caso di necessità – emulare il “partito fratello” cileno.
Quel chiarimento aiutò anche il Pci di Berlinguer, che ebbe la riprova di poter contare sull’affidabilità democratica della Dc e sulla tenuta del sistema. Una tenuta che sarebbe stata più volte e in più modi messa alla prova negli anni successivi, ma che si sarebbe dimostrata salda, permettendo al Paese di uscire dalle sabbie mobili degli anni Settanta.
Con il senno di poi e con l’uscita dalla scena politica di quei protagonisti, ci chiediamo se fu una scelta positiva e lungimirante, non dovuta invece a soddisfare opportunità momentanee e di breve respiro.
