L’occasione africana che l’Italia non può permettersi di perdere
Se l’Italia vuole davvero tornare in Africa, deve ricordarsi dove è già stata rispettata.
In Italia si parla molto di Africa. Si parla di strategia energetica, di sicurezza delle forniture e di una nuova stagione di cooperazione con il continente africano. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha presentato il cosiddetto Piano Mattei, evocando una stagione storica in cui l’Italia seppe costruire relazioni innovative con i Paesi produttori di energia.
Il riferimento è naturalmente a Enrico Mattei, il fondatore dell’ENI che negli anni Cinquanta intuì qualcosa che oggi appare nuovamente evidente: la politica energetica è sempre anche politica estera. È diplomazia, è visione strategica, è capacità di costruire relazioni di lungo periodo con Paesi che possiedono risorse fondamentali per l’economia mondiale.
Mattei comprese che l’Italia, pur non essendo una grande potenza militare né un impero coloniale, poteva conquistare spazio e credibilità internazionale offrendo ai Paesi produttori un rapporto più equilibrato rispetto a quello imposto dalle grandi compagnie petrolifere occidentali.
Quella strategia funzionò. E funzionò proprio perché partiva da un principio semplice: conoscere i Paesi con cui si costruiscono relazioni.
Oggi l’Europa attraversa una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni. La guerra scatenata dall’Russia contro l’Ukraine ha mostrato quanto il continente sia vulnerabile sul piano energetico e quanto le scelte geopolitiche possano incidere sulla stabilità economica delle nostre società.
In questo contesto il continente africano è tornato improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale.
Non solo per le sue risorse naturali, ma anche per il ruolo strategico che può svolgere nelle nuove rotte energetiche globali.
Tra i Paesi africani che possiedono una rilevanza particolare in questo scenario vi è senza dubbio l’Angola.
L’Angola è uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana e per molti anni ha fatto parte dell’OPEC. Le sue piattaforme offshore producono ogni giorno grandi quantità di greggio destinate ai mercati internazionali, mentre la sua posizione geografica lo colloca in uno dei punti strategicamente più rilevanti dell’Atlantico meridionale.
Non sorprende che negli ultimi vent’anni l’Angola sia diventata uno dei principali terreni di competizione economica tra le grandi potenze globali.
La Cina ha costruito nel Paese una presenza economica massiccia, finanziando infrastrutture, porti, strade e grandi progetti edilizi attraverso prestiti garantiti dalle forniture petrolifere. Si tratta di una strategia estremamente chiara: assicurarsi accesso stabile alle risorse energetiche africane costruendo al tempo stesso una rete di influenza economica e politica nel continente.
E l’Italia?
Paradossalmente l’Italia parte da una posizione che pochi altri Paesi europei possono vantare.
Una delle principali aziende energetiche europee, Eni, opera in Angola da molti anni e ha sviluppato una collaborazione significativa con la compagnia petrolifera statale angolana Sonangol.
Questa presenza industriale ha contribuito nel tempo a costruire un rapporto di fiducia tra le istituzioni italiane e quelle angolane.
Nel corso degli anni diplomatici, tecnici, imprenditori e militari italiani hanno lavorato nel Paese contribuendo a creare una rete di relazioni personali e istituzionali che rappresenta oggi un patrimonio strategico per l’Italia.
Scrivo queste righe anche sulla base di una esperienza personale diretta. Per oltre tre anni ho avuto l’onore di servire il mio Paese come addetto militare per la difesa presso l’Ambasciata d’Italia a Luanda. In quel periodo ho avuto modo di conoscere da vicino le istituzioni angolane, i vertici militari e numerosi protagonisti della vita politica ed economica del Paese.
Ho potuto constatare personalmente come l’Italia goda in Angola di una considerazione sincera, costruita attraverso anni di cooperazione professionale e rispetto reciproco.
È proprio per questo motivo che sorprende come nel dibattito italiano sul Piano Mattei il ruolo dell’Angola venga raramente menzionato con l’attenzione che meriterebbe.
Se l’Italia intende davvero costruire una nuova strategia africana, non può limitarsi a evocare il nome di Mattei come una formula retorica. Deve tornare allo spirito concreto della sua politica: individuare Paesi reali, interlocutori reali e interessi reciproci.
L’Angola rappresenta uno di questi interlocutori.
Oltre al settore energetico esistono numerosi ambiti nei quali una collaborazione più intensa tra Italia e Angola potrebbe produrre risultati significativi: infrastrutture, sicurezza marittima, formazione tecnica, logistica portuale e sviluppo industriale.
L’Atlantico africano sta assumendo un peso crescente negli equilibri geopolitici globali. Le rotte commerciali, le risorse energetiche offshore e la posizione strategica dei Paesi che si affacciano su quell’oceano stanno attirando l’attenzione di molte potenze internazionali.
In questo scenario l’Angola rappresenta uno degli attori più importanti.
L’Italia possiede già relazioni, esperienza e credibilità per rafforzare la propria presenza in questo contesto.
Ciò che serve è la volontà politica di farlo.
Perché le grandi strategie non nascono nei convegni, ma nei luoghi dove esistono già relazioni di fiducia.
E l’Italia, in Angola, quelle relazioni le ha già.
Ignorarle sarebbe il modo più semplice per dimostrare che il Piano Mattei rischia di restare soltanto un nome evocativo della nostra storia, e non una politica capace di costruire il nostro futuro.
Alberto Scafella

