Tra muri, zone militarizzate e segregazione territoriale, Gaza si trasforma in un’enclave assediata che richiama le grandi divisioni del muro di Berlino.
A oltre due anni dall’inizio delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza successive agli attacchi del 7 ottobre 2023, il conflitto continua a rappresentare uno dei nodi più controversi e drammatici del panorama internazionale.
Mentre la comunità internazionale resta profondamente divisa sul piano politico e diplomatico, rapporti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani descrivono una devastazione umanitaria senza precedenti e sollevano interrogativi sempre più pressanti sulla possibile configurazione di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, secondo alcune analisi giuridiche, persino genocidio.
Nel settembre 2025, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha analizzato le modalità operative delle forze israeliane alla luce della Convenzione sul genocidio del 1948, individuando elementi che potrebbero rientrare nelle fattispecie previste dal diritto internazionale, tra cui l’uccisione di membri di un gruppo e l’imposizione deliberata di condizioni di vita incompatibili con la sopravvivenza della popolazione civile.
Il successivo rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, pubblicato nel febbraio 2026, ha descritto un ulteriore deterioramento della situazione nei Territori Palestinesi Occupati.
Secondo il documento, le operazioni militari nella Striscia avrebbero prodotto “condizioni di vita sempre più incompatibili con la sopravvivenza” attraverso bombardamenti estesi, sfollamenti forzati, distruzione sistematica delle infrastrutture civili e restrizioni all’accesso agli aiuti umanitari.
I numeri riportati dai rapporti delineano una crisi di dimensioni storiche. Dall’ottobre 2023 le vittime palestinesi avrebbero superato le 68.000 unità, con oltre 170.000 feriti, mentre migliaia di persone risulterebbero ancora disperse sotto le macerie. Particolarmente drammatica la situazione dei minori: oltre 20.000 bambini uccisi in due anni e un numero crescente di amputazioni che ha portato Gaza a registrare uno dei più alti tassi al mondo di bambini mutilati dagli effetti della guerra.
Secondo le Nazioni Unite, oltre l’81% degli edifici della Striscia risultano danneggiati o distrutti. Ospedali, scuole, abitazioni e campi per sfollati sono stati colpiti ripetutamente, comprese aree precedentemente indicate come “zone sicure”.
Il sistema sanitario è ormai vicino al collasso, denunciano Medici senza Frontiere, mentre la distruzione delle infrastrutture essenziali ha aggravato una crisi alimentare definita da più osservatori come una vera e propria condizione di carestia. I blocchi e le restrizioni agli aiuti umanitari costringono la popolazione di Gaza a scegliere tra fame e rischio di morte nel tentativo di ottenere cibo e acqua. Migliaia di persone sarebbero state uccise durante la ricerca di aiuti mentre, circa il 90% della popolazione è stata sfollata più volte, vivendo in condizioni precarie con trasferimenti forzati permanenti e di cambiamenti demografici della Striscia.
Accanto alle accuse rivolte a Israele, i documenti internazionali attribuiscono responsabilità anche ad Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi per maltrattamenti e utilizzo di civili in contesti militari, condotte anch’esse qualificabili come crimini di guerra.
Ma il conflitto di Gaza non si gioca soltanto sul piano militare o giuridico, la trasformazione territoriale della Striscia la si può verificare attraverso immagini e analogie storiche sempre più radicali.
Diverse analisi hanno paragonato le barriere costruite attorno a Gaza, al muro di Berlino. Il rapporto dell’Applied Research Institute – Jerusalem (ARIJ) descrive il muro di segregazione a Rafah come una struttura che divide fisicamente territori e comunità “in modo simile allo storico muro di Berlino”. Un parallelismo ripreso anche dalla rivista dell’UNICRI “Freedom From Fear”, secondo cui, a decenni dalla caduta del muro tedesco, una nuova forma di separazione definirebbe oggi la quotidianità dei palestinesi di Gaza.
Al centro del dibattito compare anche la cosiddetta “Linea Gialla”, introdotta nell’ottobre 2025: una barriera fisica composta da blocchi di cemento e aree militarizzate che, secondo alcune fonti, avrebbe ridefinito la geografia della Striscia trasformando vaste porzioni di territorio in zone interdette ai civili. Diverse interpretazioni descrivono questa linea come una nuova architettura della separazione, capace di frammentare ulteriormente il territorio palestinese e limitare drasticamente la libertà di movimento.
Alcuni intellettuali e analisti (Masha Gessen: Giornalista e scrittrice russa-americana (di origine ebraica); Raz Segal: Storico israeliano ed esperto di studi sull’Olocausto e genocidio; Enzo Traverso: Storico italiano contemporaneo; Richard Falk: Giurista e accademico statunitense; ecc.) hanno spinto il confronto ancora oltre, evocando analogie con i ghetti europei del Novecento come quello di Varsavia.
Tali parallelismi, fortemente controversi e respinti da Israele e da numerosi osservatori, vengono utilizzati per descrivere dinamiche di segregazione spaziale, isolamento della popolazione civile e controllo totale delle risorse essenziali. In queste letture, Gaza viene rappresentata come uno spazio dove lo stato di eccezione tende a trasformarsi in condizione permanente, dove la “necropolitica”, ovvero il potere di decidere chi può vivere e chi può morire, viene applicato quotidianamente ad un territorio sottoposto contemporaneamente a bombardamenti, fame, assedio e sorveglianza tecnologica.
Nel frattempo, Gaza è diventata anche uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Centinaia di operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio del conflitto, mentre le restrizioni all’accesso indipendente, da parte del governo israeliano, continuano a limitare la possibilità di verifiche autonome e alimentano una narrazione frammentata della guerra.
Sul piano internazionale, resta aperta la questione dell’accountability. Nonostante le iniziative della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia, gran parte delle violazioni denunciate appare ancora priva di conseguenze concrete. La sensazione diffusa, evidenziata dagli stessi organismi ONU, è quella di un sistema internazionale incapace di fermare la spirale di distruzione o di garantire un’effettiva tutela dei civili. In questo contesto, Gaza non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o un conflitto regionale.
Per molti osservatori, essa è diventata il simbolo di una crisi più ampia: quella del diritto internazionale, della credibilità delle istituzioni globali e della stessa idea di civiltà contemporanea. Tra macerie, fame, sfollamenti e memoria divisa, la Striscia continua così a interrogare il mondo non solo su ciò che sta accadendo, ma anche su ciò che la comunità internazionale è disposta ad accettare, tollerare o dimenticare.
Piero De Ruvo

Visto che la giustizia di questo mondo non c’è, io imploro la giustizia divina di colpire tutti i sionisti netaniau Trump e i nostri governi complici !!
la giustizia Divina rimane l’unica certezza
Il mondo è in crisi di valori.
Un degrado totale dell’ uomo e il continuo aumento di azioni disumane, che il mondo civile non sa fermare.
Cambierà solo quando i più saranno colpiti personalmente, da eventi mondiali tragici che porteranno al risveglio.
Articolo scritto in modo chiaro e preciso nelle informazioni.