Di fronte a tutto questo, emerge una domanda ancora più difficile, dove finisce la responsabilità della comunità internazionale?
La memoria di Liliana Segre non appartiene soltanto alla storia di una donna sopravvissuta alla persecuzione nazista. È, o dovrebbe essere, un patrimonio universale: un monito permanente contro l’odio, la discriminazione, la persecuzione e soprattutto contro quella indifferenza che consente alle ingiustizie di diventare sistema.
È proprio alla luce di questo valore universale della memoria che diventa inevitabile interrogarsi sulla realtà che da anni viene documentata nei Territori Palestinesi Occupati, dove numerose testimonianze giornalistiche, rapporti di organizzazioni internazionali e documentazioni di organismi indipendenti descrivono una condizione di oppressione, discriminazione e violenza strutturale nei confronti della popolazione palestinese.
Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani e organismi internazionali, alcune delle politiche adottate nei territori occupati possono essere ricondotte a gravi violazioni del diritto internazionale e, nelle qualificazioni formulate da specifici organismi, anche a crimini contro l’umanità, persecuzione e apartheid. Non si tratterebbe, dunque, soltanto di episodi isolati. La violenza esercitata da una parte dei coloni israeliani viene descritta, in numerosi rapporti e testimonianze, come inserita in un contesto più ampio di pressione sulla popolazione palestinese, finalizzato al controllo del territorio attraverso intimidazioni, aggressioni, espulsioni, demolizioni, espropriazioni e limitazioni nell’accesso alle risorse.
La violenza dei coloni e il ruolo delle autorità israeliane
Le immagini provenienti dalla Cisgiordania raccontano di aggressioni contro civili, intimidazioni rivolte a intere famiglie, incendi e distruzione di proprietà, attacchi contro terreni agricoli e abbattimento di alberi, compresi ulivi che rappresentano non soltanto una fonte di sostentamento, ma anche un elemento profondamente radicato nella storia e nell’identità delle comunità palestinesi.
A ciò si aggiungono le controversie relative all’accesso alle risorse idriche e alla disponibilità di acqua per le comunità palestinesi, in un territorio nel quale il controllo delle risorse costituisce da decenni una delle questioni più delicate del conflitto. Uno degli aspetti più inquietanti denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani riguarda inoltre la persistente impunità. Numerose denunce relative alle violenze dei coloni, secondo diverse ricostruzioni e rapporti, non sfocerebbero in effettive incriminazioni o condanne. È proprio questa distanza tra la denuncia dell’abuso e la concreta responsabilità dei suoi autori ad alimentare la percezione di un sistema nel quale la violenza può essere reiterata senza conseguenze adeguate. In questo contesto, anche il comportamento delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) è oggetto di pesanti contestazioni. In diverse circostanze sono state denunciate omissioni nell’intervento a protezione dei civili palestinesi e, in altri casi, episodi nei quali la presenza militare avrebbe finito per garantire protezione ai coloni durante azioni contro la popolazione palestinese.
A questo si aggiunge la questione delle demolizioni. Migliaia di strutture palestinesi sono state demolite nel corso degli anni dalle autorità israeliane per motivazioni che comprendono, tra le altre, l’assenza di permessi edilizi, spesso estremamente difficili da ottenere per i palestinesi nelle aree sottoposte al controllo israeliano. Il risultato concreto è comunque una realtà nella quale famiglie e bambini vengono privati della propria abitazione, mentre l’espansione degli insediamenti israeliani continua a modificare profondamente la geografia e l’equilibrio del territorio.
La comunità internazionale e la politica del doppio standard
Di fronte a tutto questo, emerge una domanda ancora più difficile, dove finisce la responsabilità della comunità internazionale?
Le Nazioni Unite e altri organismi internazionali hanno ripetutamente contestato la legalità dell’occupazione e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Anche la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso posizioni estremamente nette sulla questione dell’occupazione e degli insediamenti. Eppure, tra dichiarazioni ufficiali, risoluzioni e prese di posizione, continua a esistere una distanza drammatica tra ciò che viene affermato sul piano politico e giuridico e ciò che concretamente viene fatto.
Gli Stati continuano infatti a mantenere rapporti diplomatici ed economici con Israele e, direttamente o indirettamente, con un sistema economico che comprende anche attività legate agli insediamenti contestati dal diritto internazionale. È questa contraddizione a rendere il comportamento della comunità internazionale sempre più difficile da comprendere. Non basta dichiarare che una determinata politica è illegale se, contemporaneamente, non si è disposti a utilizzare gli strumenti diplomatici, economici e politici disponibili per contrastarla. Le etichettature dei prodotti provenienti dagli insediamenti, le dichiarazioni di condanna e le risoluzioni internazionali rischiano di trasformarsi in semplici gesti simbolici quando non sono accompagnati da conseguenze concrete. E anche il rapporto tra Unione Europea e Israele, fondato tra l’altro su principi relativi al rispetto dei diritti umani, pone interrogativi che non possono essere elusi quando tali principi risultano messi in discussione dalle politiche adottate nei territori occupati. Il problema, quindi, non è soltanto quello di stabilire chi abbia ragione o torto in una disputa politica. Il problema è la coerenza dei principi. Se il diritto internazionale vale soltanto quando riguarda gli altri, allora cessa di essere diritto universale e diventa uno strumento selettivo.
Senatrice Segre, la memoria non può avere confini
È proprio qui che la figura di Liliana Segre assume un significato che va oltre la politica e oltre il conflitto israelo-palestinese. Senatrice Segre, Lei ha conosciuto personalmente ciò che accade quando una società accetta che un essere umano venga privato progressivamente dei propri diritti, della propria dignità e infine della propria stessa umanità. Ha conosciuto la discriminazione trasformata in legge, l’esclusione trasformata in normalità, la persecuzione resa possibile dall’obbedienza e dall’indifferenza. Lei stessa ha indicato nell’indifferenza uno dei pericoli più grandi per una società democratica. Ed è proprio per questo che la Sua testimonianza possiede un valore universale. Non si tratta di equiparare Auschwitz a ciò che accade oggi nei territori palestinesi. Auschwitz appartiene a una storia specifica, irripetibile e incomparabile. La memoria della Shoah, però, non può essere trasformata in una memoria esclusiva, deve diventare uno strumento per riconoscere, ovunque si manifestino, i segnali della disumanizzazione, della discriminazione e della persecuzione.
Oggi, nei territori occupati, bambini palestinesi vivono in una condizione di profonda vulnerabilità; alcuni vengono arrestati e sottoposti a procedimenti davanti a tribunali militari, mentre altri assistono alla demolizione delle proprie abitazioni o crescono sotto la minaccia costante della violenza. Di fronte a tutto questo, la domanda non dovrebbe essere quale popolo abbia diritto alla nostra solidarietà. La domanda dovrebbe essere molto più semplice, quanto vale, per noi, la dignità di un essere umano?
Perché la sofferenza di un bambino non cambia valore in funzione della sua nazionalità, della sua religione o della bandiera che sventola sopra la sua testa. Un bambino israeliano e un bambino palestinese hanno lo stesso diritto a vivere senza paura. E se la memoria di Auschwitz e del 7 ottobre deve insegnarci qualcosa, è proprio questo, mai più per nessuno. Per questo la voce di Liliana Segre, proprio perché nasce dalla memoria di una persecuzione vissuta sulla propria pelle, potrebbe contribuire a spezzare il silenzio. Non per schierarsi contro un popolo, non per negare il diritto alla sicurezza di Israele, non per cancellare la memoria della Shoah, ma per riaffermare un principio ancora più alto, nessuna memoria autentica può diventare una giustificazione per l’indifferenza davanti alla sofferenza di altri esseri umani.
La memoria, se vuole davvero essere universale, non può fermarsi davanti a un confine. E Auschwitz, proprio per ciò che rappresenta nella coscienza dell’umanità, dovrebbe ricordarci ogni giorno che la dignità umana non ha nazionalità, non ha religione e non può essere concessa a qualcuno negandola a qualcun altro.
Piero De Ruvo
